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Anche sindacati e Governo hanno scoperto l’emergenza salariale

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Uno spettro si aggira per l’Italia: lo spettro dell’emergenza salariale. Dopo essersi concentrati a lungo sulla difesa delle rendite di alcuni gruppi sociali (contro riforma delle pensioni, ulteriore irrigidimento del mercato del lavoro, tutela degli stipendi dei dipendenti pubblici) e nella moltiplicazione delle spese localistiche, microsettoriali e clientelari (si vedano le finanziarie 2006 e 2007). Dopo aver dilapidato i cosiddetti tesoretti (che possono essere stimati incirca 50 miliardi nel biennio). Dopo aver beneficiato dell’ulteriore inasprimento della pressione fiscale (arrivata a superare nel 2007 l’astronomica soglia del 43%) senza realizzare alcun serio intervento compensativo di riduzione delle tasse e senza nemmeno imprimere una svolta decisiva agli equilibri della finanza pubblica. Dopo tutto ciò, il Governo e le centrali sindacali escono dal letargo e scoprono che oggi in Italia vi è un’emergenza salariale. Scoprono che il potere di acquisto dei lavoratori è drammaticamente peggiorato, che nel nostro Paese vi è stato un ulteriore spostamento di ricchezza dal lavoro alla rendita. Che è poi la radice dell’altro spettro che si aggira dalle nostre parti: il declino dell’economia.

La cosa sarebbe certamente positiva se fosse il frutto di un processo, forse lento e tardivo ma comunque importante, di acquisizione di consapevolezza. Purtroppo i primi segnali inducono a temere che sotto le spoglie della questione salariale si celi null’altro che una nuova (?) versione della imperitura anima statalista, accentratrice e assistenzialista della cultura politica della sinistra e del sindacato.

Ad un’analisi elementare, il problema (reale) del basso potere di acquisto dei salari in Italia deriva essenzialmente dal combinato di due fattori: la bassa crescita della nostra economia, ed in particolare la bassa produttività, ed il peso eccessivo del carico fiscale. In un’economia che cresce da anni ad un ritmo decisamente inferiore rispetto non solo a quello delle temibili tigri asiatiche ma anche a quello dei molto più tranquilli partner europei (siamo ad un tasso pari al 60% della media dei paesi Euro); in un’economia gravata da una spesa pubblica imponente e quindi di un’elevata pressione fiscale, sarebbe assolutamente sorprendente registrare salari che guadagnano in potere di acquisto. In un contesto del genere è assolutamente normale che i salari reali diminuiscano e che, semmai, le rendite riescano a difendersi (o addirittura ad aumentare).

Per decenni la strategia difensiva del nostro Paese, incapace di aggredire le suddette cause strutturali, è stata basata essenzialmente su due leve: aumento del deficit pubblico e svalutazioni monetarie. Oggi entrambi questi strumenti non sono più disponibili: l’Euro ci ha sottratto la sovranità monetaria e il Patto di stabilità europeo ci costringe ad un bilancio pubblico in equilibrio. Non abbiamo quindi alternative: per affrontare il problema salariale dobbiamo rimettere in moto il processo economico, rimuovendo quegli ostacoli che ne rallentano la crescita. Abbassamento generalizzato, rapido e significativo della pressione fiscale sui redditi (in particolare da lavoro), con conseguente riduzione della spesa pubblica, liberalizzazione dei mercati, sana flessibilità del mercato del lavoro, revisione del modello di relazioni industriali per favorire la contrattazione decentrata, riduzione dei vincoli e degli oneri burocratici a carico delle imprese. Questi dovrebbero essere i principali capitoli dell’agenda.

Purtroppo il confronto con i sindacati (ma perché solo i sindacati?) avviato dal Governo registra tutt’altri accenti. E dalla maggioranza di governo sono immancabilmente giunti i primi veti. Gli interventi vanno indirizzati ai redditi dei soli lavoratori dipendenti, e per di più sotto una certa soglia! Non devono essere comunque agganciati agli incrementi di produttività!. Assurdo poi agevolare fiscalmente gli straordinari, il ché finirebbe per “costringere” a lavorare di più! Non deve in nessun modo essere toccato il totem del contratto collettivo nazionale, fonte suprema di disciplina del rapporto di lavoro (e del potere di monopolio sindacale)! Non si deve determinare una riduzione dei servizi e quindi della spesa pubblica (al massimo si può pensare all’eliminazione di non meglio precisati sprechi)! E se proprio si pongono problemi di copertura finanziaria, beh si provveda ad aumentare la tassazione sulle (odiate) rendite finanziarie (senza considerare fra l’altro che in termini di gettito questa vale assai poco).

Così configurato, però, il tema della questione salariale finisce per tradursi in una modesta operetta. Una via di mezzo fra un rigurgito operaistico in puro stile marxista (il salario variabile indipendente del processo economico) ed una vaga reminiscenza dello Stato compassionevole, che elargisce pubblici sussidi ai sudditi più bisognosi.

Certo, all’esordio del nuovo Partito democratico, ci si poteva aspettare di più in termini di rinnovamento della cultura politica. Se non proprio il New Labour di Tony Blair, almeno la vecchia cultura socialdemocratica del leader scandinavo Olof Palme, il quale ammoniva che il capitalismo è una pecora che di tanto in tanto può essere tosata, ma che a tale scopo deve essere mantenuta in buona salute senza mai rischiare di accopparla. Ed il nostro capitalismo è una pecora così smagrita e smarrita che, temiamo, non sia in grado di reggere l’urto di una tosatura “riformistica” condotta da Bertinotti, Diliberto, Pecoraro Scanio (nomen omen) e Guglielmo Epifani.

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