Ancora nessun successore per Scajola. Ma il silenzio si fa assordante

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Ancora nessun successore per Scajola. Ma il silenzio si fa assordante

08 Giugno 2010

Mai vuoto fu così ingombrante. Allo Sviluppo economico manca una guida da un mese, il che significa o che Berlusconi intende tenersi l’interim per portare avanti i punti più caldi nell’agenda di quel dicastero senza che nessun altro possa mettere bocca (ma è praticamente impossibile, visto il peso di un ministero sensibile come quello), oppure che ha in serbo un vero coupe de theatre come nel suo stile. In quest’ultimo caso, che fonti vicine alla maggioranza danno come scenario più plausibile, il premier andrebbe a “pescare” fuori dal Parlamento, portando a segno un’operazione diversa dal solito ma efficace, baipassando veti interni (Tremonti o finiani) o cercando di attutire quelli esterni (il mondo dell’Industria, per esempio).

Travolto dallo scandalo delle case e finito sulle prime pagine di tutti i giornali per giorni, Claudio Scajola il 4 maggio ha rassegnato le sue dimissioni da ministro. Da allora in poi, un susseguirsi di voci sui possibili successori  e qualche dichiarazione (ultima, quella di Berlusconi ) hanno tenuto alta l’attenzione sul posto vacante. In mezzo sono passate la Manovra economica da 24 miliardi approvata dal Consiglio dei Ministri e ora al varo del Parlamento e una missione fondamentale, la terza grande missione di sistema italiana nel Paese del Dragone, la Cina – organizzata da Confindustria, Abi e Ice insieme ai ministeri dello Sviluppo Economico e degli Affari Esteri – al centro della quale ci sarebbe dovuto essere il futuro del nostro Paese in termini di rapporti economici. Una serie di incontri di carattere istituzionale e “be to be” per i quali lo sviluppo economico rappresentava il cuore della missione: Scajola è stato sostituito da Sacconi e Urso ma, fanno notare fonti vicine alla delegazione appena conclusasi, un conto era avere il ministro dello Sviluppo economico, altra cosa è stato far rappresentare il Governo da un esponente della corrente di minoranza non riconosciuta dal partito, anche se sottosegretario in quel dicastero, e da un ministro del Lavoro benché affidabile, serio e preparato come Sacconi.

Sul fronte della Manovra 2010-20111 invece, non è passato inosservato il fatto che Tremonti per dare “sostanza” alla misura sia andato proprio a pescare nel dicastero di Via Veneto, privo di guida. Sarà un caso che circa 600 milioni di nuovi tagli incidano in particolar modo sulle politiche del dicastero di via Veneto (proprio in un momento di vuoto al comando), seguite dal coordinamento per le politiche dei trasporti nazionali e locali e dai fondi di riserva destinati agli acquisti di beni e servizi? Può darsi, ma il dubbio c’è ed è stato sollevato anche su queste colonne da Carlo Stagnaro. Resta il fatto che il dicastero di via Veneto è stato il più penalizzato dalla Manovra correttiva, senza tralasciare il fatto che i Fas (i fondi per le aree sottoutilizzate) fino a ieri gestite dal Ministero dello Sviluppo Economico possano essere adesso traslocati in altri reparti governativi, vale a dire sotto il diretto controllo di Berlusconi o del Ministro degli Affari regionali Fitto.

Quello dello sviluppo economico è un ministero chiave perché da lì si dipanano una serie di “operazioni” strategiche per il futuro dell’Italia. In campo energetico, la partita si gioca sul fronte nucleare. Fu Scajola a individuare (o meglio, a rendere nota, per conto del Governo) la nuova strategia italiana, quel famoso mix 50-25-25, ovvero una produzione di energia da fonti fossili per un 50%, più un 25% da rinnovabili e un 25% da nucleare. Una partita sulla quale si giocano importanti equilibri e sulla quale sono puntati gli occhi dell’industria italiana: se i tempi saranno rispettati, cosa molto difficile, nell’autunno di quest’anno le imprese potranno iniziare a proporre le richieste di concessione per le autorizzazioni alle centrali nucleari, considerate un volano per gli investimenti, al punto da poter ricadere nella misura dell’80% sul sistema industriale italiano (a breve si tratta di costruire i 4 impianti firmati Enel ma il piano di Scajola prevede 8 impianti). Scajola ha quindi lasciato aperto il dossier nucleare. Neppure avrebbe saputo gestire  al meglio il rapporto con la grande industria (vedi la polemica con Fiat) e da qui la necessità di una personalità forte, in grado di dialogare la meglio, e che sia anche espressione di Forza Italia (salvo sempre un coupe de theatre in salsa berlusconiana, che in questo caso rivolgerebbe altrove lo sguardo). Di certo, al posto di comando deve andare un fidatissimo, sarebbe il ragionamento del premier.

Prima ancora di sondare, con esito poi negativo le disponibilità dei vari Montezemolo e Marcegaglia (il rilancio su Emma Marcegaglia serviva per non avere un’ipoteca da parte di Confindustria sulla scelta), sono state valutate con attenzione le possibili alternative legate ai nomi dell’attuale viceministro al dicastero di via Veneto, Paolo Romani,  dell’attuale presidente della commissione Trasporti alla Camera, Mario Valducci (entrambi molto vicini al presidente del Consiglio) e del presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà. Candidature decisamente in discesa, altrimenti, dice qualcuno, Berlusconi avrebbe già accelerato in quella direzione. Qualche giorno fa era circolato il nome di Massimo Sarmi. Ex direttore generale della Tim ed ex amministratore delegato della Siemens Italia, ininterrottamente dal 2002, Sarmi ricopre l’importante incarico di amministratore delegato delle Poste Italiane. Prese il posto che fu allora di Guido Podestà su espressa indicazione di Alleanza Nazionale che in quel periodo occupava già il Ministero delle Comunicazioni con Maurizio Gasparri. Sarmi è quindi vicino all’ex Alleanza nazionale ed è considerato un fedelissimo di quel  Gianfranco Fini che dato vita a una nuova corrente all’interno del Pdl.

Ma la scelta del ministro, dicono fonti vicine alla maggioranza, non può entrare nel negoziato con Fini e proprio per questo l’ipotesi di Sarmi alla guida dello Sviluppo economico non ha mai convinto. Dei sottosegretari, Saglia e Urso, non s’è sentito parlare granché proprio per lo stesso motivo, la vicinanza al cofondatore del Pdl.

Resta l’ipotesi del “coupe de theatre” berlusconiano, ma da mettere in pista una volta digerita la manovra. Ora l’imperativo resta la coesione perché in tempi di crisi, con lo spettro grecio alle spalle, c’è da varare una correzione dei conti controversa ma necessaria. Anche per questo, il premier conta di chiudere oggi tutte le partite dalle quali potrebbero svilupparsi scintille, prima fra tutte quella sulle intercettazioni.