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Europa in bilico

Angela Merkel: quando il rigore diventa rigidità

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Ha suscitato reazioni particolarmente accese la decisione di Angela Merkel di intervenire all’ultimo vertice europeo senza mostrarsi, lasciando che la sua voce scandisse un monologo già recitato sulla necessità che l’Unione Europea trovi una risposta nei limiti definiti dai trattati. Quel discorso, i cui seguiti sono stati lasciati all’olandese Rutte, ha rotto argine che reggeva da molto tempo. L’esplicita presa di posizione del Presidente Mattarella e le parole ancor più dure di Gualtieri segnano un cambio di passo nell’atteggiamento italiano verso Berlino.

Quanto un irrigidimento tedesco possa nuocere al futuro dell’Unione Europea e quanto la posizione di Berlino possa modificarsi è difficile da immaginare. Ma anche qualora vi fosse un’apertura tedesca alle richieste del “gruppo dei nove” favorevole agli eurobond rimane il fatto che nella politica europea della Germania si è verificato un cambiamento strutturale.

Quando Giuseppe Conte afferma che la Germania guarda al mondo “con gli occhiali di dieci anni fa” dice, al di là della concitazione del momento, una cosa vera. Angela Merkel è stata infatti l’ultima interprete di una Germania fautrice di un sistema europeo ed internazionale di tipo normativo: incapace di ripensarsi come una grande potenza in senso tradizionale, la Germania ha sublimato l’idea egemonica puntando tutto sulle regole. I trattati europei hanno così definito un quadro di politiche e di limiti che la Germania pensava che potessero funzionare per un’Unione che si allargava.

Quando, nel 2005, Angela Merkel era stata nominata cancelliere, l’Unione aveva da poco compiuto lo storico allargamento a Oriente e vi era fiducia nella possibilità di portare avanti in parallelo l’allargamento e l’approfondimento dell’integrazione. La crisi economica iniziata nel 2008 ha però mostrato che la formula one size for all non poteva funzionare e che le divergenze caratterizzavano anche il club dei paesi fondatori. Di fronte a questo cambio di prospettiva la Germania ha scelto di non abbandonare la rotta, riaffermando con sempre maggiore insistenza l’importanza di seguire le regola dei trattati.

Tale irrigidimento è scaturito anche dal cambio degli equilibri interni al paese: l’affermazione di forze di chiara ispirazione nazionalista come Alternative für Deutschland ha obbligato la Cdu/Csu ad opporsi a politiche europee percepite come lesive degli interessi tedeschi. Questo sviluppo è stato reso anche possibile dal crollo verticale del peso politico dei socialdemocratici, maggiormente disponibili a una revisione in chiave europea dell’assetto esistente.

Questo ripiegamento ha però generato il paradosso di un Paese che conserva l’aspirazione a indirizzare l’Unione Europea e a mantenerla coesa, ma che, al contempo, fatica ad accettare che questa coesione passi per una serie di riforme strutturali. Ed è quello stesso Paese che si rapporta con un mondo in cui le logiche della Realpolitik prevalgono sull’approccio normativo immaginato nei primi anni Novanta.

Resta da chiedersi se tale momentanea perdita di visione della Germania sia dovuta all’esaurirsi della stagione merkeliana o se sia, invece, il riflesso di una più profonda trasformazione del sistema politico e sociale della Germania.

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