Annapolis si avvicina ma la pace resta lontana

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Annapolis si avvicina ma la pace resta lontana

16 Novembre 2007

L’ennesimo appuntamento “storico” per la pace israelo-palestinese nasce sotto i peggiori auspici, per ragioni assolutamente diverse da quelle descritte in questi giorni dai più noti annalisti mondiali. La maggiore debolezza di questo incontro, non è infatti prodotta dall’impasse evidente negli intensi contatti segreti che stanno intessendo le due delegazioni, sotto la regia di Condoleezza Rice. Anzi, paradossalmente, sul terreno del contenzioso israelo-palestinese, questa impasse non è poi così grave e potrebbe addirittura – come vedremo più avanti – essere superata da un impegno forte e sorprendente dell’Arabia Saudita.

La vera, drammatica debolezza di Annapolis è altrove, è tutta racchiusa nel fallimento pieno della strategia americana in cui Annapolis si inserisce: “il fronte sunnita”. Alcuni mesi fa, all’inizio del 2007, Condoleezza Rice, su suggerimento di Riyad, di Amman e del Cairo, ha elaborato una sorta di “dottrina” che prevedeva la formazione di una “catena sunnita” che doveva contenere e poi svuotare l’espansione di inabilità in Medio Oriente prodotta dalla sempre più forte iniziativa iraniana. Lo schema era semplice e partiva dalla constatazione che l’Iran di Ahmadinejad e Khamenei sta riscuotendo consistenti successi avendo messo in atto una forte attività destabilizzante con perno la sua strategia atomica e con bracci operativi Hamas, Damasco, Hezbollah libanese e Moqtada al Sadr in Iraq. Attività destabilizzante che si era mostrata nel pieno del suo vigore in Libano nell’estate del 2006, in Iraq dal febbraio 2006 (attentato di Samarra) in poi e in Palestina col conflitto Fatah-Hamas.

 Contro questo “fronte del jihad” sciita (“la mezzaluna sciita”, come la definisce il re di Giordania Abdullah II), Condoleezza Rice ha tentato di mettere in campo una politica di accerchiamento, una vera e propria “cortina”, che aveva e ha il suo caposaldo occidentale nell’Egitto, passa per la Ramallah di Abu Mazen e la Giordania di Abdullah II, trova il suo perno naturale nell’Arabia Saudita e negli Emirati e si ancora all’estremità orientale nel Pakistan armato di bomba atomica.

Il primo passo di questo “fronte sunnita” è stato l’apparente successo dello “storico accordo di Riyad” del marzo 2007, in cui proprio la leadership saudita pareva essere riuscita a imporre un modus vivendi e un nuovo esecutivo di unità nazionale palestinese di pieno raccordo tra Abu Mazen e Ismail Haniyeh. Ma quest’illusione è durata poche settimane e il suo risultato è stato esattamente l’opposto di quanto progettato. Hamas ha usato della breve Hudna – tregua per vincere il nemico, non per convivere in pace con lui, in termini coranici – per rafforzarsi e sbarazzarsi manu militari di al Fatah a Gaza. In quel passaggio si è verificata non solo la debolezza e l’inaffidabilità di al Fatah -e quindi di Abu Mazen -, minati da una corruzione e inefficacia straordinari, ma anche la totale inadeguatezza di Hosni Mubarak. Il tanto decantato influsso positivo su Gaza del generale Omar Suleiman – capo dei servizi segreti egiziani e numero due effettivo del Cairo – e del suo fiduciario palestinese Dahalan, alla prova dei fatti si sono dimostrati l’ennesimo bluff egiziano. Hamas ha infatti potuto fare piazza pulita a Gaza solo e unicamente perché la frontiera tra Egitto e Gaza era ed è un gruviera e Omar Suleiman non controlla nulla e non ha nessuna forza di pressione nel campo palestinese fondamentalista. Il fondamentale “perno occidentale” del “fronte sunnita” è così saltato con un Egitto tutto e solo teso dal 1981 a oggi, in perfetta continuità, solo e unicamente a preservare il proprio regime dall’influenza fondamentalista e per nulla intenzionato a imporre una soluzione positiva della crisi palestinese. L’immobilismo assoluto di Hosni Mubarak e i suoi effetti tragici sullo scenario occidentale sono apparsi esiziali.

Saltato il perno occidentale e quello centrale del “fronte sunnita”, con in più la pessima figura fatta dai sauditi, autori di un accordo burla a Riyad, passate poche settimane, è entrato in crisi irreversibile anche il suo caposaldo orientale con l’esplosione di un Pakistan in cui tutte le illusioni di Condoleezza Rice – e di George W. Bush – sulla affidabilità, in mancanza di meglio, di Parwez Musharraf, si sono infrante in un caos che peggiorerà da qui a poche settimane, con conseguenze immaginabili sul quadrante afgano.

Condoleezza Rice ha così dovuto prendere atto che non funzionava per nulla lo schema che era risultato vincente nei confronti dell’espansionismo sovietico nell’era Breznev (era questo infatti il precedente che il Dipartimento di Stato citava per illustrare i meriti del “fronte sunnita”), ma non ha cambiato strategia. Non l’ha fatto perché nella tradizione dottrinale statunitense – non parliamo di quella europea, che %C3