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Lo spettatore pagante

Argo è un film che potrebbe vincere l’Oscar del “politicamente corretto”

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Mentre il cinema italiano affonda per incassi (l’unico film da settembre ad oggi che ha dimostrato di poter scalare la classifica del botteghino è stato “Viva l’Italia” di Massimiliano Bruno) e soprattutto per qualità, dall’America continuano ad arrivare film sorprendenti. L’ultimo in ordine di tempo è “Argo” di Ben Affleck. Un film sin troppo “politicamente corretto”, che spande un’abile cortina fumogena sulla disastrosa conclusione della presidenza del democratico Jimmy Carter. Ma la spande in maniera eccezionale, mescolando storia e buonumore, dramma e divertimento. Siamo nel 1979.

La presentazione, con filmati d’epoca, ci fa capire come gli americani abbiamo sbagliato politica nell’appoggiare un sanguinario dittatore come lo Scià di Persia, deposto dalla “rivoluzione democratica” guidata dall’ayatollah Kohmeini. Quando la situazione precipitò, allo Scià Mohammad Reza Pahlavi venne concesso rifugio negli Stati Uniti. Ciò fece infuriare Khomeini. L’ambasciata americana di Teheran fu prima assediata e poi attaccata dai rivoluzionari. Gli impiegati vennero sequestrati per più di un anno. Carter tentò una mossa disperata. Un’operazione militare (il nome in codice era “artiglio d’aquila”, ma si rivelò una scorribanda di polli) finita malamente, che mise l’ultimo chiodo sulla sua bara politica (il repubblicano Ronald Reagan alle elezioni presidenziali alla fine del 1979 vinse a valanga). Questa è la storia. Gli americani subirono una cocente umiliazione. Il film di Ben Affleck, però, abilmente la fa sparire. E dal pantano estrae una gemma lucentissima.

La CIA – è un avvenimento realmente accaduto – incaricò un suo agente, Tony Mendez (interpretato in maniera splendida dallo stesso Affleck), di salvare sei americani che erano scappati dal’ambasciata durante l’assalto, e si erano rifugiati nella residenza dell’ambasciatore del Canada. Come riportarli a casa? Con la forza delle armi, come dimostrato, non era possibile. Allora bisognava giocare d’astuzia. All’epoca imperversava la moda cinematografica di “Guerre stellari” (uscito nel 1977), anticipato dal grande successo de “Il pianeta delle scimmie” (uscito nel 1968). Il geniale Tony Mendez giocò la carta hollywoodiana. Ideò una finta produzione per un film di fantascienza, dal titolo “Argo”.

L’ambientazione sarebbe dovuta avvenire in Iran. Per questa ragione, approdando prima in Turchia, arrivò a Teheran, dove chiese regolare autorizzazione al Ministero della cultura. Lì, con passaporti falsi, trasformò i sei funzionari americani in professionisti cinematografici canadesi, in città per dei sopralluoghi. “Argo” non esisteva. Ma Mendez lavorò come se esistesse veramente. Si servì di uno studio a Los Angeles. Fece una conferenza stampa a Hollywood. Scritturò attori. Comprò inserzioni pubblicitarie. Fece uscire articoli e interviste. E riportò a casa, facendoli sfilare sotto il naso sospettoso degli iraniani, i sei americani. Operazione perfetta. Da manuale. Mani pulite, senza sparare un colpo. Così la sconfitta subita sul campo dall’esercito di Carter, viene nascosta dalla grandiosa vittoria di un modesto funzionario.

Se ci dimentichiamo per un attimo il volto “politicamente corretto” di “Argo” (non sembri una ossessione, ma nel film ci sono i soldi dell’icona più lucente del “politicamente corretto” statunitense, George Clooney), dal punto di vista tecnico il film è un capolavoro di intelligenza e precisione. Si apre come un vecchio film di guerra di spie tipo “I tre giorni del Condor” (1975) di Sidney Pollack. Dramma intenso. Clima di guerra. Paura delle vittime. Tracotanza e violenza dei rapitori. Poi il colpo di genio. La situazione si rovescia. Dal claustrofobico scenario di Washington si passa all’allegra compagnia di Hollywood. I produttori cinematografici, come è noto, hanno sempre aiutato l’amministrazione e l’esercito. Ma un conto erano i fratelli Warner al tempo della seconda guerra mondiale.

Altra cosa sono i due produttori scelti da Mendez. Uno smilzo, l’altro sin troppo in carne. Strani, stanchi, stravaccati, disincantati. Ma preziosi. Alla riuscita dell’operazione e al film. Quando uno dei due pronuncia la battuta «da sei mesi John Wayne è sotto terra, e guarda come è ridotta l’America», si capisce che ormai la vicenda militare si è intersecata con la commedia hollywoodiana. E lo spettacolo corre veloce, sino alla fine. Come in classico racconto per immagini, i buoni vincono, i cattivi perdono, le bandiere stelle e strisce sventolano, agli amici canadesi viene giurata riconoscenza sempiterna. E l’anonimo eroe torna a casa, tra le braccia della moglie e del figlio. Naturalmente si becca anche la gratitudine e la medaglia da Jimmy Carter. A pensarci bene “Argo” è un film da Oscar. Ne meriterebbe una vagonata. A cominciare dall’Oscar che non c’è, ma che potrebbe essere tranquillamente istituito: quello del “politicamente corretto”.          

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