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Aridaje con il “pericolo fascista”, ormai tema unico di certi giornaloni (de sinistra)

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Mamma mia che paura, c ’è stata un’esplosione! Dice chi ha buttato il “cerino” fascismo nella polveriera italiana. La campagna elettorale improvvisamente è attraversata da atti di teppismo politico in serie” scrive Ezio Mauro sulla Repubblica del 22 febbraio. Quei disperati del quotidiano Repubblica per cercare di limitare le perdite del centrosinistra, hanno lanciato una campagna contro il fascismo incombente. La cosa in sé non sta in piedi: il fascismo è impossibile senza una situazione di guerra guerreggiata (prima quella mondiale poi quella civile), e se non ha un ampio appoggio in settori decisivi delle classi dominanti. Il fascismo non esiste come pericolo incombente ma esiste un certo numero di idioti e di giovani sbandati lasciati senza riferimenti culturali, dare a questi il pretesto per picchiare e  farsi picchiare è irresponsabile. Ed è quello che è stato fatto. Poi Mauro constata come non ci sia più l’ombrello della convergenza antifascista per fermare fenomeni di questo tipo come avvenne negli anni Settanta. Anche questo è inevitabile: l’antifascismo italiano era la forma con la quale democristiani e comunisti lavorarono per impedire che la guerra fredda europea e planetaria divenisse guerra civile nazionale. Finita la guerra fredda quella “forma della politica” ha perso di senso. Ci vorrebbe una sorta di convergenza civica, ma questa è stata impedita da quotidiani come Repubblica, con la guerra senza quartiere ieri a Silvio Berlusconi, oggi a Matteo Salvini. Una guerra usata al fondo per svuotare la funzione del voto popolare, logorando quindi alla base la convivenza democratica. Chi, cioè giornalisti come Mauro, ha molto contribuito a determinare questa situazione di disgregazione fa bene in qualche modo a ragionare sulle posizioni sbagliate che ha alimentato, ma finché non si porrà il problema di valorizzare e non svuotare il voto democratico, qualsiasi appello sarà essenzialmente retorico.

E la prima via per disprezzare gli elettori e disgregare la nostra democrazia è mostrificare l’avversario, per esempio chiamando uno spigliatissimo pagliaccio dottor Gribbels, e assaltando un politico dai toni un po’ vivaci, talvolta rozzi, come Matteo Salvini come se fosse una SS. Così si comporta quella tronfia stralunata di Laura Boldrini (incapace di capire che mentre bisogna isolare rigorosamente qualsiasi adulto che si richiami a ideali neonazisti, si deve insieme e invece lavorare per recuperare giovani storditi da una politica svuotata nella sua anima democratica)  che sul leader della Lega dice a Radio anch’io del 27 febbraio: "Stamattina Salvini sembra voler rifiutare il sostegno di Casapound che ieri aveva invece accettato di buon grado. Evidentemente nel frattempo Berlusconi gli ha tirato le orecchie". O la Repubblica che scambia (prima pagina del 26 febbraio) una bandiera beffarda per uno stendardo nazista e viene presa in giro per il suo forcaiolismo persino dal Fatto quotidiano sul sito online del 27 febbraio: “’Bandiera neonazista al comizio di Salvini’ ma si tratta di una fake news”.

Ma chi è il regista di riferimento per Di Maio? Mastrocinque o Monicelli? La mia elezione ha sancito che dovessi gestire io questi passaggi, ma con Grillo e Davide ci sentiamo spesso. Beppe è una persona che anticipa i tempi, un patrimonio di conoscenze per noi” così dice Luigi Di Maio in un’intervista a Francesca Schianchi sulla Stampa del 18 febbraio. Quando parlano i grillini non sai mai se la regia è di Camillo Mastrocinque o di Mario Monicelli. Certamente il loro stile generale è molto quello di Totò cerca casa, quindi mastrocinquesco. Ma la prosa ricorda l’indimenticabile lettera scritta da Totò e Peppino De Filippo: “veniamo noi con questa mia a dirvi, a dirvi una parola”, puro Totò, Peppino e la... malafemmina, puro Monicelli (e Steno).  

Per Travaglio la magistratura è un po’ politicizzata, come quelle donne che sono un po’ incinta. Ricordate l’inchiesta su Virginia Raggi” scrive Marco Travaglio su il Fatto del 21 febbraio. Il nostro Saint Just alla bagna cauda si esercita nella difesa della Raggi (e anche di Henry Woodkock). Mentre rendiamo omaggio almeno a questo sprazzo di garantismo, non possiamo non notare una contraddizione nel ragionare del più attivo forcaiolo nazionale: quelli che stanno perseguitando il sindaco di Roma e il magistrato che opera nella procura di Napoli, sono magistrati? E sarebbero pubblici ministeri mossi da una strategia politica? E le uniche toghe politicizzate sarebbero quelle che indagano sui pentastallati e annessi amichetti in procura? Un pensiero obnubilato dall’amore per la ghigliottina non coglie come la tendenza alla politicizzazione di un ordine come quello della magistratura abbia una logica simile a quella della gravidanza: non si può essere un po’ incinta così come non si può essere solo un po’ politicizzati.

La sovranità democratica degli Stati membri della Ue trova finalmente un vero difensore. Da Bruxelles arriva l'allarme sul risultato delle elezioni in Italia: il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker ha manifestato la sua preoccupazione ‘per l'esito delle consultazioni’ spiegando che ‘dobbiamo prepararci allo scenario peggiore, cioè un governo non operativo in Italia" così una nota del Tgcom online del 22 febbraio registra le parole del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. E così ora il famigerato lussemburghese è preoccupato che gli Stati membri dell’Unione non abbiano governi solidi e si metterebbe, in questo senso, alla testa di un movimento contro lo svuotamento della sovranità democratica. Un po’ come se Barbablù decidesse di guidare la lotta al femminicidio.

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