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La Cina e i diritti umani

Arrestati i firmatari della Carta 08: chiedevano democrazia e libertà

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L’Onu celebra il sessantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Ma in Cina, ricordare questa ricorrenza è molto pericoloso: può costare l’arresto. 303 cittadini cinesi hanno firmato un documento chiamato “Carta 08” (il cui nome ricorda il noto “Carta 77” dei dissidenti cecoslovacchi), in cui si chiede al governo libertà religiosa, democrazia e rispetto dei diritti umani. Fra i firmatari di “Carta 08” vi sono intellettuali di molte università cinesi, ma anche imprenditori, contadini, semplici cittadini.

Il documento riconosce qualche qualità positiva all’attuale regime di Pechino: i cambiamenti avvenuti negli ultimi 20 anni, con l’uscita del Paese dal totalitarismo di Mao Tse-tung e la conseguente sconfitta della miseria in cui versava la popolazione. I firmatari vogliono anche ricordare che: “nel 1998 il governo cinese ha firmato due importanti documenti internazionali sui diritti umani; nel 2004 ha emendato la costituzione per inserire la frase ‘rispettare e proteggere i diritti umani’; che quest’anno 2008 ha promesso di promuovere un ‘piano nazionale d’azione sui diritti umani’”. Purtroppo – si conclude – “la maggior parte di questo progresso politico non è andato oltre le affermazioni scritte sulla carta”. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: prosegue la violenza di Stato contro i dissidenti, dilaga la corruzione.

Lungi dall’ottenere una maggiore eguaglianza, si sono accentuate le differenze fra le classi sociali. Giusto per fare un esempio: in Cina la sanità è la più cara del mondo, in rapporto al basso potere di acquisto dei cinesi. Quando Pechino ha svolto un’indagine online tra i cittadini, chiedendo quali fossero i difetti principali del sistema sanitario, le 17.000 risposte ottenute convergevano su tre punti principali: costi alti, assicurazioni sanitarie proibitive e servizi scadenti. Le autorità cinesi hanno ammesso solo questa settimana il disastro causato dalla crisi economica, da cui la Repubblica Popolare non è affatto immune. L’emergenza ambientale è la più grave del mondo: ogni anno, la Cina accresce dell’8-9% le emissioni globali di Co2 nell’atmosfera. Le misure anti-inquinamento condotte prima delle Olimpiadi (applicate in modo molto drastico, con chiusura o trasferimento di interi impianti industriali e leggi restrittive sul commercio nella capitale) hanno interessato la sola regione di Pechino e hanno avuto effetti limitati. La rivolta scoppiata in Tibet la primavera scorsa e il rischio di ribellione nella popolazione musulmana del Turkestan orientale, rivela quanto la questione delle minoranze sia ancora esplosiva. La Cina ha ammesso di essere “indietro” nel rispetto dei diritti umani.

A questo proposito, torna molto utile una lettura della dichiarazione della Commissione contro la Tortura delle Nazioni Unite, rilasciata il 22 novembre scorso. Pur ottimista sui progressi compiuti dallo Stato-Partito cinese (e già non dovrebbe essere considerato “normale” uno Stato che coincide con un Partito unico di governo), in una decisione legalmente vincolante, il Comitato ha richiesto un’indagine sulla raccolta illecita di organi di praticanti del Falun Gong, l'ultima di una lunga serie di azioni intraprese da scrittori, avvocati, medici e rappresentanti di governo per ricercare e condannare tali abusi. Dalle altre richieste formulate dalla Commissione, con tutto il tatto diplomatico possibile, si deduce che in Cina i prigionieri sono costretti a rieducazione e lavori forzati, gli avvocati sono troppo spesso arrestati e non si sa nulla del maltrattamento (e delle morti “accidentali”) nelle carceri. Si pratica ancora la tortura psichiatrica, come nell’Urss dei tempi di Chrushev e Breznev: questa settimana, il governo di Xintai (Shandong) è stato accusato di avere internato in ospedale psichiatrico, dal 2006, almeno 18 persone che volevano presentare petizioni di protesta contro corruzione e malgoverno. Pare che siano state rilasciate solo dopo avere sottoscritto una rinuncia alla protesta.

Per questo e altri motivi, i firmatari del manifesto definiscono “folle” la modernizzazione cinese, così come è stata condotta sinora con metodi autoritari. La via indicata dalla Carta è quella della liberalizzazione. “I diritti umani non sono concessi dallo Stato” - afferma il documento - “ogni persona nasce con inerenti diritti alla dignità e alla libertà” e dunque “il governo esiste per la protezione dei diritti umani dei suoi cittadini” e “l’esercizio del potere dello Stato deve essere autorizzato dal popolo”. E anche il percorso è quello liberale classico. Primo: separazione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Esecutivo e legislativo devono essere resi elettivi con suffragio universale e sistema multipartitico. Il potere giudiziario deve essere completamente riformato, visto che oggi i giudici stessi ammettono di essere obbligati ad emettere sentenze favorevoli al Partito e ai suoi interessi. Secondo: separazione fra Stato e religione, abolendo l’attuale sistema di registrazioni, in base al quale lo Stato-Partito può discriminare fra religioni e controllare quelle permesse. Terzo: garanzia della proprietà privata, riconosciuta ufficialmente dallo Stato solo da tre anni e non ancora del tutto definita (visto che attualmente è sia individuale che collettiva e statale). Quindi i contadini (che attualmente sono in affitto) devono diventare proprietari della terra che lavorano. Quarto: federalismo, l’unico sistema in grado di tenere assieme una terra così vasta e così multiforme senza bisogno di imporre un’autorità centrale dittatoriale.

Inutile dire quale sia stata la risposta di Pechino a queste proposte di riforme: uno dei firmatari più in vista di Carta 08, l’intellettuale Liu Xiaobo è stato arrestato dalla polizia lo scorso 8 dicembre. Un altro, Zhang Zuhua, è stato sottoposto a interrogatorio per 12 ore e poi rilasciato. Lo scienziato Jiang Qisheng e l’avvocato Pu Zhiqiang sono stati interrogati. Pu è sotto il controllo della polizia. Wen Kejian, pure firmatario di Carta 08, ammonito dalla polizia di non frequentare altri attivisti e non lasciare la città di Hangzhou. Chen Xi, Shen Younian e Du Heping, arrestati dalla polizia il 4 dicembre a Guiyang (Guizhou).

Come a Tienanmen, insomma, alla domanda di democrazia, Pechino risponde con la forza. Ma il solo fatto che esista un gruppo di cittadini, anche di umili origini, dotati del coraggio necessario a sfidare pubblicamente l’autoritarismo dimostra che non tutti i cinesi sono nazionalisti, felici e orgogliosi della loro potenza, così come vengono dipinti dalle nostre parti. Dimostra anche che il liberalismo, quello classico della difesa dei diritti individuali, è ancora visto in alcune parti del mondo come una filosofia della liberazione dell’uomo.

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