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Aspettando il Papa coi ragazzi della Fazenda della Speranza

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A 150 chilometri da San Paolo del Brasile lavora quel matto di padre Hans. Domani, venerdì, arriva a trovarlo Benedetto XVI, nella sede storica della sua organizzazione, che si chiama Fazenda della Speranza. Che cos’è la Fazenda della speranza? E’ esattamente ciò che promette con il nome, perché la pazzia di padre Hans sta tutta qui: dare una speranza a quelli che l’hanno persa. O forse non l’hanno mai avuta.

Arrivo alla Fazenda in una calda mattinata dell’inverno brasiliano. Il sole è alto e forte, la vegetazione ricca e potente, la terra rossa, come la terra d’Africa. Alla Fazenda c’è grande fermento: fra quattro giorni arriva il Papa. Tutto è in disordine, ma tutto sarà pronto per venerdì. Qui vivono 128 ragazzi disperati, strappati alle favelas o più spesso alle prigioni. Arrivano che odiano tutto e tutti, strafatti di crack, colla o benzina. Arrivano con quelle facce sbagliate, quegli occhi cattivi di chi inizia la giornata con il coltello fra i denti e la finisce piantandolo nella pancia a qualche altro disperato dopo avere puntato una pistola contro il finestrino di qualche macchina di lusso ferma al semaforo.

Padre Hans è seduto su un grande sasso. Indossa una orribile maglietta a righe con le maniche corte, di quelle che solo i tedeschi di pessimo gusto sono capaci di mettere. I piedi, gonfi e malandati, sono infilati in un paio di sandali che avrebbe dovuto cambiare due o tre anni fa. Ha una faccia un po’ così e dice cose un po’ così, ma gli occhi sprizzano forza da tutti i pori. Aiutato da un po’ di soldi raccolti in mezzo mondo ha aperto 43 sedi della sua Fazenda: migliaia di ragazzi sono vivi grazie a lui.

Oggi arriva un pulmann con un vescovo tedesco e 40 ragazzi che stanno facendo il programma di recupero. Padre Hans prende i suoi per mano e li porta nel piazzale polveroso ad aspettare l’arrivo. Spuntano chitarre e tamburi: l’attesa diventa un irresistibile concerto, con 150 persone che ballano e cantano in mezzo alla polvere.

Quando arrivano i crucchi ci si abbraccia, superando l’istintiva diffidenza. Ragazzi neri come il carbone, alti e muscolosi abbracciano ragazze tedesche bianche come il latte. In comune hanno quelle facce che sanno di notti insonni, pasticche, siringhe o pipette da crack. Quelle facce che sanno di vodka  o gin, ma non un bicchiere: una bottiglia. Quella facce che se le incontri per strada abbassi gli occhi e guardi dall’altra parte.

Ecco, padre Hans li prende per mano e gli ricostruisce la vita pezzo per pezzo. 

Alla Fazenda tutto è spartano. Ci si sveglia presto, si lavora tanto, si va a letto presto. Tutti i giorni, anche la domenica. Pensate lo shock, per persone abituate a svegliarsi tardi, non lavorare ed andare a dormire ancora più tardi.

Il mio amico Marcos ha 34 anni. Viene dalla più grande delle favelas di San Paolo. Ha fato 91 mesi di carcere. E’ stato in 9 prigioni. Ha sniffato la colla per la prima volta a 14 anni. Ha rubato alla mamma, alle sorelle, ai loro mariti e a tutti quelli per i quali ha lavorato. Da sette mesi è con padre Hans. Mi mostra tutto orgoglioso il piccolo allevamento di maiali di cui è responsabile. Mi spiega la malattia di due cuccioli, l’aggressività delle scrofe. Una sua sorella è morta di epatite a 27 anni.

Oggi è domenica e ci sono le visite. Ma oggi è la domenica che precede l’arrivo del Papa. E allora la Messa delle tre del pomeriggio è l’occasione di fare il punto della situazione. Padre Hans si arrabbia durante l’omelia. E grida con il suo vocione nel microfono. E’ arrabbiato padre Hans, arrabbiato perché non tutti si danno da fare come dovrebbero. E questo lo fa doppiamente arrabbiare, perché vuol dire che qualcun altro dovrà lavorare di più. Mancano quattro giorni e la Fazenda è un cantiere disperato. Ma Hans sa che i suoi ragazzi ce la faranno. Ce la faranno anche a finire il pavimento della nuova chiesa che Benedetto XVI viene ad inaugurare.

Gli occhi dicono tutto. E quelli di padre Hans dicono che si può fare un mondo migliore. Se lo si vuole.

 

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