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Europa divisa

Asse franco-tedesco… o forse no

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L’annuncio del Recovery Fund ha suscitato un dibattito molto serrato non solo per i contenuti dell’iniziativa, che si presenta comunque come interessante, quant’anche per il fatto che a promuoverla è stato il duo Merkel-Macron.

Dal livello di ambizione e dell’articolazione del progetto si comprende agevolmente che si tratta del frutto di una trattativa che va avanti da tempo. Altrettanto comprensibile è la scelta dei due governi di definire una proposta al di fuori del Consiglio europeo, troppo sovraesposto dal punto di vista mediatico e con gli esecutivi ostaggio delle rispettive opinioni pubbliche.

La via scelta da Parigi e Berlino per la strategia di rilancio ha però suscitato – non poteva essere altrimenti – una serie di preoccupazioni circa il riproporsi di un asse franco-tedesco capace di indirizzare e, soprattutto, di imporre tempi e modi del processo di integrazione europea. Ritornano alla mente le immagini, oramai mitologiche, di Charles de Gaulle e di Konrad Adenauer, e quelle, decisamente più prosaiche, di Jaques Chirac e Gerhard Schröder.

La questione dell’asse franco-tedesco non riguarda solo gli effettivi contenuti politici condivisi e veicolati dai due governi, ma investe anche la dimensione percettiva. L’asse Parigi-Berlino viene infatti visto da diversi paesi come un mal digeribile di concentrare il potere decisionale limitando la partecipazione. Questo è stato sentito soprattutto dall’Italia, che si è sempre sentita in diritto di essere “parte del vertice” e ha sempre visto come un torto questo G2 europeo.

Che questa conventio ad excludendum si sia creata in passato è argomento di discussione tra gli storici. Non sembra però, anche se molti commentatori ci hanno ricamato sopra, che al momento vi sia questa intenzione. È assolutamente vero che il Recovery Fund risponde a bisogni interni ai due Stati proponenti, ma questo non lo definisce come tentativo egemonico. La soluzione proposta va, infatti, ben al di là degli interessi contingenti dei promotori e dei singoli Stati membri: il potenziamento del bilancio comunitario rappresenta una svolta importante nella misura in cui rende l’Unione più autonoma rispetto alle singole posizioni nazionali (non tanto quelle dei grandi Stati quanto delle minoranze di blocco costituite dai Paesi più piccoli).

A voler essere provocatori, si può sostenere che il vero rischio non deriva dall’eccessiva forza dell’asse Parigi-Berlino, bensì dalla sua potenziale debolezza. In questi giorni Macron ha visto una riduzione della sua base parlamentare, quantitativamente modesta ma importante perché rende il partito meno trasversale. Più granitica appare la leadership di Angela Merkel, anche se il recente intervento a gamba tesa della Corte di Karlsruhe ci ha fatto capire che il governo è un “sorvegliato speciale” nella costruzione di politiche che possono incidere sui principi fondamentali dell’ordinamento tedesco. Non sembra, al momento che questi possano rappresentare fattori ostativi determinanti dell’iniziativa politica dei due paesi, ma nel caso in cui uno dei due proponenti venisse azzoppato l’altro difficilmente potrebbe portare a compimento il progetto.

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