Attenta Lega che nelle urne i “padani” si ricorderanno delle tasse

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Attenta Lega che nelle urne i “padani” si ricorderanno delle tasse

25 Agosto 2011

La drammatica crisi finanziaria in atto, nata sui mercati privati a causa degli errori della regolazione pubblica americana, e subito trasferitasi sugli immani debiti pubblici accumulati dalle democrazie europee (e non solo), ha avuto se non altro un effetto benefico. Ha costretto tutti, ma proprio tutti, a guardare in faccia la realtà ed a ragionare con realismo e concretezza sul da farsi. Come giustificare altrimenti il fatto che oggi si parli tranquillamente di fissare in Costituzione il principio del pareggio di bilancio mandando così d’un solo colpo in soffitta sessant’anni di filosofie economiche keynesiane e di politiche interventiste e stataliste. E la sinistra, dopo aver vissuto il crollo del comunismo, oggi assiste impietrita al vento che spazza via l’intero armamentario teorico con il quale aveva cercato di sopravvivere alla fine del mito collettivista. Ma lo spavento è tale che nessuno si azzarda nemmeno a sussurrare obiezioni o perplessità su quello che oggi appare come l’unica strada per cercare di porre rimedio (e speriamo non sia troppo tardi) alla bancarotta della democrazia del deficit spending ideata da un economista aristocratico inglese che di democrazia (e secondo alcuni anche di economia) sapeva poco.

Ma quando dall’astrattezza dei principi si scende sul piano delle misure concrete necessarie per realizzare i medesimi ecco che la politica italiana non si smentisce. Sul contenuto del decreto è subito ripreso il balletto nel quale molti dei protagonisti appaiono solo intenti a coltivare piccole rendite di posizione e ad alimentare inutili spirali demagogiche. Assistiamo così a quanti reclamano a gran voce l’abolizione tout court delle province o il dimezzamento immediato del numero dei parlamentari, quasi che misure del genere, oltre che a sfamare la belva dell’antipolitica, potessero contribuire in modo significativo al risanamento dei conti dello Stato. O viceversa assistiamo alla posizione di quanti si ostinano a rifiutare di prendere in considerazione l’unico capitolo di spesa che può seriamente contribuire a ridurre l’ammontare complessivo della spesa pubblica e quindi del deficit, il capitolo della spesa per le pensioni.

Sono circa vent’anni che il nostro Paese è alle prese con il problema pensioni. E, anche se molto è stato fatto, si poteva fare molto di più. Basti pensare alle pensioni di anzianità che, soprattutto in presenza di un significativo aumento dell’aspettativa di vita, rappresentano un assurdo sociale ed una bomba finanziaria. O alle pensioni reversibilità che, nate per consentire – anche dopo la scomparsa del marito – il sostentamento delle donne che avevano dedicato la propria alla famiglia, sono oggi diventate molto spesso un caso clamoroso di sperpero e di furbizia. O all’età del pensionamento di vecchiaia delle donne che, previsto quando il lavoro femminile era considerato quasi un’eccezione sociale, appare oggi del tutto illogico (anche considerando che in Italia le donne vivono in media oltre 5 anni più degli uomini).
Ad un osservatore neutrale sembrerebbero capitoli scontati di un dossier dedicato ad una seria azione di risanamento finanziario. Ma la tentazione di lucrare qualche piccolo vantaggio elettorale, ergendosi a tutore di un gruppo sociale piccolo (ma consistente) è troppo forte.

Ed ecco allora la Lega ergersi a baluardo dei pensionati del Nord (le cui pensioni vengono peraltro pagate dai lavoratori e dagli imprenditori del Nord) e opporre il proprio veto a qualunque intervento sul punto. Anche a costo di avallare quell’assurdo “contributo di solidarietà”, che altro non è se non l’innalzamento temporaneo del 5 o del 10% dell’aliquota delle imposte sui redditi alti (anch’essi concentrati prevalentemente al Nord). Ovvero l’esatto contrario di quella rivoluzione liberale che il vento del Nord avrebbe dovuto realizzare. Stia però attenta la Lega. Le fini tattiche politiche rischiano di realizzare disastri strategici. Come dimostrò il deludente risultato elettorale del 1996, quando proprio sulla riforma delle pensioni la Lega fece cadere il primo governo Berlusconi, il popolo del Nord è abituato a ragionare (ed a votare) in modo molto concreto. E se un governo gli alza del 10% (!) le tasse difficilmente se ne dimenticherà nelle urne.