Auguri a Lou, a Dio Lucio

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Auguri a Lou, a Dio Lucio

02 Marzo 2012

Così, improvvisamente, se n’è andato Lucio Dalla. Per infarto, mentre era indaffarato nell’ennesimo giro di concerti, in una camera d’albergo svizzera, pochi giorni dopo la sua apparizione a Sanremo a fianco dell’esordiente Pierdavide Carone, a poche ore dal sessantanovesimo compleanno.

Ed ecco un vuoto imprevisto nel mondo della cultura italiano. Diciamo cultura nel senso più ampio del termine, lasciando perdere la presuntuosa distinzione fra quella “alta” e quella “bassa”. Dalla riusciva a piacere un po’ a tutti, scavalcando livello sociale e culturale, era simpatico sia ai vecchi che ai bambini. Ha fatto di tutto, per quasi cinquant’anni: è apparso sugli schermi dei cinema e delle televisioni, registrato decine di dischi, suonato in centinaia di concerti. I nati nei Settanta, come chi scrive, lo sentivano quasi di famiglia, una presenza rassicurante e meritevole di rispetto umano e artistico, a prescindere. Poteva capitare che nemmeno ci fosse un suo album in casa, ma ogni volta che una canzone di Dalla passava o ripassava in televisione o alla radio, era impossibile trovarla brutta. Per forza, Dalla era bravo. E dava l’impressione di onorare al massimo i talenti che gli erano stati donati, con un’agilità e disinvoltura quasi da folletto.

Istrione sullo schermo e sui palchi, compositore geniale, era anche poeta. Infatti, come altri colleghi cantautori, è finito nelle antologie scolastiche. Ci fu chi polemizzò per quella condivisione di dignità con Manzoni e Montale regalata a cantanti, dimenticando che la poesia nasce comunque dalla musica, dal canto. Solitamente sui banchi scolastici finiva il testo de “L’anno che verrà”, uno dei più belli. Nelle antologie ci sono poesie di nomi illustri molto più brutte, senza nemmeno il pregio dell’ accompagnamento di bella musica.

Ci fu un momento nella carriera di Dalla in cui la poesia “ufficiale” si incontrò con la canzone, un momento alto, indubbiamente. Dal 1973 al 1976 collaborò con il Roberto Roversi, il poeta ex partigiano, fondatore di “Officina” insieme a Pasolini. Frutto di quel lavoro comune, di Roversi ai testi e Dalla alle musiche, fu la memorabile trilogia “Il giorno aveva cinque teste”, “Anidride solforosa”, “Automobili”. I rapporti fra i due si interruppero soprattutto perché il poeta voleva scrivere canzoni sempre più politicizzate, erano anni che chiedevano scelte precise, di sinistra. Invece Dalla decise di scrivere di altro, o meglio di essere più universale, cantando, l’amore, la vita. Anche la politica, quando serviva, mica troppo, anche Dio. C’è molto Dio nell’ultimo Dalla, belle testimonianze del suo cattolicesimo che si usa dire “inquieto”, come se potesse esistere un vero cattolicesimo nella quiete.

Così abbandonò Roversi e la canzone “impegnata” ed invocò la fine di quell’epoca torva, violenta ed ideologica. L’invocazione, l’augurio è proprio ne “L’anno che verrà”, pubblicata nel ’79, fra il sequestro Moro e la strage nella sua Bologna.

Perdendo un poeta per i testi, Dalla si fece ancora più poeta lui stesso, in parole e musiche. E divenne ancora più popolare e amato.

Ci mancherà, ci mancheranno la notizia di un nuovo album, una nuova comparsa in televisione, un’altra canzone da canticchiare quasi senza accorgersene. 

L’unica consolazione, la bella notizia di questo mesto inverno è che un altro grande della musica, Lou Reed è arrivato ai settant’anni.

Auguri a Lou, a Dio Lucio.