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Autonomia dalla Stato e dalla politica: ecco il segreto del Tea Party

Il debito pubblico italiano lo possiamo vedere, aggiornato al secondo, sul sito del think tank Istituto Bruno Leoni. Fa impressione vedere come questa cifra ammontasse a 1.853 miliardi 616 milioni 467 mila 523 euro quando ho iniziato a scrivere questa frase e 1.853 miliardi 616 milioni 696 mila 367 euro quando ho finito. Il debito pubblico italiano aumenta costantemente a un ritmo di 2.735 euro al secondo, 164.112 al minuto, 10 milioni all'ora, 236 milioni al giorno. E’ pari al 118% del Pil. E nessuno si ribella. Anzi: la ribellione è scatenata da chi, nella destra come nella sinistra, vorrebbe più interventi e aiuti di Stato. Negli Usa il debito pubblico è molto più contenuto, se comparato al Pil. “Siamo sulla strada giusta per arrivare a un debito pubblico pari al 100% del Pil”, scriveva giovedì, sulla National Review, un inorridito Victor Davis Hanson, storico e opinionista conservatore. Intanto, al 100%, non ci sono ancora arrivati: erano al 52% alla fine del 2009. Noi, allora, il 100% lo avevamo già superato di 15 punti percentuali.

Questa premessa economica è necessaria per capire perché, negli Usa, gli elettori hanno sonoramente bocciato la politica economica del presidente Barack Obama. Non perché abbia aumentato le tasse, ma proprio perché ha moltiplicato le spese e aumentato, in modo irresponsabile, il debito pubblico. L’Istituto Bruno Leoni ha ospitato a Milano, lunedì scorso, un protagonista di questa storica tornata elettorale: Matt Kibbe, assieme al giornalista Oscar Giannino e all’ex ambasciatore americano all’Ue, C. Boyden Gray. Kibbe, economista, leader del think tank Freedom Works, è considerato la principale mente del movimento Tea Party, assieme all’ex leader della maggioranza repubblicana Dick Armey, col quale ha scritto “Give Us Liberty”, il manifesto della nuova Rivolta del Tè.

Lo avevamo incontrato a Washington DC, nel corso delle elezioni, mentre i monitor dei computer della sede di Freedom Works snocciolavano dati sempre più esaltanti per i Repubblicani e per i militanti del Tea Party che li sostenevano. Freedom Works è un ambiente giovane, pieno di studenti e neolaureati. Tutti o quasi sono libertari, quantomeno favorevoli al libero mercato. Lo dimostra la fitta presenza di bandiere gialle con la serpe arrotolata e la scritta “Non calpestarmi”, il motto indipendentista della Rivoluzione Americana, poi divenuta bandiera del libertarismo. Lo dimostra anche, subito all’ingresso della sede, un grande poster di Ayn Rand, filosofa e scrittrice, madrina del nuovo individualismo contemporaneo.

Matt Kibbe ha una porta tappezzata di vignette e fotomontaggi che mette subito di buon umore chi lo sta approcciando. Pochi, in questo ambiente, amano la seriosità tipica della politica. Una volta che lo si ha di fronte, però, Kibbe penetra l’interlocutore con i suoi occhi grigi. E, con la sua voce di basso, fa capire sin da subito che è una persona che non può non essere presa sul serio. Come quando, in tono ultimativo, ha lanciato un messaggio post-elettorale a tutti i nuovi congressisti: “Il vostro mandato è chiaro. Avendo vinto la maggioranza alla Camera e un potere di ostruzionismo al Senato, le vostre navi politiche sono state bruciate dietro di voi. Politicamente parlando avete una sola scelta: passate all’attacco e respingete, sostituite e private di fondi l’Obamacare entro il 2011, o rischierete di essere bocciati dall’elettorato nel 2012”.

Matt Kibbe, come giudica la vittoria del Partito Repubblicano?
E’ una svolta storica, specialmente per la Camera dei Rappresentanti (dove il Partito Repubblicano ha ottenuto la maggioranza assoluta, ndr), tanto che bisogna andare indietro fino al XIX Secolo per trovare qualcosa di simile. Perché il dibattito, qui, era su questioni fondamentali. E’ stata bocciata la politica della spesa pubblica di Obama e dei Democratici e abbiamo rimesso le buone idee economiche in carreggiata.

Può essere paragonata alla vittoria repubblicana del 1994, considerata allora come una mezza rivoluzione?
E’ molto di più del 1994. Perché è una vittoria più profonda, filosoficamente fondata: era chiaro quel che i candidati in competizione volessero, quale fosse la loro visione dell’economia. E in più è una vittoria determinata da un network di attivisti, il Tea Party, che è cresciuto al di fuori del mondo politico.

Però alcuni pezzi forti del Tea Party, come Christine O’Donnel e Sharron Angle, sono stati bocciati dagli elettori. Può considerarsi come una vittoria del movimento?
Il Tea Party non è un partito politico, è un movimento altamente decentrato, riunito nel nome di alcuni principi fondamentali. Non si può misurare contando quanti dei “suoi” candidati sono stati eletti, ma quanto profondamente ha influenzato l’agenda dei partiti politici. Il programma del Gop si è completamente adattato alle richieste del Tea Party. E’ indiscutibile che ogni candidato che ha vinto in queste elezioni, ha vinto grazie a un programma ispirato al Tea Party. Vale anche per i Democratici, basti fare l’esempio di Joe Manchin: il governatore della West Virginia si è presentato con un programma anti-Obama. Tra tutti i candidati repubblicani, è ormai sempre più difficile distinguere fra i programmi di chi ha l’endorsement dei Tea Party e di chi non ce l’ha. Statisticamente, 4 elettori su 10 dichiarano di condividere le idee del movimento.

Il Tea Party può essere considerato come un movimento repubblicano, o come qualcosa di nuovo e diverso?
Non è un gruppo repubblicano e non lo si può neppure definire un’organizzazione politica in senso proprio. E’ un movimento fondato su alcune, basilari idee. Idee come: “Lo Stato non deve spendere soldi che non ha”, oppure “lo Stato non deve sostituirsi a compagnie private nel fornire un’assicurazione sanitaria”. Il governo ha ignorato quel che la gente chiedeva e pensava. Ha superato i suoi limiti. Ed è questo che interessa.

Quali sono i punti principali del programma del Tea Party?
Sono soprattutto tre. Prima di tutto, ridimensionare lo Stato: riduzione delle tasse, taglio delle spese, eliminazione del debito pubblico. Sostanzialmente: impedire allo Stato di spendere quel che non ha. Secondo: impedire che lo Stato invada il campo della sanità. Dunque opporsi all’Obamacare. Tutti questi elettori, si aspettano che ora il Congresso agisca per respingerla. Terzo: opposizione alla regolamentazione “cap and trade” (compra-vendita di quote di carbonio emesso, per incentivare la riduzione di Co2, ndr), per impedire che si ripercuota sui costi dell’energia. Finora abbiamo parlato di libertà economica.

Ma che dire della libertà personale, etica?
Io non penso che si possano dividere del tutto i due aspetti della libertà, come spesso si legge sulla stampa, soprattutto europea. Se abbiamo un governo molto ridotto, gli individui sono più liberi di fare le loro scelte. Puoi essere un conservatore culturale, puoi essere contro l’aborto e contro i matrimoni gay, eppure continuare a credere che lo Stato non debba essere coinvolto in questi dibattiti. Questa del Tea Party è soprattutto una coalizione di persone che vogliono essere indipendenti.

Solitamente i media europei vedono il Tea party come un movimento profondamente religioso e conservatore. Realtà o stereotipo?
In parte è un luogo comune, politicamente motivato. Ma soprattutto, chi parla in questi termini non capisce che si può essere cristiani e culturalmente conservatori ed essere, allo stesso tempo, credere che lo Stato non debba imporre un unico set di valori agli altri.

L’Obamacare è spesso considerata come un grande successo di Obama, qui in Europa. Quale è il lato oscuro di questa riforma, tanto oscuro da sollevare l’indignazione di così tanta parte dell’opinione pubblica?
In primo luogo la riforma sanitaria costa e pesa sul debito pubblico, in un periodo in cui non ce lo possiamo permettere. Secondo: tutta la riforma ruota attorno all’obbligo individuale all’assicurazione sanitaria, in base al principio che ogni americano deve essere coperto. Al di là della retorica, questo principio, nella pratica, si traduce in un enorme trasferimento di ricchezza dai cittadini giovani e in salute a quelli più anziani e meno in salute.

In sintesi, come possiamo definire il movimento Tea Party? A cosa mira?
E’ un movimento che vuole difendere la Costituzione. Che vuole far rispettare i limiti allo Stato previsti dalla nostra Costituzione. La quale pone dei paletti ben precisi all’azione di governo, oltre i quali i cittadini possono fare quel che vogliono, da individui indipendenti.

Eccola spiegata la ribellione contro l’espansione del governo federale americano e della sua spesa pubblica. E intanto, in Italia, nel momento in cui finisco di scrivere questo articolo il debito pubblico è salito a 1.853 miliardi 628 milioni 945 mila 556 euro. Inutile che andiate a controllare: sarà già molto, ma molto aumentato.

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1 COMMENT

  1. Io credo che il Tea Party
    Io credo che il Tea Party sia l’inno, il paradigma non tanto del liberismo, ma dell’egoismo più sfrenato. La riforma sanitaria di Obama mina lo strapotere dei ricchi, che vorrebbero semplicemente divenire più ricchi. Ed è ovvio che chi è contro questa prospettiva di civiltà, venga visto con favore da persone come voi, che di etico dimostra poco o nulla. Altro che Occidentale, io direi Tribale.

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