Bagdad riapre alle “quattro sorelle”. Ma chiede i danni per Oil for Food
03 Luglio 2008
Notizia numero due: l’Iraq apre di nuovo il proprio petrolio alle stesse società straniere che aveva cacciato 40 anni fa. “Le quattro sorelle” le chiamavano, anche se ora a dir la verità si presentano in cinque. Oltre a Bp, Shell, Exxon-Mobil e Total c’è infatti anche la Chevron in pole position per le gare d’appalto in vista di accordi che si dovrebbero firmare entro il giugno del 2009 (anche se formalmente le multinazionali qualificate sono in tutto 41, compresa l’italiana Eni). Così, per lo meno, ha annunciato il 30 giugno il ministro iracheno del Petrolio Hussein al-Sharhistani. Notizia numero uno: quasi in contemporanea, però, lo stesso governo iracheno si è rivolto a un tribunale di New York, chiedendo ben 10 miliardi di dollari per danni a una lista di varie decine di società da esso ritenute responsabili per le mazzette dello scandalo Oil for Food. E tra queste c’è, di nuovo, la Chevron, assieme a una gamma di altri nomi che vanno dalla banca francese Bnp Paribas alla società automobilistica svedese Volvo e al colosso farmaceutico Glaxo Smith Klein.
Un colpo al cerchio e uno alla botte? In effetti l’Iraq non è solo il Paese al mondo di più antica utilizzazione del petrolio, come testimoniano la Genesi, Erodoto e Diodoro Siculo. Prima ancora dell’indipendenza, quando al posto dell’Iraq esistevano solo i tre vilayet ottomani di Mossul, Bagdad e Bassora, fu teatro del primo storico grande compromesso sul greggio. Anni, quelli tra il 1912 e il 1913, quando da una parte Winston Churchill come Primo Lord dell’Ammiragliato ordina di sostituire il petrolio al carbone come carburante della Royal Navy, disponendo nel contempo per l’acquisto statale del 51% della Anglo-Persian Oil Company (Apoc): la futura Bp, creata nel 1908 dall’avventuriero William Knox d’Arcy su una concessione regalatagli dall’allora Scià. Ma dall’altra subito Guglielmo II di Germania cerca di assicurarsi i giacimenti che si prospettano in Mesopotamia, offrendo al governo di Costantinopoli la ferrovia Berlino-Bassora. Il sultano, pur ringraziando e incassando, non si fida però troppo di dipendere dai soli pur alleati tedeschi. Con la mediazione dell’armeno Calouste Gulbenkian provvede dunque a rilasciare le concessioni a una società in cui inglesi e tedeschi stanno dentro tutti assieme. Nella Turkish Petroleum Company, infatti, l’Apoc ha il 50%, un altro 25% la Shell, nata nel 1907 dalla fusione tra la compagnia olandese concessionaria in Indonesia e una società di trasporti inglesi già legata al commercio dell’oppio; e il residuo 25% la Deutsche Bank.
Ma la Prima Guerra Mondiale blocca le ricerche. E la pace fa passare la quota tedesca ai francesi, che nel 1924 costituiscono apposta la Compagnie française des pétroles, futura Total. In cambio, gli inglesi ottengono la possibilità di far passare oleodotti per i mandati francesi di Siria e Libano, e l’assenso di Parigi a una politica di porta chiusa verso Mobil e Standard Oil of New Jersey, futura Exxon. Ma, di nuovo, la tensione tra Londra e Washington blocca le ricerche, fino a quando il solito Gulbekian nel 1925 non trova la nuova mediazione che permette la partenza effettiva della nuova Iraq Petroleum Company (Ipc): 23,7% a testa a Bp, Shell, Total e un consorzio di americani che anticipa l’attuale fusione Exxon-Mobil; il resto allo stesso Gulbekian, che si guadagna così il soprannome di “Mister 5%”. Ma nel 1932, quando spira il mandato inglese imposto al neo-costituito Iraq dopo la Grande Guerra, il governo di Bagdad cerca di mostrare la sua nuova sovranità proprio col sottrarre i giacimenti dalla destra del Tigri al controllo di una società a capitale misto anglo-franco-americano, per girarli a una nuova società di cui è socia al 25% anche l’Agip. Nel 1934 le difficoltà finanziarie dei partner permettono alla nostra società di Stato di accrescere la propria quota al 44%. Nel 1935 un’analoga contingenza porta l’Agip alla maggioranza assoluta del 52%, mentre le prime prospezioni danno risultati spettacolari: 500 tonnellate giornaliere nel primo dei due punti considerati e addirittura 2.000 nel secondo. E nell’ottobre di quello stesso 1935 è aperto un pozzo che dà ben 20.000 barili al giorno. La relazione che arriva a Mussolini riferisce che in tutto l’Agip in Iraq ha già raggiunto “la quantità di circa 32.000 barili al giorno, corrispondenti a 1.750.000 tonnellate all’anno”. Dunque, un mare di greggio che avrebbe reso l’Italia del tutto autonoma dal punto di vista energetico, e perfino esportatrice. Ma il Duce quelle carte non le legge quasi, distratto come è dall’impresa coloniale vecchio stampo che ha deciso di condurre in Etiopia. Anzi, proprio per finanziare quella guerra dispendiosissima agli inizi del ’36 ordina all’Agip di liquidare tutto. Per 350.000 sterline, offerte dalla Chase Bank, il tesoro petrolifero italiano in Iraq torna in mano della Ipc.
Nel 1958 la monarchia è abbattuta da una cruenta rivoluzione, e nel 1961 il nuovo uomo forte Qasim nazionalizza il 99,5% delle concessioni. Lo stesso Qasim sarà ucciso nel
Con la nuova legge sul petrolio approvata dal governo nel 2007 alla Inpc sono stati riservati in linea di principio solo 17 degli 80 campi petroliferi del Paese. Inoltre le sono state affiancate le due società "del Nord" e "del Sud", per venire incontro ai desiderata di curdi e sciiti. Ma resistenze in parlamento e scioperi hanno bloccato la ratifica del provvedimento. Così adesso il governo ha deciso di procedere in via informale anche senza legge, con contratti a breve scadenza. Le compagnie straniere, che per partecipare alle gare di appalto dovranno aprire un ufficio a Baghdad, se vincitrici avranno concessioni nei giacimenti di Rumaila, Kirkuk, Zubair, West Qurna Phase 1, Bai Hassan e Maysan, Bazargan, Abu Gharab e Fakka. A parte Kirkuk e Bai Hassan stanno tutti nel sud sciita, e rappresentano "la spina dorsale della produzione petrolifera irachena", come ha ricordato al-Shahristani. Sono giacimenti considerati "giganti", cioè con riserve superiori al miliardo di barili. Inoltre ci sono i due giacimenti di gas di Akkas e Mansuriyah.
Secondo quanto spiega il governo di Bagdad, dopo tanti anni di sanzioni, incuria e guerre la produzione sarebbe ormai impossibile da ristabilire senza l’apporto del know-how straniero. La speranza è di ritornare presto dai 2,5 milioni di barili giornalieri attuali ai 4,5 entro il 2013. Naturalmente il sospetto sempre aleggia, che gli stranieri possano approfittarne. Evidentemente per questo, c’è stata la mossa previa della richiesta danni per Oil for Food: bilanciamento, e avvertimento.
