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Bagnasco, anima popolare del cattolicesimo

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La prima caratteristica di mons. Bagnasco che colpisce chi lo incontra e ha occasione di frequentarlo è il suo essere pienamente Pastore. Potrà sembrare una banalità visto che quello è il suo ruolo, ma non è così. Intendo che l’essere Vescovo, e l’essere Prete, non è qualcosa di aggiunto alla sua identità ma le dà forma. Mons. Bagnasco ha come fine unico della sua esistenza servire la Chiesa nel luogo e nella missione cui è stato chiamato. Il suo fine, come Vescovo, è il bene della Chiesa e la sua comunione. Ogni suo atteggiamento e ogni sua posizione può venire compresa solo a partire da questa chiave di lettura. Ho l’impressione che questo suo tratto sarà enigmatico per molti giornalisti abituati a misurare le attività dei Vescovi a partire da categorie politiche cercando magari di ridurre tutto alla dialettica conservatore-progressista. Le coordinate fondamentali del suo impegno in Cei si possono leggere nel suo saluto (gli scritti di mons. Bagnasco non sono mai casuali o semplicemente di circostanza e ogni parola è pesata): “La Cei è una struttura di comunione e di servizio per la fraternità episcopale, per il discernimento delle sfide contemporanee, nonché dei grandi orientamenti pastorali che vengono declinati dai Pastori nelle concrete realtà diocesane”. Vale a dire che la Cei non è un Moloch burocratizzato che sostituisce i singoli vescovi, ma una struttura che rende visibile la comunione dei vescovi italiani e si pone al loro servizio. Il lavoro comune rende possibile ai vescovi leggere insieme la realtà e determinare la posizione delle Chiese che sono in Italia, delineando anche una direzione comune che ciascuno concretizzerà nella sua diocesi. La Cei di monsignor Bagnasco è quindi molto lontana dall’essere un’ipertrofica e centralizzata federazione di Chiese locali.

Riguardo alla società italiana e alla situazione politica, sono sicuro di non sbagliare se indico come riferimento normativo della sua azione le parole di Benedetto XVI nell’enciclica Deus Caritas est: “La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell'argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare. La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l'adoperarsi per la giustizia lavorando per l'apertura dell'intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente”.

Questo porta alla seconda caratteristica di monsignor Bagnasco: l’interesse per l’uomo e per le sue ragioni. La sua formazione passa attraverso lo studio della metafisica e dell’ontologia negli anni della sua formazione teologico-filosofica in seminario insieme alla sfida di confrontare il suo bagaglio formativo con le istanze della contemporaneità nell’ambiente, sicuramente non così vicino al suo universo valoriale, della facoltà di filosofia nell’università di Genova degli anni ’70. Il Bagnasco filosofo è dunque profondamente strutturato e solido, ma è capace sempre di ascoltare e comprendere le posizioni più diverse, cercandone il buono e sempre lontano dalla condanna pregiudiziale. Il suo interesse filosofico condiziona la sua attenzione nei confronti della cultura e dell’uomo. Una cultura che non è quella elitaria dei circoli intellettuali, ma che deve sempre diventare vita: per lui la filosofia non è un divertissement intellettuale per pochi, ma una riflessione che influenza la vita di un popolo. In questo senso penso nutra grande stima per l’opera del Cardinale Ruini rispetto al Progetto Culturale della Chiesa italiana.

Ho accennato alla sua avversione per i circoli, e vorrei con questo chiudere il mio sommario ritratto: monsignor Bagnasco per formazione e caratteristiche personali è quanto di più lontano dall’intellettualismo snob si possa immaginare. Un osservatore superficiale potrà forse avere un’impressione contraria constatando la sua pacatezza e la finezza dei modi, considerando i suoi studi e la misura della sua parola. In realtà l’attenzione e la sensibilità del nuovo presidente della Cei sono vicine a quella che il cardinal Ruini nell’intervento di Verona definiva l’anima popolare del cattolicesimo italiano. Se si chiede a coloro che l’hanno conosciuto come assistente scout, vice parroco, assistente fuci, vescovo; se si domanda alle migliaia di giovani incontrati come ordinario militare sarà questa vicinanza la caratteristica più evidente. Mai come in questo caso Vox populi vox Dei

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