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Banca del Sud e fiscalità di vantaggio inaugurano la nuova stagione del Sud

Chi, a sinistra, aveva costruito sulla favola del "governo nordista" buona parte della sua artiglieria propagandistica in vista delle regionali, ha dovuto rivedere i suoi piani. Se è infatti ingeneroso accusare di strabismo verso il settentrione l'esecutivo che ha liberato Napoli dai rifiuti e ha dato una casa in tempo record ai terremotati dell'Aquila, diventa improponibile farlo quando accanto agli interventi di emergenza si mettono in campo misure strutturali sintomatiche di un ribaltamento di prospettiva culturale prima ancora che di una iniziativa contingente.

Ma oltre a rispedire al mittente la poco originale accusa "di ripiego" di aver dato vita a uno "spot" – chi ha seguito il lungo dibattito sul Sud sviluppatosi nel centrodestra sa bene quanto questa imputazione sia lontana dalla realtà -, è il caso di attribuire un valore aggiunto di tipo simbolico alla vicinanza temporale tra l'atto di nascita della Banca del Sud e il contestuale rilancio della fiscalità di vantaggio da parte del ministro Tremonti, e il "giorno del giudizio" degli elettori sul fallimento della "primavera progressista" del Mezzogiorno d'Italia, sulle giunte che l'hanno interpretata, e su quella miscela di statalismo assistenziale e localismo autoreferenziale che dall'uno e dall'altro ha saputo mutuare i tratti peggiori. Se è vero infatti che la sfida è soltanto all'inizio, è altrettanto vero che la meditata posa della prima pietra dell'istituto di credito - di cui Tremonti nei giorni scorsi ha illustrato con chiarezza le caratteristiche e le finalità – e i progettati meccanismi di vantaggio fiscale equivalgono a una pietra tombale per la politica degli incentivi diretti e dei finanziamenti a pioggia che nei decenni addietro nel meridione ha imbrigliato lo sviluppo, alimentato le clientele, allontanato gli investimenti e deresponsabilizzato la classe dirigente. E rappresenta una svolta netta verso una nuova politica "di contesto".

Ne avevamo discusso la scorsa estate su queste colonne: come rilanciare la questione meridionale e agganciare il vagone del Sud al treno dello sviluppo fuoriuscendo dalle fallimentari logiche del passato e inquadrando l'adozione di strumenti strategici in una prospettiva di rilancio di respiro nazionale. E avevamo individuato come preliminare a qualsiasi intervento la presa d'atto che invece di allocare direttamente risorse pubbliche selezionando discrezionalmente i progetti da sostenere attraverso le misure di sostegno attivo, compito dello Stato fosse piuttosto quello di creare terreno fertile per l'attrazione di capitali e di investimenti produttivi.

La nascita della Banca del Sud, e la contestuale riaffermazione della fiscalità di vantaggio come altro “pilastro” del progetto per il Mezzogiorno – il ministro Tremonti ne ha parlato in un'intervista al Mattino declinandola in questo quadro come detassazione del risparmio laddove esso rechi al Mezzogiorno sviluppo e occupazione – si inseriscono in questo solco. E rilanciano un metodo che se applicato con rigore nei diversi ambiti d'intervento potrà segnare davvero una svolta epocale.

Pensiamo ad esempio al modo di pensare le infrastrutture; a un nuovo approccio al problema della sicurezza; ma soprattutto alle ricadute positive che questa rivoluzione copernicana nelle strategie di intervento per il Sud potrà avere nel mondo dell'università e della ricerca. La riforma Gelmini in discussione in Parlamento instraderà infatti il sistema dell'alta istruzione italiana verso una logica di controlli ex post e di premialità legate al merito effettivo. In un contesto del genere, continuare a rivendicare erogazioni statali per tenere in vita centri di eccellenza – che un recente studio di Magna Carta ha dimostrato essere nel Sud in tragica diminuzione – sarebbe inutile e addirittura controproducente. Perseverare negli errori del passato rischierebbe soltanto di aggravare lo svantaggio determinato da cause endemiche e soprattutto dalla debolezza del contesto, che disincentiva ad esempio l'afflusso di finanziamenti privati verso le strutture di ricerca meridionali e impedisce qualsiasi paragone con ciò che accade nel resto d'Italia e in particolare nelle regioni del Nord.

Per far fronte a questa realtà non servirebbe a nulla continuare a spremere lo Stato-bancomat nell'illusoria speranza di poter invertire la rotta. Meglio, molto meglio trovare il modo più efficace per applicare alla ricerca – e a ogni altro ambito di sviluppo – meccanismi di vantaggio fiscale che possano consentire alle università meridionali e ai centri di eccellenza del Sud di attrarre risorse e di competere ad armi pari, senza dipendere dai rubinetti a getto continuo di un assistenzialismo tragicamente fallito ma ponendo le premesse per camminare con le proprie gambe. In questo senso, sarebbe importante che all'indomani delle regionali le nuove giunte del Mezzogiorno inaugurassero la nuova stagione di discontinuità confrontandosi in una grande conferenza con le università e i centri di eccellenza, per mettere a punto misure efficaci che possano rappresentare per la ricerca ciò che la “prima pietra” posta da Tremonti rappresenta per l'economia e per le imprese del Sud.

(Tratto dal Corriere del Mezzogiorno)

 

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1 COMMENT

  1. Banca del Mezzogiorno: alcune perplessità
    Pur condividendo la logica complessiva della “rivoluzione” esposta dal Professor Quagliarello, mi permetto di avanzare qualche dubbio sul ruolo e sulle prospettive della nascente Banca del Sud o, meglio, del Mezzogiorno.
    Avendo osservato molto da vicino l’evoluzione del Sistema bancario italiano negli ultimi 40 anni, non posso non notare che:
    a) La “fiscalità di vantaggio” prospettata, che si concretizzerebbe –se ho ben compreso- in una tassazione ridotta (dal 12,5% al 5%) degli emittendi titoli finalizzati al finanziamento di iniziative meridionali , è comunque un costo per lo Stato (minore entrati fiscali) e andrebbe a vantaggio anche (forse soprattutto) dei sottoscrittori residenti nelle aree centrosettentrionali.
    b) Se “fare una banca che non parla inglese” (come ha dichiarato Giulio Tremonti) significherà erogare crediti alle imprese del Sud con facilità e meno rigore, questo potrebbe costituire un errore tecnico imperdonabile che si tradurrebbe, senza ombra di dubbio, in maggiori “sofferenze” (crediti non restituiti). Erogare credito al Sud richiede infatti un rigore ed una attenzione tecnica di gran lunga maggiore !
    c) Infatti, questo ulteriore fattore di rischio si aggiungerebbe ad una situazione strutturale già drammatica: come evidenziato da Banca d’Italia alla pag. 35 dell’ultimo Bollettino Economico “Nel terzo trimestre del 2009 … l’aumento del tasso di ingresso in sofferenza è stato particolarmente marcato per i prestiti alle imprese (al 3,1 per cento, dal 2,6); tra queste, è stato più forte per le imprese del Mezzogiorno, tra le quali l’incidenza di nuove sofferenze ha raggiunto il 4,3 per cento, contro il 2,8 per le imprese del Centro Nord”.
    d) Il Ministro dell’Economia dice che il Mezzogiorno non ha più Banche. E’ vero, ma dispone comunque di sportelli bancari che, rispetto alla popolazione residente, sono sostanzialmente in linea con la densità del Centro Nord. Ed anche qui gioverebbe rammentare che il Sud aveva, sino agli anni ’90, due Grandi Istituzioni a gestione autonoma, ma hanno dovuto “esser ripulite” e salvati dal altre Istituzioni. Erano il Banco di Napoli, che -fra l’altro- ha dovuto “girare”, con oneri a carico dello Stato, ad una “Bad Bank” crediti di difficile recuperabilità per, mi sembra, circa 12.500 miliardi delle vecchie lire (circa 6,5 miliardi di euro), ed il Banco di Sicilia, che -fra l’altro- ha esposto, salvo errori, oltre 5.000 miliardi delle vecchie lire (circa 2,5 miliardi di euro) di sofferenze.
    Siamo certi che la nuova Banca non replicherà i disastri dei vecchi “Banchi” meridionali ?

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