Bari riparta dalla sua storia
30 Marzo 2012
Mi tengo qui volutamente alla larga dalle vicende che in questi giorni hanno portato Bari alla ribalta nazionale. Vi sono momenti nei quali l’interrogativo d’obbligo per poter voltare pagina è un altro: cos’è accaduto perché si arrivasse a questo punto?
Parto da un’esperienza personale. Esattamente cinquant’anni fa mio padre Ernesto vinse la cattedra di chimica biologica e da Napoli si trasferì a Bari con tutta la famiglia. Era fortemente legato alla sua regione di nascita, la Campania, e coltivò la napoletanità per tutta la vita. Ma da Bari non se ne volle mai più andare. Più volte ebbe l’occasione di farlo, di essere richiamato e con tutti gli onori dalla sua università di provenienza, ma rifiutò. Volle restare a Bari.
Spesso mi sono domandato perché, soprattutto dopo la sua morte. E ho concluso che per quanto cosciente della dimensione storica, economica, culturale di Napoli, vera capitale del Sud, egli non fosse disponibile a partecipare a un declino che gli appariva ineluttabile. A Bari aveva trovato umanità e strutture sulle quali poter costruire: una concretezza che derivava innanzi tutto dal retroterra contadino. Vi confluivano e trovavano sintesi tradizioni rurali differenti, quella dei latifondi del nord barese e quella della piccola proprietà del sud est che qui s’ibridavano con una vocazione mercantile, alla quale “il mare che bagna Bari” concedeva uno sbocco naturale.
La fattività delle persone che su questo retroterra con il suo portato di tradizione volevano intraprendere e concretamente arricchire la città poteva contare anche sull’apertura verso il mondo esterno, assicurata dalla realtà geopolitica e dall’attenzione ai mercati dei Balcani e del Mediterraneo, che una Fiera del Levante allora assai più significativa di quanto non lo sia oggi giungeva a suggellare. E poteva inoltre nutrirsi della lealtà e della riconoscenza, virtù proprie dei baresi. A Bari non ci si scordava il passato, come invece avviene a Napoli: i destini paralleli ma assai diversi di di Crollalanza e Lauro stanno lì a testimoniarlo. E se certamente a Bari mancava la dimensione culturale della capitale, non per questo le faceva difetto la consapevolezza e la voglia di colmare la lacuna.
Non credo sia stato un caso che don Benedetto uscì dai confini della sua città e venne a cercare il suo editore a Bari. La casa editrice Laterza è stata solo il primo e più importante tentativo di coniugare con concretezza la cultura e l’imprenditoria. Seguirono su quella scia i De Donato, i Cacucci, i Dedalo. E negli anni Settanta e Ottanta l’università fu un crogiuolo di iniziative e una fucina di scuole, che certamente possono essere sottoposte a vaglio critico ma delle quali non si può negare la tensione nazionale: dall’ambito scientifico con i meeting frequentati dai premi Nobel, a quello giuridico con le scuole di Dell’Andro, Gino Giugni, Ferrari Bravo, Bretone, a quello storico-politologico con le presenze di Beppe Vacca, Franco Cassano, Andrea Riccardi.
Nel confronto fra Bari e Napoli, insomma, rivivevano le diverse sensazioni suscitate dalla lettura di due libri, a loro modo due classici del meridionalismo: “Un popolo di formiche” di Tommaso Fiore dava conto di una operosità non paga; “Ferito a morte” di Raffaele La Capria narrava di una società statica, adagiata sul suo status in attesa di una nuova grande occasione che non arrivava mai.
Bari era dunque alla rincorsa. Su un retroterra fatto di tradizioni e buoni principi coltivava una forte voglia di arrivare, di crescere, di superare antiche inferiorità. Per chi giungeva da fuori non era facile integrarsi, ma la città non viveva di chiusure e accettava l’apporto di coloro che sapevano mettersi sulla sua scia.
Politicamente tutto ciò si traduceva in un rigetto dell’ideologia e nella ricerca empirica e tollerante della soluzione più conveniente per una città che voleva contare. In tal senso, per non essersi mai fatta attirare dalle sirene ideologiche, si può anche sostenere che Bari sia stata geneticamente una città di centrodestra: apertamente conservatrice nella stagione del sindaco Chieco Bianchi, e poi egemonizzata da una Dc che sapeva coniugare le visioni nazionali di Moro e la concretezza di Lattanzio. La stessa Bari socialista fu una soluzione empirica che segnalò l’esaurirsi della lunga stagione democristiana per ricercare la via del rinnovamento possibile.
Questo dna costitutivo spiega il motivo per il quale l’avvento della stagione berlusconiana a Bari è stato mediato da un uomo come Pinuccio Tatarella (quanto avrebbe bisogno oggi il centrodestra della sua intelligenza e dei suoi consigli!). Più di chiunque altro, Tatarella fu pronto a cogliere la discesa in campo di Silvio Berlusconi come una grande occasione di rinnovamento politico e culturale, che non andava ingabbiata negli schemi di una nuova ideologia e neppure di una nuova mitologia. E, diciamolo con chiarezza, la stessa vittoria di Michele Emiliano fu un’affermazione di questa visione pragmatica e costruttiva della città, che non consente a nessuno di potersi impigrire nella gestione di rendite di posizione.
Cosa è dunque successo? Cosa c’è di diverso tra questa Bari e quella che troviamo agli onori delle cronache in questi giorni per scandali che si susseguono a ripetizione, per le escort, per le partite truccate, per il riciclaggio, per la gestione clientelare della sanità, per l’edilizia popolare usata come tangente e da ultimo per le cozze pelose che ne fanno una sorta di capitale morale del malaffare?
Io credo che la vastità del fenomeno non consenta di cercare soluzioni che siano circoscritte ai confini della città. Bari, proprio per le sue caratteristiche genetiche, ha vissuto peggio di ogni altro contesto la crisi di secolarizzazione che ha colpito il mondo contemporaneo a partire dai primi anni del nuovo secolo. Questa città, che la sua fattività aveva reso in passato un indiscusso laboratorio, è diventata suo malgrado una sorta di laboratorio del relativismo. Sono venuti meno i presupposti e i principi di fondo che innervavano la sua sete di affermazione e di riuscita e in tal modo quella fattiva voglia di emergere, di arricchirsi e di arricchire la dimensione pubblica, si è trasformata in effimera brama di successo, non importa in che campo, non importa a quale costo.
Questo mutamento sociale ha trasformato i partiti in novelli taxi, di quelli che Mattei considerava adatti a veicolare interessi. Nelle strategie di alcuni nuovi arrivisti sono saltate tutte le differenze tra destra e sinistra. E si è ritenuto che questa realtà, inevitabilmente destinata a sfociare nel malaffare, potesse essere occultata contando sugli equilibri a lungo consolidati di una Procura che era divenuta anche e impropriamente fucina di formazione di nuove elite politiche, oppure attraverso una patina di demagogia dietro la quale nascondere con fare doroteo interessi e ambizioni.
E’ questo il tunnel nel quale Bari si è andata a cacciare. L’articolo che Aldo Cazzullo ha dedicato alla città è impreciso, forse anche ingeneroso, ma non privo di fondamento. Ciò che però è più opinabile di quello scritto non è tanto la descrizione del tunnel, quanto la via d’uscita che viene proposta. Con tutto il rispetto, non sono attori, cantanti e romanzieri a poter dare la soluzione o anche solo costituire il sintomo del risveglio. La loro bravura, piuttosto, può eternare la decadenza, darne rappresentazione, trasformarla in un prodotto per gag e risate di massa. Esattamente come fu nella Napoli degli anni Settanta e Ottanta.
Qui c’è bisogno di altro. C’è bisogno che una Bari sommersa, forse minoritaria ma non sconfitta, fatta di imprenditori, di commercianti, di uomini di cultura che non si sentano degli intellettuali, si riconosca e decida di ripartire insieme riallacciando i fili del presente con quelli del passato. E’ una operazione etico-morale ancor prima che politica ed economica. Per parafrasare il titolo di un romanzo che parla della città, bisogna trovare la forza, l’energia, la progettualità e gli uomini per dire che il passato non è più una terra straniera, e da qui ripartire per restituire a Bari l’ambizione a un futuro di dignità. E’ difficile ma non è impossibile.
(intervento di cui un ampio estratto è stato pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno)
