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Dopo la lettera a Lula

Battisti, lo sciopero della fame è un’altra fuga dalla giustizia italiana

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Dovevamo aspettarcelo, l’ennesimo tentativo di  fuga di Cesare Battisti dalla giustizia italiana. Stavolta  il brigatista non è evaso di prigione o fuggito in un altro Paese; ha annunciato l’inizio di uno sciopero della fame, a seguito del rinvio dell’udienza della Corte Suprema del Brasile in merito alla richiesta italiana di estradizione di un assassino plurimo. Nella lettera indirizzata al presidente Lula, Battisti nega di essere l'autore degli omicidi per cui è stato condannato in Italia.

La lettera è stata resa nota dal senatore brasiliano José Nery, che ha anche diffuso la notizia dello sciopero della fame. “Ho sempre lottato per vivere, ha detto Battisti, ma se questo significa morire, sono pronto, ma non per mano dei miei persecutori”. Battisti chiede al Presidente Lula un suo intervento diretto:” Io metto la mia vita nelle mani di Sua Eccellenza e del popolo brasiliano”.   

Il Presidente Lula ha rispedito al mittente la lettera, ricordando l’esclusiva competenza della Corte a deliberare sulla questione: “Penso che il Presidente della Repubblica del Brasile possa fare poco quando il dossier si trova tra le mani della Corte suprema del Brasile. Devo attendere questa decisione della Corte suprema per sapere se c’è qualcosa che posso fare”.

Il Tribunal Supremo Federal, che doveva pronunciarsi il 12 novembre, ha sospeso il dibattito per la manifesta impossibilità di giungere ad una sentenza, data la sostanziale divisione del corpo giudicante: quattro giudici hanno votato a favore; quattro contro. Decisivo risulterà il parere del Presidente del Tribunale, Gilmar Mendes, il quale sembrerebbe intenzionato a consegnare il terrorista all’Italia. Tuttavia, qualora Mendes non dovesse esprimere il suo voto, la prassi della giurisprudenza brasiliana prevede, in caso di pareggio, la soluzione più favorevole all’imputato.

Con la sua mossa il leader dei Proletari armati per il comunismo (PAC) intende dare estremo risalto alla sua situazione nel momento più delicato. Sfruttando la spaccatura della Corte, vuole creare pressione mediatica sui magistrati; coinvolgere il Presidente del Brasile; dimostrare che una parte dell’opinione pubblica e della classe politica si mostra sensibile alle sue istanze. Battisti infatti può contare in Brasile (fu così anche in Francia) sull’appoggio di intellettuali e politici influenti. Nel gennaio scorso il Ministro della Giustizia brasiliano gli concesse lo status di rifugiato politico; decisione che portò al momentaneo raffreddamento delle relazioni diplomatiche tra Roma e Brasilia nonché al ricorso presentato dal Governo italiano davanti alla Corte Suprema brasiliana.

Il Ministro della Difesa La Russa, commentando il gesto del terrorista, dice: ''appartiene al legittimo tentativo di ogni colpevole di evitare la giusta punizione della società”. È dal 1981 che Battisti ha un conto in sospeso con la società e la giustizia italiana. Un’eternità. Fugge, lo ricordiamo, dalla responsabilità di scontare una condanna all’ergastolo con sentenze passate in giudicato per quattro omicidi: il maresciallo della Polizia penitenziaria Antonio Santoro, il macellaio veneto Lino Sabbadin; il gioielliere milanese Pierluigi Torregiani; l’agente della Digos Andrea Campagna.

Vedremo nei prossimi giorni, quando la Corte Suprema emetterà l’attesa sentenza, se la lunga latitanza del terrorista giungerà finalmente al capolinea: nelle patrie galere. Sarebbe una grande vittoria per la giustizia italiana, ma soprattutto un importantissimo risarcimento morale per le famiglie di quelle vittime barbaramente uccise durante gli anni di piombo.
 

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