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Benedetto XVI, la Turchia e la diplomazia

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di Vera Capperucci e Daniele Federici

È un programma denso quello pensato per il recente viaggio di Benedetto XVI in Turchia. I dubbi della vigilia, sulla scia delle tensioni innescate dal discorso di Ratisbona di settembre, sembravano aver già definito il clima in cui la visita si sarebbe svolta. Eppure, nonostante le difficoltà, a distanza di 27 anni dalla visita apostolica di Giovanni Paolo II, e di 39 da quella di Paolo VI, l’annunciata ostilità che sembrava dover accogliere l’arrivo del pontefice, accompagnata dalle proteste dei fondamentalisti, ha lasciato spazio ad un incontro dai toni ecumenici e pastorali in cui la contestazione si è rivelata un fenomeno decisamente marginale. Così, nella terra dell’apostolo Paolo, dove fiorirono i testi dei padri della Chiesa e dove Giovanni XXIII fu per 10 anni Delegato Apostolico, il papa è tornato non soltanto per continuare il dialogo con il popolo turco, ma soprattutto per incontrare quella che lui stesso ha definito la «piccola Comunità cattolica, che mi è sempre presente nel cuore». Questa finalità spiega, almeno in parte, la successione delle visite e degli appuntamenti.

 

Il viaggio, iniziato martedì 28 ha avuto come prima tappa Ankara, la capitale turca: dopo il saluto delle autorità locali, a differenza di quanto previsto dal programma iniziale, Benedetto XVI ha incontrato anche il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan in partenza per il vertice Nato a Riga. Venticinque minuti di colloquio personale sui temi del confronto fra culture diverse e dell’Europa. Il pontefice si è poi recato in visita al mausoleo dedicato al “padre” della Turchia laica Mustafa Kemal Ataruk. Nel pomeriggio l’incontro con il presidente della Repubblica Ahmet Necdet Sezere, è stato seguito da quello con il presidente per gli Affari religiosi, Alì Barkadoglu, e con la rappresentanza del corpo diplomatico alla quale Benedetto XVI ha rivolto l’invito a lavorare per quel dialogo che «permette alle diverse religioni di conoscersi meglio e di rispettarsi reciprocamente». Severo il monito sul compito cui ogni credente è chiamato di rinunciare a giustificare il ricorso alla violenza come espressione legittima della propria fede. Il secondo giorno del papa in Turchia si è aperto con il trasferimento ad Efeso e la celebrazione della santa messa nel santuario della casa della Madre Maria, luogo in cui dalla predicazione degli apostoli Paolo e Giovanni sorse una delle prime comunità cristiane e che, secondo la tradizione, fu abitazione della Madonna. Nel pomeriggio uno degli appuntamenti più attesi del viaggio: l’incontro con il patriarca ecumenico Bartolomeo I. L’abbraccio, primo gesto compiuto dal papa all’arrivo ad Istanbul, ha posto le basi per rinnovare il comune impegno a «perseverare nell’itinerario che porta alla riconciliazione». La giornata si è conclusa con la visita alla Chiesa di San Giorgio dove sono conservate le reliquie di san Gregorio Nazianzeno e quelle di san Giovanni Crisostomo, donate da Giovanni Paolo II nel 2004. Il 30, giorno delle celebrazioni per la festa di sant’Andrea, al Fanar, sede del patriarcato ecumenico ha avuto luogo la firma della Dichiarazione congiunta tra Bartolomeo I e Benedetto XVI: risalta la volontà di arrivare ad una vera e autentica comunione, nel nome della tutela della libertà religiosa, del rispetto delle minoranze, del rifiuto della violenza e della difesa dei valori cristiani di fronte al relativismo e alla secolarizzazione, della pace in Medio Oriente e del dialogo interreligioso. Nel pomeriggio altri importanti appuntamenti: la visita alla basilica di Santa Sofia, divenuta moschea con la presa di Costantinopoli del 1453 e oggi museo, e quella alla Moschea Blu, inserita nel programma solo all’ultimo momento. Ratzinger, accompagnato dal Gran Muftì di Istanbul, all’ingresso nel tempio più importante per i musulmani turchi, si è tolto le scarpe in segno di rispetto e davanti al mihrab, la nicchia rivolta alla Mecca, ha recitato una preghiera personale. In serata l’incontro con il patriarca armeno apostolico Mesrop II, segnato ancora una volta dal tema della riconciliazione e, a seguire, quello con il metropolita siro-ortodosso Filuksinos e con il gran rabbino della Turchia, Isak Haleva.

Il papa ha voluto che la conclusione del viaggio fosse interamente dedicata all’incontro con la comunità cattolica locale. Nella messa in latino, presieduta nella cattedrale dello Spirito Santo di Istanbul, Benedetto XVI ha ricordato la «sua » Chiesa, quella che «vive non per difendere poteri o per ottenere ricchezze, ma solamente per donare Cristo e partecipare alla sua vita», rivolgendo ai fedeli un forte invito alla missione: «Come i cristiani potrebbero trattenere soltanto per loro ciò che hanno ricevuto? come potrebbero confiscare questo tesoro e nascondere questa fonte?».

Nel complesso il viaggio in Turchia di Benedetto XVI per quanto riguarda i rapporti fra chiesa cattolica e mondo arabo è andato oltre le più ottimistiche aspettative, ed ha contribuito a risanare la ferita apertasi in occasione del discorso di Regensburg. L’incontro con Erdogan con l’apertura sull’entrata della Turchia in Europa, l’omaggio al padre della patria Kemal Ataruk, la visita nella Moschea Blu sono stati gesti di amicizia ricchi di significato, capaci di cambiare il clima nel paese e la cui portata è stata con forza sottolineata dai mass media.

Non bisogna però dimenticare che la finalità del viaggio, secondo l’indicazione dello stesso pontefice, era l’incontro con il patriarca Bartolomeo I e il “piccolo gregge” di cristiani presente nella penisola anatolica. Lo scopo principale era dunque favorire il dialogo ecumenico con il mondo ortodosso e fare sentire la vicinanza del papa alla minoranza cristiana del medio oriente, dove la presenza della chiesa è resa sempre più difficile dal crescente fondamentalismo islamico. In questo quadro si comprendono il costante richiamo alla libertà religiosa e al valore di uno stato laico fondato su valori religiosi, temi ricorrente negli interventi di Benedetto XVI, e l’impegno per l’unità dei cristiani, sottolineato dalla dichiarazione comune con Bartolomeo I, il cui significato d’altra parte, se si considera l’autocefalia dei patriarcati ortodossi, la limitatezza della estensione di quello di Costantinopoli, e il fatto che il più grande ostacolo sulla via della piena comunione è rappresentato dal patriarcato russo, è stato forse esagerato dal alcuni commentatori. Così come nel caso della lezione di Regensburg il rapporto con l’islam rimane sullo sfondo degli interessi del pontefice; i suoi interventi sono da considerarsi rivolti soprattutto “ad intra”; hanno come primo oggetto l’Europa con le sue radici cristiane, le minoranze cristiane nel mondo, e il dialogo ecumenico con le chiese separate, in primo luogo quella ortodossa. I tre cerchi concentrici della sua azione pastorale, rapporto con le religioni non cristiane, con le chiese separate e con la comunità cattolica, indicati dal papa nell’udienza generale di mercoledì 6 dicembre ripercorrendo le tappe del suo viaggio in Turchia, non descrivono soltanto tre diverse sfere di missione ma anche un ordine di importanza ed interesse.

La visita alla Moschea Blu non sembra nascere dalla sottolineatura della pace, legata alla preghiera religiosa, come tema teologico fondamentale  e da un programma di lotta al secolarismo sulla base del comune senso religioso; in questo è diversa dai grandi gesti profetici di Giovanni Paolo II. Il richiamo al comune impegno in difesa della sacralità della vita ha caratterizzato il discorso al presidente dell’Ufficio per gli Affari religiosi Alì Bardakoglu, ma, se si tiene conto che la visita alla moschea è stata introdotta nel programma del viaggio negli ultimi giorni prima della partenza in un clima di violenta protesta e di isolamento del pontefice, quest’iniziativa appare rispondere piuttosto a ragioni diplomatiche. Anche l’apertura sull’entrata della Turchia in Europa nel rispetto di determinate condizioni, dopo che nel 2001 l’allora cardinale Ratzinger aveva definito questa eventualità come anti-storica, si presenta come una deroga ai principi in forza di una considerazione realista e pragmatica dei vantaggi che questa apertura potrebbe portare per i cristiani in Turchia e nell’area medio-orientale.

La posizione di Benedetto XVI rientra in questo in pieno nella tradizione della chiesa, che, nella sua storia, è sempre stata pronta a distinguere “tesi” e “ipotesi”, e a scendere a compromessi diplomatici e sfumare i propri principi nella sua azione politica secondo le convenienze per garantire le condizioni concrete che assicurino la possibilità di esistenza del popolo cristiano.

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