"Caritas in veritate"

Benedetto XVI sa che dalla crisi non si esce con più Stato

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La crisi economica che stiamo vivendo ha indotto molti a mettere in discussione il libero mercato e alcune sue conseguenze, in primo luogo la globalizzazione. In molti paesi cresce la tentazione di attribuire proprietà salvifiche allo Stato.

Mi sembra che l’Enciclica “Caritas in veritate” sia un antidoto molto forte rispetto a queste tentazioni. Anche se ovviamente si chiede, come tutti ci chiediamo, come si possano migliorare le cose rispetto alla situazione attuale.

Mi stupisce che vari commentatori in Italia e all’estero ne abbiano fatto una lettura del tutto opposta.
Da economista, sono un lettore “naïve”, che legge un testo e cerca di capirlo per quello che è, non per quanto differisce rispetto ad altri testi, o per quello che forse avrebbe potuto dire e non ha detto.
Leggo dunque alcune frasi che mi hanno colpito, ben consapevole del rischio che mi si imputi una lettura parziale o ingenua. Di ciò chiedo venia in anticipo.

Inizio con alcuni riferimenti al mercato e al profitto che a me sembrano difficilmente equivocabili.
“La società non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest'ultimo comportasse ipso facto la morte dei rapporti autenticamente umani. … Non va dimenticato che il mercato non esiste allo stato puro. Esso trae forma dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo orientano. Infatti, l'economia e la finanza, in quanto strumenti, possono esser mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici. Così si può riuscire a trasformare strumenti di per sé buoni in strumenti dannosi”. (Par. 36).

Dunque il mercato e anche la finanza sono strumenti “di per sé buoni”. Che tuttavia possono essere male utilizzati. Analogo concetto è espresso al par. 21, dove si parla esplicitamente del profitto e si dice che “Il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo”.

Un concetto ancora più forte, che fa piazza pulita di quella teoria dell’imperialismo che è il pilastro concettuale delle visioni terzomondiste, è il seguente: “È tuttavia da ritenersi errata la visione di quanti pensano che l'economia di mercato abbia strutturalmente bisogno di una quota di povertà e di sottosviluppo per poter funzionare al meglio. È interesse del mercato promuovere emancipazione, ma per farlo veramente non può contare solo su se stesso, perché non è in grado di produrre da sé ciò che va oltre le sue possibilità. Esso deve attingere energie morali da altri soggetti, che sono capaci di generarle”. (par. 35).

Frasi ancora più forti, rispetto a quelli che sono diventati veri e propri luoghi comuni, sono quelle che riguardano la globalizzazione e gli investimenti all’estero.

“ La globalizzazione … è stato il principale motore per l'uscita dal sottosviluppo di intere regioni e rappresenta di per sé una grande opportunità”. (Par. 33)

“I processi di globalizzazione, adeguatamente concepiti e gestiti, offrono la possibilità di una grande ridistribuzione della ricchezza a livello planetario come in precedenza non era mai avvenuto; se mal gestiti, possono invece far crescere povertà e disuguaglianza, nonché contagiare con una crisi l'intero mondo”. (par. 42).

E ancora: “Non c'è motivo per negare che un certo capitale possa fare del bene, se investito all'estero piuttosto che in patria”. (par 40).

Ma forse non deve stupire che la Chiesa ecumenica guardi alla globalizzazione come “il cammino dell’umanità in via di unificazione “ (par 8).  Oppure come una sorta di “ anticipazione prefiguratrice della città senza barriere di Dio”. (par. 7).

Ed è ovvio che la Chiesa si ponga delle domande non solo sui rischi della globalizzazione, ma su quelli che possiamo definire i confini delle solidarietà, che non possono rimanere quelli delle comunità locali o degli stati nazionali.

E’ del tutto evidente che: “La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli”. (par. 19)

Le redistribuzioni di risorse all’interno degli stati nazionali sono molto forti, anche negli stati federali e anche in un paese come gli Stati Uniti dove lo Stato e i sistemi di welfare svolgono un ruolo modesto. E’ stato calcolato che quando uno stato americano è colpito da una recessione o da un processo di deindustrializzazione che ne riduca il reddito, per ogni dollaro di PIL perso, lo Stato Federale interviene, principalmente attraverso il sistema fiscale, con almeno un terzo di dollaro. Nulla di tutto questo accade fra paesi, neanche nell’Unione Europea. Certamente non accade fra paesi ricchi e paesi poveri.

Il sottosviluppo non solo non è una conseguenza, in qualche modo necessaria, del mercato, ma non è neanche imputabile solo a responsabilità dei paesi ricchi o all’eredità del colonialismo. Pesano anche corruzione, illegalità e irresponsabilità dei paesi poveri dove “persistono modelli culturali e norme sociali che rallentano il processo di sviluppo” (par. 22).

“Gli attori e le cause sia del sottosviluppo sia dello sviluppo sono molteplici, le colpe e i meriti sono differenziati. Questo dato dovrebbe spingere a liberarsi dalle ideologie, che semplificano in modo spesso artificioso la realtà, e indurre a esaminare con obiettività lo spessore umano dei problemi.  … In aree più povere alcuni gruppi godono di una sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante.  …  La corruzione e l'illegalità sono purtroppo presenti sia nel comportamento di soggetti economici e politici dei Paesi ricchi, vecchi e nuovi, sia negli stessi Paesi poveri. A non rispettare i diritti umani dei lavoratori sono a volte grandi imprese transnazionali e anche gruppi di produzione locale. Gli aiuti internazionali sono stati spesso distolti dalle loro finalità, per irresponsabilità che si annidano sia nella catena dei soggetti donatori sia in quella dei fruitori”. (par 22).

Trovo molto significativo che fra le responsabilità dei paesi ricchi si citino, come già nella “Populorum progressio”, “gli alti dazi doganali posti dai Paesi economicamente sviluppati e che ancora impediscono ai prodotti provenienti dai Paesi poveri di raggiungere i mercati dei Paesi ricchi”.(par. 33).
Il protezionismo non sembra essere una tentazione in grado di contagiare la Chiesa universale. 
Quanto allo Stato, non ho trovato nulla che possa legittimarne un ruolo accresciuto. C’è piuttosto il riconoscimento che occorrono forme di governance globali e che dunque gli Stati devono trovare un modo di cooperare in modo più efficace, rinunciando anche formalmente a pezzi della loro sovranità, già peraltro erosa dai processi di globalizzazione. Vedo una grande enfasi sul ruolo del terzo settore, nell’ambito di un ampio ragionamento sull’economia del dono. E trovo frasi, a mio avviso del tutto condivisibili, sul ruolo delle organizzazioni sindacali.

Già nelle prime righe della lettera, si dice che il bene comune “ non è un bene ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il loro bene”.(par 7). Con il che si liquida, con una frase molto secca, ogni idea non solo di collettivismo, ma anche di Stato etico o anche solo di Stato che abbia una sorta di priorità come promotore dell’etica. Al centro c’è la persona umana, non lo Stato. E l’etica è qualcosa che deve venire da ciascuno di noi, compresi gli imprenditori e tutti coloro che operano nel mercato, con o senza la finalità del profitto.

Questo concetto è ribadito in modo chiaro in una frase che cito integralmente: “… l'imprenditorialità ha e deve sempre più assumere un significato plurivalente. La perdurante prevalenza del binomio mercato-Stato ci ha abituati a pensare esclusivamente all'imprenditore privato di tipo capitalistico da un lato e al dirigente statale dall'altro. In realtà, l'imprenditorialità va intesa in modo articolato. …

L'imprenditorialità, prima di avere un significato professionale, ne ha uno umano. Essa è inscritta in ogni lavoro, visto come « actus personae », per cui è bene che a ogni lavoratore sia offerta la possibilità di dare il proprio apporto in modo che egli stesso « sappia di lavorare “in proprio” ». (par. 41).
Non vorrei leggere troppo in questa frase che tra l’altro è in parte una citazione della “Populorum progressio”. Ma mi pare evidente che qui si attribuisce un significato ampio - e positivo - al concetto di “imprenditorialità”. E che ci si collochi a distanze siderali da una qualunque visione non dico antagonistica, ma anche solo conflittuale del rapporto fra capitale e lavoro.

“A ogni lavoratore sia offerta la possibilità di dare il proprio apporto in modo che egli stesso <sappia di lavorare 'in proprio'>".

Considero questa una sfida per le organizzazioni sindacali, ma anche per il sistema delle imprese. E’ una sfida che riteniamo di aver raccolto, anche se sappiamo che il cammino da percorrere è ancora lungo.
 

Concludo con una considerazione sulla relazione fra sviluppo economico e sviluppo morale, sulla base delle considerazioni cui giunge la letteratura economica. Come noto, questo tema è oggetto di tentativi di misurazione (ad es. l’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite) e di una crescente letteratura che cerca di ancorare la valutazione a fatti oggettivi. Su questo tema, mi piace segnalare un importante volume di Benjamin Friedman (Università di Harvard), tradotto in Italiano con il titolo “Il valore etico della crescita” (Università Bocconi Editore, 2008).

Friedman si ispira non al pensiero cattolico, ma alla tradizione di quei filosofi illuministi le cui idee furono alla base della creazione della democrazia americana e cita Locke e Montesquieu, Adams e Jefferson. Al centro della sua analisi, egli pone variabili come la tolleranza (ad es., verso gli immigrati), l’equità (intesa anche come attenzione ai più deboli), l’apertura delle opportunità (indipendentemente dalle condizioni di origine delle persone), la democrazia, la libertà (compresa la libertà religiosa), la convivenza pacifica, sia all’interno di una nazione sia nei confronti di altre nazioni. La sua conclusione, basata su considerazioni storiche ed economiche, è che mediamente queste virtù sono più diffuse laddove più avanzato è lo sviluppo materiale.  Egli aggiunge anche che queste virtù sono quelle che maggiormente in grado di incoraggiare l’iniziativa e la creatività e dunque di produrre nuovo sviluppo economico.

Non tutti sono convinti di queste tesi. E la scala di valori che si può prendere in considerazione può essere molto soggettiva e dipende dalle convinzioni filosofiche di ciascuno. Mi sembra però di poter dire, riprendendo le parole dell’enciclica, che c’è una notevole convergenza fra le conclusioni cui giunge la scienza economica, o almeno una sua parte rilevante, e la valutazione morale.

“È sempre la scienza economica a dirci che una strutturale situazione di insicurezza genera atteggiamenti antiproduttivi e di spreco di risorse umane, in quanto il lavoratore tende ad adattarsi passivamente ai meccanismi automatici, anziché liberare creatività. Anche su questo punto c'è una convergenza tra scienza economica e valutazione morale. I costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani”. (par. 32).

E’ peraltro evidente per che per la Chiesa lo sviluppo economico è importante, anche se non sufficiente, non più solo come strumento per debellare la fame, le malattie endemiche, il sottosviluppo. Il punto interessante è che la Chiesa parla di sviluppo anche con riferimento a paesi che hanno debellato le condizioni estreme di povertà.

“…Si assiste all'insorgenza di ideologie che negano in toto l'utilità stessa dello sviluppo, ritenuto radicalmente anti-umano e portatore solo di degradazione. Così, si finisce per condannare non solo il modo distorto e ingiusto con cui gli uomini talvolta orientano il progresso, ma le stesse scoperte scientifiche, che, se ben usate, costituiscono invece un'opportunità di crescita per tutti. L'idea di un mondo senza sviluppo esprime sfiducia nell'uomo e in Dio. È, quindi, un grave errore disprezzare le capacità umane di controllare le distorsioni dello sviluppo o addirittura ignorare che l'uomo è costitutivamente proteso verso l' «essere di più ». Assolutizzare ideologicamente il progresso tecnico oppure vagheggiare l'utopia di un'umanità tornata all'originario stato di natura sono due modi opposti per separare il progresso dalla sua valutazione morale e, quindi, dalla nostra responsabilità”. (par. 14).

In sostanza, lo sviluppo materiale è importante. Si potrebbe dire che è condizione necessaria, ma non sufficiente per lo sviluppo etico o forse, meglio, che è una condizione che agevola lo sviluppo etico. E’ in ogni caso responsabilità degli uomini orientare lo sviluppo materiale in una direzione coerente con lo sviluppo etico. Mi sembra che questo sia il messaggio centrale della lettera papale e mi sembra un messaggio di cui tutti ci possiamo fare portatori.

*Giampaolo Galli è Direttore Generale di Confindustria

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