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Il caso

Berlusconi e il giudice che ha parlato troppo

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Vi proponiamo oggi un altro estratto dal libro “Sereno è”, di Gaetano Quagliariello, nel quale si racconta del giudice loquace che presiedeva la corte che ha condannato Berlusconi e di come anche le vicende più gravi presentino una loro amara e beffarda ironia…

 

Prima che la rovente estate del 2013 si infiammi con il confronto sulla legge Severino, alla brutta storia del caso Mediaset si aggiunge una coda avvelenata. Ancora una volta il fulmine scocca in edicola. Il 6 agosto infatti, solo cinque giorni dopo il verdetto della Cassazione, con le motivazioni della sentenza ben lungi dall’essere depositate, «Il Mattino» pubblica una clamorosa intervista ad Antonio Esposito, presidente del collegio feriale che aveva reso definitiva e irrevocabile la condanna di Silvio Berlusconi.

«Condannato perché sapeva», apre in prima pagina lo storico quotidiano di Napoli. «Berlusconi condannato perché sapeva, non perché non poteva non sapere», è il titolo interno dell’intervista-scoop che il giornalista Antonio Manzo ottiene dal giudice con il quale vanta una conoscenza ultratrentennale e si dà confidenzialmente del tu. Il colloquio spazia dal funzionamento della sezione feriale della Suprema Corte alle forti turbolenze che hanno accompagnato la fase conclusiva del processo. Ma è verso la fine dell’intervista che tutti strabuzziamo gli occhi.

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Domanda: «Lasciamo in un angolo le polemiche (nei passaggi precedenti intervistato e intervistatore si erano diffusamente soffermati sul processo Mediaset e sulle polemiche che avevano accompagnato la sentenza, NdA). Può esistere, chiamiamolo così, un principio giuridico secondo il quale si può essere condannati in base al presupposto che l’imputato “non poteva non sapere”?».

Risposta: «Assolutamente no, perché la condanna o l’assoluzione di un imputato avviene strettamente sulla valutazione del fatto-reato, oltre che dall’esame della posizione che l’imputato occupa al momento della commissione del reato o al contributo che offre a determinare il reato. Non poteva non sapere? Potrebbe essere una argomentazione logica, ma non può mai diventare principio alla base di una sentenza».

Domanda: «Non è questo il motivo per cui si è giunti alla condanna? E qual è allora?».

Risposta: «Noi potremmo dire: tu venivi portato a conoscenza di quel che succedeva. Non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva. Tu non potevi non sapere, perché

Tizio, Caio o Sempronio hanno detto che te lo hanno riferito. È un po’ diverso dal non poteva non sapere».

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L’intervista di Esposito provoca più o meno lo stesso effetto di una bomba a fissione nucleare incontrollata. Innanzi tutto per ragioni di elementare buon senso: nessuno, a cominciare dai colleghi del giudice, si capacita di come possa essere passato per la testa a un presidente di sezione della Cassazione, reduce da una sentenza potenzialmente in grado di sconvolgere gli equilibri politici e istituzionali di un intero Paese, di mettersi a rilasciare interviste a caldo, a prescindere dal contenuto. In secondo luogo per ragioni di opportunità: il collegio non ha infatti ancora concluso il suo lavoro perché dopo il verdetto restano da scrivere le motivazioni, atto certamente non privo di rilievo, la cui stesura peraltro è affidata non al presidente ma al relatore. Infine, oltre a un problema di metodo, la difesa di Silvio Berlusconi pone anche una questione di merito contestando una discrepanza tra le risultanze del processo Mediaset e le dichiarazioni attribuite dal «Mattino» al magistrato.

Il giorno in cui le sue esternazioni campeggiano in edicola, Esposito ingaggia di buonora con il quotidiano diretto da Alessandro Barbano una guerra di smentite e contro-smentite destinata a finire a carte bollate.

Il giudice nega di aver rilasciato dichiarazioni sul merito della sentenza Mediaset e soprattutto di averne anticipato le motivazioni. Obietta di aver dato il suo assenso alla pubblicazione di un testo, sottopostogli via fax, diverso da quello finito in pagina. Accusa il «Mattino» di manipolazione. Smentisce di aver mai pronunciato le frasi “esplosive”. Poi, quando il quotidiano gli oppone a mezzo internet l’evidenza di uno stralcio della registrazione della telefonata (in marcato slang partenopeo), sostiene che il suo era un ragionamento giuridico di carattere generale e astratto, che solo una domanda inserita successivamente da Manzo, ma in realtà mai rivolta all’intervistato né presente nella bozza sottoposta alla sua revisione, avrebbe indebitamente collegato al caso Berlusconi.

La querelle va avanti per giorni e ben presto, prima di approdare nelle aule di un tribunale chiamato a dirimere il contenzioso, diventa un affaire istituzionale di primaria grandezza.

I consiglieri laici del Csm Filiberto Palumbo, Bartolomeo Romano e Nicolò Zanon chiedono all’organo di autogoverno della magistratura l’apertura di una pratica. E anche i titolari dell’azione disciplinare non restano a guardare: il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, investe della questione gli ispettori di via Arenula; la procura generale della Cassazione avvia un’istruttoria. Il primo passo è l’acquisizione della registrazione integrale del colloquio tra il giudice e il giornalista, che i carabinieri di stanza al Palazzaccio, incaricati della trascrizione (e della traduzione dal napoletano all’italiano, come segnalato dagli stessi militari), stabiliranno essere durato 34 minuti e 55,5 secondi.

In autunno la procura generale formula a carico di Antonio Esposito un capo di incolpazione, a marzo dell’anno successivo arriva il rinvio a giudizio disciplinare. Ma poiché anche le più serie fra le vicende umane presentano una loro intrinseca ironia, per la legge del contrappasso il giudice del processo Mediaset darà l’impressione di fare di tutto per mettere in pratica i cliché che erano stati i cavalli di battaglia di vent’anni di propaganda anti-berlusconiana. Tra certificati medici e altri impedimenti Esposito fa saltare sei udienze fino a beccarsi un accertamento medico-legale (poi revocato perché superato dagli eventi), vede avvicendarsi tre diversi difensori, chiede (invano) la ricusazione di due componenti su sei della sezione disciplinare del Csm, racconta nero su bianco che il presidente della Cassazione gli avrebbe riferito di un clima ostile nei suoi confronti.

L’obiettivo che secondo molti osservatori sembra perseguire è quello di essere giudicato non dal consiglio in carica ma da quello successivo. In ogni caso così avviene: tra gli strali di Michele Vietti (vicepresidente uscente) e le saette del sostituto procuratore generale Carlo Destro che arriva ad accusarlo di «evidente abuso del diritto» per aver cercato di difendersi «non nel processo ma dal processo», Esposito guadagna tempo e arriva a varcare il portone di Palazzo dei Marescialli solo a ottobre del 2014. Di fronte a un collegio interamente rinnovato pronuncia un’accorata autodifesa, tanto a proposito dell’intervista incriminata quanto in merito alla sua condotta durante il lungo cammino del giudizio disciplinare. Ignazio Juanito Patrone a nome della procura generale della Cassazione chiede che al giudice incolpato di aver violato il riserbo venga inflitta la sanzione della censura. Richiesta respinta: il 15 dicembre 2014 – un anno, quattro mesi e quindici giorni dopo la sentenza Mediaset – la sezione disciplinare del Csm decide per l’assoluzione. Ma il caso è tutt’altro che chiuso.

Meno bene va per Antonio Esposito al tribunale civile di Napoli, al quale il magistrato si rivolge per ottenere dal «Mattino», dal direttore e dal giornalista due milioni di euro di risarcimento contestando il contenuto “falso e di amatorio” dell’articolo finito in edicola.

Le doglianze vengono respinte al mittente. Il tribunale riconosce la gestazione controversa dell’intervista, per via della domanda sul processo Mediaset aggiunta “a freddo” e non presente nella bozza di cui Esposito esibisce il fax come prova. La sentenza specifica tuttavia che se il tema può eventualmente rilevare in sede deontologica o rispetto all’utilizzo dei dati personali (non contestato però nell’atto di citazione), nulla vale in una causa intentata per falso e diffamazione, dal momento che rispetto al reale contenuto della conversazione telefonica tra magistrato e giornalista il testo dell’intervista non è né diffamatorio né tantomeno falso.

Altro che “colloquio generale e astratto”, come sostenuto nell’atto di citazione: «L’intervista ruotava tutta attorno a questo processo», si legge nella sentenza datata 15 gennaio 2017. La prova è nella trascrizione del supporto audio fornito dal quotidiano. Del caso del giorno – ricostruisce il tribunale – si parla diffusamente, al punto tale che quando Manzo pone domande sulla pubblicità dell’udienza o sulla durata della camera di consiglio, non ha bisogno di menzionare il processo Mediaset perché Esposito sa già a quale contesto il colloquio si riferisca. Allo stesso modo, quando il giornalista chiede notizie sul numero di ricorsi esaminati dal collegio, senza esplicitare il processo di cui sta parlando, la risposta è automatica: «Quarantasei per Berlusconi».

Il tribunale riconosce a Esposito di aver opposto resistenza a diversi tentativi di farlo parlare delle motivazioni della sentenza contro il Cavaliere. Ma al dunque – osserva la sentenza – il giudice «non riesce a trattenersi» e «in pochi secondi» pronuncia le frasi chiave che, per l’oggetto predominante dell’intervista, per i temi menzionati nelle domande («gonfiature di fatture») e i termini utilizzati nelle risposte («noi non andremo a dire», «diremo nella motivazione eventualmente»), «non possono che rivolgersi ai giudici che devono scrivere la motivazione del caso Mediaset». Ragion per cui il titolo dato dal «Mattino» alla sua intervista «costituisce un’efficace sintesi giornalistica del suo pensiero» (di seguito riportato come risulta dalla trascrizione della telefonata inserita nella sentenza) e «lo stesso a dirsi per il contenuto dell’articolo».

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Manzo: «(…) Senti una cosa, in Italia è passato negli ultimi venti anni, diciamo, un principio, il principio un po’ così che viene contestato, viene accettato, quello del “non poteva non sapere”, o meglio uno non si può non avvedere che diciamo, magari, c’erano gonfiature di fatture, questa roba qui. Il principio del non poteva non sapere è giuridicamente sostenibile?».

Esposito: «Ma no!».

Manzo: «Assolutamente no».

Esposito: «No, assolutamente no, insomma che significa non poteva non sapere, poteva anche. Cioè bisogna vedere la valutazione di fatto ma poi dipende se tu sai. Bisogna vedere che posizione occupi per poter, perché questo tuo non potevi non sapere ti ha portato ad una certa, ad un certo contributo per… insomma che causava l’evento. Non lo so questa è una stupidaggine però, perché in realtà è stato detto, ma così si dice che spesso volte per inciso, dice va bene quello non poteva non sapere perché, non so, tu sei titolare come fai. Cioè, ma è un’argomentazione logica».

Manzo: «Hm».

Esposito: «Cioè non è un principio di diritto, non poteva non sapere, può significare niente e può significare qualcosa, insomma. Ma io, non, non mi portare su questo terreno».

Manzo: «Ho capito, ho capito bene, cioè ho capito benissimo».

Esposito: «Noi non andremo a dire quello non poteva non sapere, no tu, noi possiamo, potremo dire, diremo nella motivazione eventualmente… tu eri, tu venivi portato a conoscenza di quello succedeva. Non è che tu potevi non sapere perché eri il capo, perché pur il capo potrebbe non sapere, o no?».

Manzo: «È certo».

Esposito: «Cioè, è sempre una valutazione in fatto. Tu, tu non potevi non sapere (il secondo “non” compare nella trascrizione della telefonata effettuata dalla Procura generale presso la Corte di Cassazione e, probabilmente per un refuso, non in quella menzionata nella sentenza, NdA) perché Tizio, Caio e Sempronio hanno detto che te lo hanno riferito, insomma, e allora è un poco diverso questo fatto».

Manzo: «È certo».

Esposito: «È, quindi, perciò, ma comunque questa noi al limite poi questo in sentenza noi lo diremo, insomma».

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Al momento di mandare in stampa questo libro, si sa che il dottor Antonio Esposito ha impugnato in appello la sentenza emessa dal Tribunale di Napoli. Come andrà a finire la contesa giudiziaria lo scopriremo solo vivendo. Per il resto, credo ce ne sia abbastanza per formarsi un’opinione. La mia mi pare evidente.

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