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Breve storia della improbabile diplomazia italiana

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Che il nostro Paese, che pure si vanta di essere discendente di un popolo guerriero come quello romano, abbia collezionato negli ultimi secoli l'ironia e la diffidenza di quasi tutte le potenze occidentali in occasione di eventi bellici non è un mistero. Molto spesso, infatti, la nostra politica estera, anche prima dell'unificazione, era essa stessa il simbolo di una inettitudine che ci ha portato più disgrazie che gioie. La nostra storia di popolo, prima ancora che di nazione, è costellata di imbarazzanti dietrofront, tradimenti ed equivoci che influiscono ancor oggi sulla nostra reputazione all'estero.

Non è certamente impresa facile riportare un breve excursus di questi episodi che desterebbero pure una certa ironia se non fossero terribilmente veri. In molti ricordano le meno risalenti vicende durante la seconda guerra mondiale, specialmente dopo l'armistizio caldeggiato da Vittorio Emanuele III e da Badoglio con la speranza, rivelatasi poi vana, di passare nel giro di poche ore da potenza dell'Asse ad Alleata. L'Italia, com'è noto, si dovette accontentare del titolo di potenza “cobelligerante”, una sorta di scatola vuota che non garantì nulla se non la fine delle ostilità con le potenze vincitrici. Badoglio, che non ne aveva abbastanza, registrò all'Eiar un famoso radiomessaggio in cui, annunciando l'armistizio, non solo non specificava contro chi e al fianco di chi combattevamo ma, addirittura, ordinando all'esercito di rispondere col fuoco ad eventuali attacchi, da qualsiasi parte essi fossero arrivati. In guerra contro tutti insomma. Ma questo, tragico, episodio, che ci costò migliaia di morti, è solo l'ultimo di una triste tradizione italiana di ambiguità e ambivalenza.

Nella prima guerra mondiale, non solo grazie a un cavillo non intervenimmo subito al fianco degli imperi della “triplice” alleanza, ma il governo Salandra pensò bene di concordare con le potenze avversarie la nostra entrata in guerra previo bottino di guerra che, pur usciti meritatamente vincitori, non ottenemmo se non in minima parte. Alla Conferenza di Parigi, di fronte alle rimostranze del governo italiano che pretendeva il rispetto dei patti, il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando non trovò miglior strategia se non quella di scoppiare a piangere. Non fu un episodio isolato visto che il primo ministro francese Clemenceau ad un certo punto, ricordando i suoi problemi alla vescica, sbottò dicendo: “ah! Se potessi pisciare come lui piange”. L'indegno spettacolino non durò ancora a lungo perché, indignato, Orlando abbandonò il consesso lasciando l'Italia priva di delegazione. Ovviamente, ottenemmo ancor meno di quanto erano disposti a darci precedentemente.

Un altro, paradossale episodio, meno conosciuto, è quello relativo alla terza guerra di indipendenza. Non avendo un esercito preparato per affrontare da soli la potenza austriaca, il governo italiano che reclamava per sé il Veneto pensò bene di stringere un'alleanza con la Prussia la quale si sarebbe apprestata, di lì a poco, a dichiarare guerra all'Austria. La strategia era quella di cogliere di sorpresa l'Impero e stringerlo in una tenaglia. Alfonso La Marmora, Presidente del Consiglio in carica, per guidare questo capolavoro si dimise mettendosi lui direttamente a capo dell'esercito. Non solo rimediò una sconfitta colossale a Custoza ma perdemmo pure la battaglia sul mare, dove pensavamo di essere imbattibili. Rimediammo una delle più cocenti sconfitte prima di Caporetto: Lissa. Alla conferenza di pace andammo da vincitori solo perché la Prussia, nostra alleata, la guerra l'aveva vinta davvero e in cambio ottenemmo pure il Veneto. L'ambasciatore russo, perplesso, si chiese in modo ironico quale altra guerra avesse perso l'Italia per aver conquistato un altro territorio. Di solito, ricordò, le cose non andavano così. Ma la nostra tradizione era ancora più risalente. Luigi XIV nell'anno del Signore 1638, quando erano ancorano semplici duchi, disse dei Savoia: “non finiscono mai una guerra sotto la stessa bandiera con cui l'hanno iniziata”. Insomma, una buona fama.

La tradizione della politica estera italiana non è delle più felici e, questi episodi, sono quelli più noti. Sul Trattato di Uccialli e la guerra di Libia facemmo pure peggio. Ma facciamo finta di dimenticarcene.
 

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