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“Calciopoli” non stupisce perché ormai sport è sinonimo di mercato

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Calciopoli torna e si riparla di calcio-scommesse. E tutti a stracciarsi le vesti. Cosa c’è di strano nel vedere la gente scioccata? Il vedere del malessere del calcio solo il sintomo-scommesse, e si dia per “buono” tutto il resto.

Ma vi ricordate quando eravate bambini, e c’erano Mazzola e Facchetti dell’Inter, Riva del Cagliari, Rivera del Milan eccetera eccetera: un attaccamento alla maglia, un orgoglio del calciatore per i suoi colori e della città per il suo beniamino? Oggi non si riesce neanche a fare gli album delle figurine perché a metà stagione si cambia casacca! E il cambio di casacca, tanto vituperato in apparenza, in politica o in amore, è normale nel calcio, è obbligatorio, è vitale. E’ vietata la fedeltà. E diventa normale per la gente comune l’idea di “comprare” un calciatore, come si compra un’auto nuova! Certo, è differente farlo alla luce del sole o farlo per scopi illegali. Ma c’è sempre quel verbo che non torna in sintonia con lo sport puro.

Certo, non è un problema solo del calcio: la compravendita di eroi dello sport è ormai diffusa. Ma purtroppo lo sport da dilettanti è solo un ricordo del tempo che fu, quello per cui esistevano le Olimpiadi da cui i professionisti erano preclusi proprio per sottolineare il carattere “gratuito” dello sport.

Chi sa più dire cosa è lo sport? Guadagno facile, diranno tantissimi. Pochi infatti lo praticano e ci dicono che pochi ad un certo livello restano immuni dal montarsi la testa.

Perché il calcio è business, fa girare miliardi. E riempie i palinsesti televisivi, non si parla di altro tra amici, nelle pause del lavoro (e anche mentre si lavora, temo) o della scuola. A pesare il tempo dedicato al pallone in TV, si direbbe che i problemi di Totti e C valgano almeno 10mila volte più che i problemi di disabili e cassintegrati, che in TV non ci vanno mai.

Serve a non pensare, e per questo si accetta che chi sa dare due calci ad un pallone guadagni cifre che tanti medici o insegnanti non vedranno mai in vita loro. Per giustificare tali guadagni dovrebbero almeno essere capaci di centrare una mosca sulla traversa col pallone da centrocampo e non padellare gol facilissimi.

Ecco allora perché non ci stupisce calciopoli (che ancora speriamo sia solo un falso allarme), e perché non dovrebbe stupire il pubblico: quando entra nello sport l’idea di mercato, cosa impedisce che nella mente delle persone (di qualunque persona) il mercato non diventi tutto, dato che porta successo, fama, interviste, sesso facile? Oltretutto questo va ad agire sulla mente di ragazzi giovanissimi, che si trovano gettati in un mare di un meccanismo più grande di loro, che prima pensavano solo a divertirsi, a fare sport, a migliorarsi, e ora devono rendere conto ad un consiglio di amministrazione di una società quotata in borsa. Poi, ma solo poi, entra in gioco la coscienza personale, ma è una lotta al coltello!

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