Camillo Ruini, l’uomo della resistenza, dell’attesa e della ripresa

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Camillo Ruini, l’uomo della resistenza, dell’attesa e della ripresa

23 Giugno 2008

Dalla attesa alla ripresa. Il cardinale Ruini, dopo la presidenza della Cei, lascia anche la diocesi di Roma e la carica di vicario del papa, dopo aver guidato con grande intelligenza la Chiesa italiana a superare definitivamente la fase della resistenza e a vivere pienamente le fasi della attesa e della ripresa.

Il tempo della resistenza è stato quello degli anni Sessanta e Settanta, durante i quali la laicità della modernità ha lanciato verso la Chiesa e i cattolici una violenta guerra culturale che ha prodotto sbandamento e perplessità sulla propria identità e missione. Dall’associazionismo cattolico più impegnato emergevano prese di posizione neomoderniste, fortemente critiche rispetto alla pretesa cristiana di avere qualcosa da dire al mondo, della pretesa del magistero di avere ancora il compito di insegnare, della necessità di una coerenza tra fede e politica. Un aspetto molto vistoso di questo smarrimento è stata l’accusa di ideologicità rivolta alla Dottrina sociale della Chiesa che di fatto venne messa da parte per tutto questo periodo. Il punto di vista per il discernimento sociale e politico non era più visto nella fede apostolica, ma piuttosto la prassi sociale e politica era assunta come criterio di discernimento per giudicare la fede apostolica. E’ stato un periodo difficile, durante il quale forse l’unica cosa possibile era resistere alle scosse telluriche e preparare il dopo. Già il solo resistere era cosa dura in quegli anni, ma per fortuna molti resistettero attivamente, ossia operando affinché le cose potessero cambiare in seguito. Secondo Augusto del Noce, l’episcopato di Paolo VI fu di “resistenza e di attesa”.

Con gli anni Ottanta e Novanta l’attesa si è fatta più trepida, l’orizzonte si schiariva sempre di più fino a che è cominciata la ripresa. E’ stato questo il lungo periodo del grande pontificato di Giovanni Paolo II. E’ stato questo anche il lungo periodo del  governo di Ruini della Chiesa italiana. Papa Wojtyla ha ricollocato la Dottrina sociale della Chiesa nel posto che le conviene, considerandola elemento essenziale della missione della Chiesa e già nel 1979 a Puebla, nel periodo più caldo della teologia della liberazione: il punto di vista cristiano non è la storia o la sociologia, non la prassi di liberazione dall’oppressione o la povertà sociologicamente intese, ma la fede della tradizione apostolica. Con il suo antropocentrismo cristiano – l’uomo è la via della Chiesa – ha ribadito la pretesa della Chiesa di annunciare in Cristo la salvezza integrale dell’uomo. Ribadendo il profondo rapporto che la fede cristiana detiene con la cultura, la nazione, i processi con cui ceti e popoli lavorano per la loro dignità di persone, ha inserito a pieno titolo la Chiesa dentro la difesa e promozione degli autentici diritti umani, iniziando un confronto serrato con la modernità dal quale appariva sempre più che non le élites radicali ed illuministe, ma la Chiesa era stata accanto al popolo per riempire di contenuto veramente umano la rivendicazioni di diritti di cui la modernità andava fiera, ma che rischiava di vanificare nell’individualismo e nel nichilismo.

Anche i cattolici italiani iniziavano un lungo percorso di attesa e di ripresa, dopo lo smarrimento e la resistenza. Ma fino all’arrivo di Ruini prevaleva ancora l’attesa, con lui iniziò la ripresa. Nel 1981 il bel documento dell’episcopato su la Chiesa italiana e le attese del paese rivendicò il diritto-dovere ad una presenza, ma forse era ancora pervaso da un bisogno di giustificazione e quasi di discolpa: se le comunità cristiane si sono impegnate poco nella società non è perché sono cristiane ma perché lo sono troppo poco. Il Convegno ecclesiale di Roma su Evangelizzazione e promozione umana del 1984 aveva il coraggio di porre il tema centrale, ma lo faceva ancora nell’ottica di una accentuata distinzione dei piani che troppo concedeva alla laicità della modernità e lasciava molto spazio alla teoria allora ancora molto diffusa secondo cui sarebbe integralismo pretendere di far passare nelle leggi e nelle istituzioni valori e principi cristiani. Ma negli anni Ottanta l’attacco culturale laicista era ancora molto penetrante, nel 1981 il referendum per l’abrogazione della legge 194 sull’aborto procurato era fallito. E’ con gli anni Novanta che si passa dall’attesa alla ripresa in modo più evidente. Il secondo Convegno ecclesiale di Loreto, grazie soprattutto all’intervento di Giovanni Paolo II e all’abile regia di Camillo Ruini, allora segretario della Cei, pone al centro il primato dell’annuncio di Cristo e supera gli eccessi nella distinzione dei piani: tutta la storia della salvezza ha al centro Cristo. A Palermo nel 1995, grazie ancora alla combinata Wjtyla-Ruini, allora presidente della Cei, si fece un altro passo avanti verso una ripresa di una azione corale, grazie alla valorizzazione delle Scuole di formazione sociale e politica e di un più convinto utilizzo della Dottrina sociale della Chiesa. La parte più viva di questo processo – alcuni elementi non furono sostenuti a lungo – confluì nel Progetto culturale della Chiesa italiana, voluto appunto dal Cardinale Camillo Ruini. Esso si fondava e si fonda sull’idea che Cristo e la sua Chiesa siano presenti nella storia attraverso comunità vive anche sul piano culturale e sociale e rappresenta quindi un rifiuto della logica della Chiesa minima e della diaspora. Ricollegandosi alla Gaudium et spes, secondo cui una delle principali tragedie della nostre epoca è la frattura tra Vangelo e vita, il progetto culturale ribadiva l’idoneità della fede a farsi culturale e prassi in modo rispettoso dei differenti ambiti di vita ma senza nulla togliere alla esigenza di coerenza.

Più di recente, il cardinale Ruini ha  dato a questo stesso progetto culturale un corpo ancora più  consistente, indicando il problema del futuro: la questione antropologica che diventa questione sociale. Le nuove tecnologie mettono in crisi la stessa natura della persona umana e della famiglia e quindi colpiscono non più le varie modalità delle relazioni sociali ma l’origine stessa, l’impianto della convivenza umana. E’ questo il suo lascito tematico per il futuro, l’ambito primario in cui far camminare la Chiesa nella società italiana.

Sono molte  le opere scritte dal Cardinale. C’è però un breve  articolo, forse dimenticato, che sembra particolarmente importante a dire lo spessore  teologico e cristiano della persona.  E’ l’articolo apparso nel 1998 su “Il nuovo areopago” in cui Ruini si interrogata sul rapporto tra natura e sopranatura. Inserendosi in un pluridecennale dibattito tra teologi che aveva visto protagonisti de Lubac, Rahner, Von Balthasar, Alfaro, Camillo Ruini aveva il coraggio di dire che secondo lui la tesi di de Lubac sul primato del soprannaturale non è in contrasto con il principio della legittima autonomia delle realtà terrene stabilito dal Vaticano II. Lì, in quell’articolo, c’è tutto il suo pensiero e tutta la sua linea pastorale: Cristo redime tutto l’uomo, ma nella libertà, la società ha bisogno di Cristo, ma Cristo le lascia la sua libertà.