Capitalismo in rivoluzione, l’impresa italiana può essere protagonista

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Capitalismo in rivoluzione, l’impresa italiana può essere protagonista

Capitalismo in rivoluzione, l’impresa italiana può essere protagonista

18 Gennaio 2020

“Stakeholders per un mondo più coeso e sostenibile”, questo il tema del World Economic Forum che si terrà tra qualche giorno a Davos. Credo che non sarà un evento qualunque. E lo credo perché qualcosa di storico sta accadendo al capitalismo. L’élite mondiale, in particolare il mondo dell’impresa incalzato dal global warming, sta affrontando un profondo esame delle proprie regole, responsabilità e scopi.

Non molto tempo fa il Business Round Table, l’importantissimo think-tank che riunisce i più influenti CEO americani ha decretato la fine dell’impresa degli shareholders e l’avvento di un modello degli stakeholders. 

Un bel salto per la Corporate America: dall’impresa stile Milton Freedman che accumula valore per i propri azionisti, all’impresa come istituzione sociale che “massimizza il valore per i propri clienti, investe nei propri collaboratori, tratta eticamente i propri fornitori, supporta le proprie comunità, e genera valore per gli azionisti nel lungo termine”.

Larry Fink, fondatore e CEO di Blackrock (nella foto), la più grande società di asset management al mondo, nella sua lettera annuale agli investitori ha dichiarato: “Il climate change forza gli investitori a riconsiderare le fondamenta stesse della finanza moderna”, e “la finanza cambierà molto prima del clima”, perché incorpora i rischi futuri nelle decisioni di oggi. Quando i millennials diverranno CEO, capi di stato e politici, “migliaia di miliardi di dollari” saranno investiti con consapevolezza “rimodellando ulteriormente l’approccio alla sostenibilità”. Il climate change infatti rappresenta una crisi strutturale senza precedenti, afferma Fink, perché a differenza delle crisi finanziarie passate ha un carattere molto più strutturale e di lungo periodo. Così anche la fredda finanza, che investe soldi per far più soldi, prende atto che senza responsabilità non c’è domani.

Ma c’è anche chi si spinge più in là. 

In seno alle Nazioni Unite si è formata un’alleanza chiamata Net Zero Asset Owner Alliance alla quale partecipa un gruppo internazionale di investitori istituzionali importantissimi come Allianz, Caisse des Dépots, PensionDanmark, Folksam Group, Caisse de dépot et placement du Québec e SwissRe, che si sono obbligati a riallocare entro il 2050 tutto il loro portafoglio di investimenti verso attività a zero emissioni. Il loro impegno non sarà solo la transizione finanziaria green, ma anche quello di fare pressione sulle scelte di business, sulle imprese e sulle politiche pubbliche. Gestori di asset che si trasformano in attivisti.

E il capitalismo italiano? Che ruolo può giocare l’impresa italiana in questa rivoluzione? 

Io credo che l’Italia rappresenti un laboratorio avanguardistico in tema di responsabilità sociale d’ impresa. Di recente ho riletto lo splendido volume intitolato “Le fabbriche del bene” che raccoglie due discorsi dell’Ing. Olivetti – è del 1960! – nei quali si ritrova in maniera molto chiara il riferimento ad uno scopo più elevato dell’impresa. La costante ricerca di equilibrio tra solidarietà sociale e profitto, il legame tra fabbrica e sviluppo umano, la volontà costante di mettere l’uomo al centro dell’attività imprenditoriale. Ed io ritrovo alcuni di questi concetti in in molte imprese italiane, specialmente nelle imprese familiari, nelle PMI innovative e flessibili che portano il made in Italy nel mondo e nei distretti che sono parte importante del tessuto produttivo del paese.

Nella nostra tradizione possiamo trovare il vero senso dell’impresa e farne il fondamento di un vantaggio competitivo.