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Priorità invertite

Caporetto per la Scuola

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Conte lo ha lasciato intendere più volte: trasformiamo questo momento in occasione per fare quelle riforme necessarie al Paese. Intenzione lodevole, non c’è dubbio. Ma la politica, come la realtà del resto, non campa di sogni e suggestioni. Ad un certo punto, occorrono i fatti. E questi dicono che di riforme in questo frangente non se ne vede nemmeno l’ombra. Non solo. Se ne sono accorti tutti che, ora come ora, il governo fatica a portare avanti anche la cosiddetta “ordinaria amministrazione”. Figuriamoci fare le riforme. E così da occasione da cogliere, il momento presente si trasforma nell’ennesima occasione mancata. La scuola, per fare un triste esempio, è una di queste.

Grazie al particolare momento storico, si poteva e si doveva fare un decreto che avrebbe potuto radere al suolo tutto quello che impediva al comparto di essere competitivo, frutto di anni e anni di riforme accavallate in malo modo una sopra l’altra che hanno finito per ingessare il sistema scolastico italiano. E invece, nulla di fatto. Da occasione, il decreto scuola che oggi ha ricevuto la fiducia al Senato si è rivelato una “Caporetto”, mutuando l’espressione usata in aula dal senatore di Forza Italia Andrea Cangini.

E non è nemmeno difficile capire il perché. Uno dei nodi più rilevanti riguardava la stabilizzazione dei precari: un bacino enorme di quasi 170.000 docenti, a fronte di circa 200.000 cattedre vacanti, senza contare le supplenze necessarie per garantire il distanziamento sociale. Una operazione, insomma, necessaria e richiesta a gran voce da tutti e che ha provocato non poche fibrillazioni all’interno della maggioranza ma che si è conclusa con un nulla di fatto. Pd, Leu, Italia Viva, M5S ed Autonomie hanno bocciato tutti gli emendamenti per la stabilizzazione dei precari compreso quello del senatore del Pd Verducci, votato invece dalle opposizioni. Il che fa già capire come anche la maggioranza non sapesse fino alla fine che pesci pigliare. Risultato: tutti scontenti, anche i sindacati.

E se sul concorso per l’assunzione di 32.000 docenti è stata superata la farsa dell’esame a crocette prevedendo una più ragionevole prova scritta con quesiti a risposta aperta, la beffa è che della data del concorso nel decreto non vi è traccia: si farà forse a settembre o forse a ottobre-novembre. Risultato: tutti scontenti, anche qui.

Per non parlare del trattamento riservato alle scuole paritarie: “A queste realtà che sono parte integrante del nostro sistema scolastico, sono stati destinati fondi pari agli incentivi previsti per i monopattini, a fronte di quasi 860.000 studenti e 160.000 persone che vi lavorano. Praticamente le scuole paritarie sono state letteralmente ignorate” ha tuonato il senatore Cangini contattato dall’Occidentale. Una evidente ingiustizia, non c’è dubbio. Tuttavia non c’era da aspettarsi altro da chi arriva a considerare le scuole paritarie addirittura incostituzionali, come sostenuto da qualche esponente della maggioranza. Quanto avrà pesato questo filone ideologico sulle scelte del governo non è dato sapersi. Ciò che è certo è che ora questo potrebbe diventare un vero boomerang. Non solo in chiave elettorale, ma anche dal punto di vista conomico.

Ed il perché è presto detto. Lo Stato spende in media 6000 mila euro annui ad alunno. Per le paritarie, l’esborso annuale per lo Stato per ciascun studente è di 750 euro. Ora è evidente che, non essendoci incentivi per le scuole paritarie, la spesa a carico delle famiglie potrebbe aumentare costringendo molti a passare alla scuola pubblica. E questo, oltre che ledere il principio costituzionale relativo alla libertà di scelta educativa e creare classi sovraffollate, espone il bilancio dello Stato ad un ulteriore esborso di risorse per ogni alunno che passa sotto il regime della scuola pubblica. “Credo che la miopia politica di questo governo, su questo aspetto abbia raggiunto il suo culmine” chiosa Cangini.

A questo bisogna aggiungere tutti i problemi legati alla riapertura effettiva delle scuole, ad oggi per nulla risolti. Anzi, se ne stanno aggiungendo di altri. E questa volta non per colpa del Covid. E sì, perché la maggioranza sta pensando bene di fissare le elezioni regionali, comunali magari accorpandole al referendum costituzionale tra il 20 e il 27 settembre. Praticamente ad inizio anno scolastico, semmai dovesse cominciare. Tenendo ben presente i tempi necessari per la sanificazione degli edifici che poi dovranno ospitare gli alunni, per tornare a scuola si dovrà aspettare ottobre. Covid permettendo.

Insomma, mentre Francia, Germania, Belgio, Olanda, Svizzera e altri paesi europei hanno riaperto le scuole o perlomeno stanno ragionando seriamente su come fare per renderle efficienti, noi siamo ancora ragionando del perché e per come. “Azzolina che casino” verrebbe da dire. E non è solo un buon titolo da sparare su un giornale. Purtroppo.

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