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Il Governatore al Meeting? Scelta azzecata!

Cari retroscenisti, Draghi a Rimini non ha fatto il politico né l’antigovernativo

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Caro direttore,

questa non è una lettera, è una preghiera. Spero con tutto il cuore che l’Occidentale non voglia inserirsi in un trito gioco dell’estate: tirare la giacchetta al governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Che il governatore sia andato a parlare innanzi alla gremita platea del Meeting di Rimini (di cui, per sua stessa ammissione, sapeva poco o punto “oltre quello che scrivono i giornali”), è sicuramente un segnale interessante.

Al centro di attacchi spesso molto forti, e talora sorprendentemente gratuiti, da parte di alcuni esponenti del governo, Draghi sin ora si era tenuto quasi in disparte. Ciò si spiega in virtù del fatto che la Banca d’Italia è una delle pochissime “istituzioni” che abbiamo. In un Paese nel quale la politica è screditata, l’impresa è ondivaga e opportunista, la pubblica opinione tacitabonda o chiassosa ma comunque debole, la Banca d’Italia è da sempre una “riserva” del meglio della nostra classe dirigente. Einaudi, Menichella, Baffi, Draghi: figure non necessariamente appiattite sul cliché del tecnocrate, forti di grande prestigio personale, che hanno saputo incarnare una cultura d’indipendenza e anche di rispetto nei confronti del mercato. In parte la capacità di Draghi di “glissare” è evidentemente un tratto caratteriale, obbedisce al bisogno di volare più alto.

Ecco, che il Governatore vada in una assise che ha assunto nel tempo una così forte connotazione politica come il Meeting, è una notizia. E forse dimostra che, un po’ per orgoglio e un po’ perché gli attacchi indeboliscono con lui l’istituzione, Draghi pensa di comportarsi d’ora in poi diversamente che nell’immediato passato.

Ma tanto basta per immaginare un Draghi che comincia a dialogare in funzione anti-tremontiana con altri esponenti della maggioranza, oppure addirittura che si presta a dare voce ad ambizioni “terziste”? Direi proprio di no.

Il discorso del Governatore è stato semplice, chiaro, lineare. Non l’ha citato, ma forse aveva in mente un suo grande predecessore, Luigi Einaudi: “Nella vita delle nazioni di solito l'errore di non saper cogliere l'attimo fuggente è irreparabile”. Alcune settimane fa, il governatore aveva assunto una posizione “in linea” con l’azione del governo: ha ricordato l’importanza del rigore dei conti pubblici, mettendo in guardia contro gli effetti della crescita esorbitante del debito pubblico che tanti Paesi si troveranno a fronteggiare dopo la crisi. Ciò non significa che abbia preso posizione contro o pro chicchesia. Sin dalle sue Considerazioni finali dell’anno scorso, Draghi non è apparso affatto “anti-governativo”. Così come a Rimini ha avuto cura di specificare che le riforme “non partono da zero”, che qualcosa si è fatto.

Se si è fatto qualcosa, molto resta da fare. Il governatore ha descritto un’Italia che è coerente con le analisi più diffuse. Il nostro problema è la bassa crescita, le cose da cambiare sono quegli arrangiamenti istituzionali che frenano imprenditorialità e creatività. Repetita iuvant.

Non serve invece a nulla che Bersani, che ne ha commentato le tesi al Meeting, legga nel discorso del governatore ciò che non c’è: un'accusa all’indirizzo di una improbabile “egemonia” liberista, che negli ultimi anni avrebbe portato a favorire i redditi alti contro i redditi medio-bassi (per inciso, se mai anche qualcosa del genere si fosse verificato altrove, ha presente Bersani come funziona il fisco italiano?). E serve ancor meno che giornali e opinion maker “di destra” s’affannino ad arruolare Draghi nelle loro fila, come se dare a Cesare quel che è di Cesare fosse già iscriversi nell'esercito romano.

Abbiamo un governatore della Banca d’Italia autorevole, rispettoso dell’autonomia della politica, capace di riportare garbatamente al tavolo della discussione temi che sarebbero da prendere molto sul serio, nell’ipotesi non fossimo pronti a rassegnarci al declino. Non riduciamone le parole a un’altra occasione per fare ammuina.

 

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