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A un anno dalla morte

Carlo Sgorlon, la fierezza e l’orgoglio di essere un conservatore

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Carlo Sgorlon se n’è andato da un anno. Ha lasciato alla terra le sue spoglie mortali il 25 dicembre 2009, e a chi lo ha conosciuto ed amato è sembrata cosa molto armonica che il giorno della dipartita fosse quello di Natale. Lo scrittore forse più votato al senso del sacro fra i contemporanei, moriva proprio nel giorno della nascita di Gesù Cristo.

Eppure non osava definirsi cattolico e nemmeno cristiano, poiché “non sono religioni per uomini comuni, ma per santi”. Ammetteva però che la sua vita e la sua opera vivevano “per intero nell’ambito della cultura e dell’etica cristiane”; con qualche fuga nella teosofia e pronte all’incanto politeista, però. Forse più che un cristiano, era un pagano che credeva in Cristo, come diceva di sé il filosofo colombiano Gómez Dávila.

Non apparve strano che Elio Vittorini, prima fascista e poi comunista, bocciò i libri di Sgorlon, perché vi percepiva “il piangere la morte di Dio”. Erano romanzi nei quali si cercava di riconsacrare il mondo, si raccontavano vite terrestri scandite dai ritmi naturali delle stagioni e non da quelli della trionfante società industriale. Opere debitrici delle leggende contadine quanto delle letture di Kafka, Mann, Borges, Elsa Morante e Buzzati; sostenute dall’esperienza di vita a contatto con la sua terra madre friulana come dalle meditazioni di Elémire Zolla, Mircea Eliade, Carl Gustav Jung. Grandi narrazioni vergate nel solco della Bibbia, che Sgorlon sentiva scorrere nel sangue di credenti e non credenti, e sempre pervase da un’atmosfera da fiaba.

Era nato nel 1930 in provincia di Udine, là “dove il Friuli si venetizza”, in un “lembo di estrema periferia dell’Italia”, luogo già profetico per la sua condizione di solitario ed anarchico, del tutto estraneo agli ambienti egemoni nel mondo culturale degli anni Sessanta e Settanta. Non andava assolutamente d’accordo con la neo-avanguardia di Sanguineti e Balestrini. Per lui lo scrivere non doveva ridursi a sperimentalismi chiusi alla comunicazione con l’altro, si considerava un narratore, un artigiano del racconto che voleva produrre atti “d’amore e di pietà nei confronti degli uomini, non certo di guerra verso la letteratura precedente”. Convinto che per essere originali occorresse tornare alle origini, era alieno al “culto del divenire” e del progresso e amava quello che resta oltre il cammino della Storia, ciò che dura: archetipi, etica ed epica, miti, fiabe, saghe.

E proprio non poteva ritrovarsi nell’esistenzialismo con la nausea indotta degli anni ‘50, nel marxismo schematico del neorealismo. Meno che mai nella confusione del Sessantotto, da lui esperito dietro una cattedra di liceo (insegnò per quasi trent’anni). Da quell’anno, a parer suo, la società aveva fatto la “scelta della via più comoda”, alimentando “una folla di frustrati”.

Orgogliosamente conservatore, era contrario al divorzio e fino all’ultimo sostenne che “l’aborto volontario è un assassinio”. Ci teneva a ricordare quanto la mentalità atea portasse ancora l’impronta del materialismo ottocentesco invece di aggiornarsi alle scoperte del Novecento sulla fisica quantistica. Si era finalmente giunti alla conclusione che la materia è energia, come già insegnavano tutti i testi sacri.

“La terra è una cassa armonica, risonante di favole o di cose scomparse”, scriveva, e la difendeva con un ecologismo radicale, non ideologico ma comunque estremista e spesso ingenuo. Aveva perfino dato vita in un suo romanzo ad una “notte di San Bartolomeo” delle automobili, durante la quale i protagonisti si cimentavano in un’opera di raffinato luddismo per demolire i veicoli inquinanti.
Però tutto succedeva, ripetiamo, in un’atmosfera fiabesca, sempre allietata  dalla presenza di personaggi femminili sospesi fra la natura da fata e quella da strega.

E ne aveva scritti molti di romanzi, quasi trenta quelli pubblicati e ancora molti gli inediti. Fra i più importanti ricordiamo Il trono di legno (premio Campiello 1973), La carrozza di rame (romanzo storico incentrato sull’inestirpabile bisogno di mito per l’uomo, con personaggi sedotti dai surrogati nazionalisti o socialisti, dal Risorgimento agli anni ’70), L’armata dei fiumi perduti (premio Strega 1985), narrazione epica dei cosacchi antibolscevici comandati dal generale Vlasov, quelli che nel secondo conflitto mondiale furono usati dai tedeschi contro i partigiani del Nord Italia e poi consegnati, finite le ostilità, dagli inglesi agli aguzzini sovietici, (come racconta anche Solgenitsyn, preferirono il suicidio di massa piuttosto che finire rinchiusi nei Gulag).

Non mancavano infatti nelle opere di Sgorlon le tragedie della storia: la guerra, il disastro del Vajont, il dramma delle foibe. Sul silenzioso genocidio attuato dai partigiani di Tito ai danni della popolazione istriana di stirpe italiana, era stato uno dei primi a sollevare il velo di silenzio e falsità calato dall’egemonia culturale del Pci. Pagò con l’ostracismo dalle antologie scolastiche e con l’opera vigliacca di solerti assessori progressisti che cancellarono i verdetti di giurie popolari a lui favorevoli in più di premio letterario. Qualcuno fu meno diplomatico e firmandosi “brigate rosse” gli spedì una pallottola in busta chiusa ed imbrattò con vernice rossa il muro della sua casa promettendogli la giustizia proletaria.

Certo Sgorlon non era tipo da lasciarsi intimidire e quasi godeva della sua condizione di isolato, amato dal pubblico e snobbato dalla critica ufficiale. Negli ultimi anni scrisse abbondantemente, al ritmo di un romanzo ogni due anni, passando dalla resistenza di Vienna all’assedio turco del 1683 a Tangentopoli, dalla vita degli zingari al misterioso Priorato di Sion ed alle leggende templari (lontano però anni luce da ogni banalità alla Dan Brown). Nel 2008 era uscita per Morganti la sua bella autobiografia La penna d’oro, all’inizio del 2010 Mondadori ha pubblicato l’ultimo capolavoro postumo, Il circolo Swendenborg.

Avrebbe scritto ancora molto se la malattia non l’avesse ucciso. Anzi, è stato lo spirito che il folklore friulano chiama “mari de gnot”, quello che ruba i bambini rimasti fuori casa al calar delle tenebre, a portarselo via.
 

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