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Partita doppia

Caro Fini, il federalismo è l’occasione per voltare pagina

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Gianfranco Fini è diventato, a quanto sembra, un avversario della riforma federalista dello stato che fa parte del programma del governo. Sembra sostenere che essa danneggia il Sud, essendo voluta dalla lega Nord. Si vocifera che Fini potrebbe allearsi con Lombardo per formare, assieme a lui, il famoso partito del Sud. Si tratta di una ipotesi estremamente improbabile. Infatti è evidente che Fini vuole svolgere il ruolo di capo di una corrente, sia pure non organizzata, all’interno nel Pdl. E non ha alcuna ragione per costruire, insieme a Lombardo, un partito del Sud. Infatti ciò comporterebbe che egli sposti  il suo epicentro elettorale all’Italia meridionale e rinunci all’elettorato del Centro Nord. Inoltre, un partito del Sud appare una ipotesi politica improbabile, in quanto il Sud è composto di diverse Regioni, con diverse realtà e non è tutto legato da una storia comune. La Sardegna non è mai stata governata dai Borboni di Napoli. E  Palermo e Napoli furono due capitali, con interessi fra loro divergenti, di un Regno delle Due Sicilie da cui altre regioni meridionali si sentivano oppresse.

Ma resta il fatto che Fini ritiene che la riforma federalista sia pericolosa per la nostra finanza pubblica e che essa sia una minaccia per il Mezzogiorno. Per Fini la scelta federalista di Berlusconi e del Pdl sarebbe dovuta al fatto che al Nord il Pdl sarebbe diventata una fotocopia della Lega, che propugna il federalismo fiscale. Fini tende anche ad affermare che il progetto federalista incrina l’unità dell’Italia e contrasta con la coesione nazionale.

Mi sia consentito fare una osservazione banale. Il federalismo, compreso quello fiscale, in Italia, non è una scoperta della Lega Nord, che anzi sino a qualche tempo fa era a favore di una quasi secessione della “padania”. Esso era la forma di governo prevalente fra molti di coloro che, nei primi decenni dell’Ottocento furono fautori della unità nazionale. Basti citare fra i padri del Risorgimento, Carlo Cattaneo per il pensiero politico ed economico repubblicano laico e Vincenzo Gioberti per il pensiero politico cattolico. E anche dopo l’unificazione nazionale, il pensiero federalista non si estinse.

E’ poco noto il fatto che Cavour non fosse affatto favorevole a un modello centralista quale quello che in seguito si configurò. Egli, ritenendo che un sistema centralista non fosse in grado di tenere conto della grande diversità fra le regioni italiane, nel 1861, appena costituito il Regno d'Italia, chiese al Ministro degli interni Luigi Carlo Farini di elaborare un progetto di legge per la introduzione delle Regioni. E Farini lo disegnò attribuendo alle Regioni gran parte delle competenze di quattro Ministeri: Interni, Agricoltura (poi diventato Agricoltura, Industria e Commercio), Lavori Pubblici ed Istruzione. Marco Minghetti succeduto a Farini nel compito, portò avanti quel disegno di legge. Ma con la morte di Cavour, che ne era il vero promotore, esso rimase nel cassetto.

Non è esatta neanche la tesi che secondo il pensiero meridionalista il federalismo sarebbe incompatibile con gli interessi del Mezzogiorno. Infatti già nel primo decennio del Novecento, quando la questione meridionale venne in primo piano nel dibattito politico e culturale nazionale, emerse una robusta corrente di meridionalismo federalista, costituita da liberal-democratici, liberal socialisti, pensatori e politici di sinistra come Napoleone Colajanni, Gaetano Salvemini, Ettore Cicciotti, che riprendeva in nuovi termini il federalismo di Carlo Cattaneo. Su un altro versante emerse, poco dopo, il pensiero federalista di Luigi Sturzo, leader del neonato partito popolare. Si riproduceva così , in termini nuovi, nel Mezzogiorno, la duplice linea federalista del Risorgimento di Cattaneo e Gioberti. Si osserverà che, in entrambi i casi, nel primo Novecento, si trattava di dottrine e movimenti politici democratici ispirati a idee progressiste. La posizione anti federalista era soprattutto appannaggio dei conservatori. E la questione si ripropone anche ora con tale prospettiva.

Il federalismo costituisce, anche per il Mezzogiorno, l’occasione per voltare pagina, uscire dal piagnisteo assistenzialista, smettere di rimanere attaccato alla mammella dello Stato, cercare di gestire con autonomia il proprio destino. Ciò nel quadro di una unità nazionale possibilmente rafforzata dal sistema presidenzialista con una sola camera per le competenze nazionali e una seconda per la rappresentanza delle Regioni, competente per le questioni di loro comune interesse.

Del resto non c’è già una forma di federalismo, nel Mezzogiorno, con le due Regioni autonome, Sicilia e Sardegna? Si può forse supporre che il partito federalista auspicato dal governatore della Sicilia, Lombardo, intenda fare a meno, per la Sicilia, della autonomia regionale e alle competenze fiscali che ciò comporta?

Non è, d’altronde, affatto vero che il disegno attuale di federalismo fiscale contrasta con i principi di coesione nazionale. Infatti esso comporta un fondo perequativo a favore delle Regioni povere alimentato con le risorse delle Regioni ricche, con il compito di consentire che esse, per  le competenze fondamentali loro attribuite, in particolare per la sanità e per l’istruzione, possano assicurare ai loro cittadini prestazioni conformi, almeno, agli standard minimi nazionali. Da un lato ciò comporta di collegare i trasferimenti alle Regioni a minor reddito alla effettuazione di servizi conformi agli standard in questione, evitando sprechi ed erogazioni immotivate. Dall’altro lato implica che sarà garantita l’equità orizzontale, fra aree a diverso grado di sviluppo. Certamente nella determinazione di questi standard e del fondo perequativo, possono sorgere dei problemi. Ma attualmente la grande maggioranza delle Regioni meridionali è governata da giunte guidate da governatori del Pdl. E poiché i decreti attuativi del federalismo sono discussi ed approvati nella Conferenza stato-Regioni, spetta a questi governatori il compito di tutelare gli interessi del Mezzogiorno.

Non c’è, dunque, bisogno di una nuova corrente del Pdl per realizzare un federalismo in cui le Regioni del Mezzogiorno possano auto gestirsi, in un quadro di coesione nazionale, per altro con un sistema per cui il principio di equità si combina con quello di efficienza. Quando, poi, Gianfranco Fini dice che il Pdl sostiene il federalismo fiscale perché è diventato una fotocopia della Lega Nord, sbaglia di grosso. Una finanza pubblica conforme all’economia di mercato ha bisogno di una struttura federalista, per la sua piena realizzazione. Lo si legge nei testi teorici e lo si vede negli stati federalisti: dagli Usa, alla Svizzera, alla Germania.

Dato che il Pdl professa tesi economiche di economia di mercato, è logico che sostenga il federalismo fiscale. Fra la sua ideologia e il suo programma, in questa importantissima materia e quella della Lega, c’è una naturale coincidenza. Se vi è questa alleanza non è per un caso, o per una cattura di Berlusconi da parte di Bossi (ipotesi molto impriobabile curiosa, dava la estrema difficoltà di ingabbiarlo) ma per una solida ragione. E i tre stati citati mostrano che federalismo e senso dell’unità nazionale non sono affatto in contrasto. Ovviamente ci sono modi diversi di configurare e attuare il federalismo fiscale. E qui è naturale che ci siano differenze, ma i principi guida non possono che essere comuni. Ossia in termini semplici, se le imposte sono il prezzo dei servizi pubblici e non una taglia o un dovere stabilito dal dirigismo statale, è logico che si debba cercare  il maggior collegamento possibile fra imposte e servizi pubblici. E se la scuola o la sanità sono servizi regionali e locali, pagati con imposte di origine e possibilmente di gestione regionale e locale, c’è più collegamento fra imposte e tali servizi piuttosto che se le imposte per pagarli vanno in un grande pentolone statale e il mestolo con cui si tirano fuori le spese per le varie regioni ed enti locali è nelle mani dello stato.

Col federalismo il contribuente paga i suoi tributi più volentieri (o meglio meno malvolentieri) e c’è anche maggior incentivo a controllare le spese e le evasioni fiscali. In Italia, poi, siamo a mezza strada, con un sistema che non è né carne né pesce. La sanità è quasi tutta regionale e si paga in gran parte con l’Irap, imposta regionale. Molte spese, nell’istruzione, sono per una parte statali (quasi tutto il personale insegnante) e per l’altra regionali e locali (edifici e loro gestione, scuola professionali, asili nido, aiuto aglio studenti etcetera) con dispersione e confusione di competenze. Un tema che sta affrontando il Ministro Calderoli  è chi si deve occupare di che cosa: lo stato, la regione, il comune, la Asl etcetera? Il federalismo serve anche a semplificare questo guazzabuglio dirigista.

Un altro tema su cui sta discutendo la Conferenza stato-Regioni è l’attuazione del federalismo del demanio: cioè il passaggio di beni demaniali statali alle Regioni ed enti locali. Il demanio dello stato è molto male utilizzato perché l’autorità centrale non ha gli occhi dappertutto. Il federalismo serve per valorizzarlo. Fini però obbietta che l’attuazione del federalismo fiscale, in questo periodo, comporta grossi rischi per la finanza pubblica. Gli esempi che ho fatto sopra mostrano che non è vero che attuare il federalismo adesso comporta per forza di essere imprudenti. Del resto non si può tacciare Tremonti di imprudenza, ed è a lui che compete l’attuazione del federalismo fiscale. La devoluzione fiscale, La riforma federalista può dare un impulso alla nostra economia ed accrescere la competitività delle nostre imprese. Prendiamo la riforma dell’Irap. Essa consiste nel trasformarla in due tributi una imposta sul reddito lordo delle imprese in sostituzione della parte di Irap che grava sui profitti lordi di ammortamenti e sugli interessi passivi e un contributo sanitario regionale, in sostituzione della parte di Irap che grava sui costi del lavoro. Ciò darà alle Regioni una maggiore autonomia di manovra delle aliquote dei due tributi, e di controllo delle evasioni, rispetto a quel che sia possibile con l’Irap. Sarà così possibile avere un aumento di gettito senza aumento di aliquote. D’altra parte, il contribuito sanitario regionale potrà essere detratto dall’imponibile dell’Irpef e dell’imposta sulle società come costo di produzione, con una riduzione della pressione fiscale sulle imprese, in relazione al fatture lavoro. E ciò senza comportare una perdita di gettito per le Regioni. L’onere a carico del bilancio statale, che si può stimare in 5 miliardi, potrebbe essere spalmato su due esercizi finanziari e la copertura potrebbe essere trovata con limitate economie di spesa.

Un’altra misura di anticipazione del federalismo fiscale è la adozione, per i redditi dei fitti delle abitazioni di proprietà di persone fisiche, di una aliquota secca del 20% in luogo della attuale tassazione con l’imposta personale progressiva. Il sommerso edilizio è ingente e la prassi di fare contratti di affitto con una cifra inferiore al vero, con pagamento della differenza in nero è largamente diffusa. Questa imposta secca del 20% che potrebbe essere inizialmente applicata ai contratti di affitto con cosiddetti patti in deroga, renderebbe conveniente l’emersione degli affitti in nero. E la riduzione di gettito derivante dalla riduzione di aliquota media, si potrebbe auto finanziare. La devoluzione alle Regioni del nuovo tributo, nel quadro del federalismo fiscale, darebbe un incentivo a queste a controlli del sommerso edilizio, mediante le informazioni che esse hanno, tramite le loro competenze urbanistiche e mediante la collaborazione degli enti locali. Nello stesso tempo, la riduzione dell’onere fiscale sugli affitti può generare una spinta all’investimento nell’edilizia abitativa. Gli esempi si possono moltiplicare.

Il federalismo fiscale non è una minaccia agli equilibri della finanza pubblica, se la sua attuazione è effettuata con senso di responsabilità, nel quadro di una riduzione della pressione fiscale e del miglioramento dei sistemi di accertamento. E’ una innovazione positiva, di cui l’Italia ha bisogno. Chi guarda al futuro non può attestarsi nella mera conservazione del passato.

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11 COMMENTS

  1. Non vogliono le riforme
    Proprio per questo, caro Forte, c’è chi fonda correnti e chi le sostiene. Per frenare un cambiamento serio e fondamentale per il bene dell’Italia, come il federalismo. Che, tra l’altro, potrebbe anche portare a far lavorare seriamente e per davvero tutti quelli che finora hanno scaldato la seggiola e/o sono stati incapaci e/o hanno sprecato soldi pubblici a più non posso. Quelli che già sono stati irritati parecchio dai sacrosanti interventi di Brunetta. Ora gli arriva pure il federalismo? Rischio da non correre! Da qui la trovata di Fini, che fa il gioco e l’interesse di questi fannulloni di ogni ordine, grado e regione italiana ma non certo del Paese.

  2. Fini
    Questa di Fini è una faccenda di impossibile determinazione. E’ anche molto arduo capire cosa pensi il nostro. Appartiene a quel genere di uomo chiuso nella sostanza, misterioso. Infatti tutti i commentatori sono spiazzati: c’è chi parla di ragioni tattiche, chi di visibilità, carriera, chi dice che punta molto alto verso l’elite europea…mah…
    Meglio lasciar perdere la “cosa in sè” e osservare i “fenomeni” come direbbero i filosofi. Indubbiamente però è interessante vedere come finirà. Qualcosa di simile si è visto con Follini, ma Fini è molto più visionario e ieratico…

  3. RE
    Ho letto con molto interesse l’articolo di Forte e mi trovo anche in accordo con “Anonimo”; questa di Fini non è stata un’uscita a caso e, credo, non sara’ nemmeno l’ultima. Personalmente credo che ci troviamo di fronte allo scontro Istituzionale e “non” più grave dal dopo guerra ad oggi. Il governo Berlusconi ha tre anni per costruire una riforma Istituzionale completa e soprattutto concreta. Dall’altra parte abbiamo il Leviatano statale rappresentato dall’asse, incredibile per chi come il sottoscritto proviene da AN, fra Fini, D’Alema, Casini e Rutelli, ovvero coloro i quali hanno costruito un’intera carriera sullo Stato e sulla sua inadeguatezza e “pesantezza” sociale. Le “spintarelle” sono il pane quotidiano per ogni politicante e sono anche la forza o meglio, quello che si definisce peso politico. E’ uno scontro all’ultimo sangue che, personale opinione, porterà Berlusconi alle elezioni anticipate, non fosse altro che per estirpare la “mala pianta” che rischia di inaridire un campo molto fertile. Questa è la ragione per cui Fini & C. hanno agito proprio adesso. Prima ha punzecchiato in ogni occasione l’operato del governo sperando, nel susseguirsi delle elezioni che ci sono state, che si assottigliasse sempre più il consenso verso il Cavaliere; visto che il popolo pero’ lo ha deluso, ha dovuto mettere in campo la falsa retorica inerente la scarsa democraticità interna al partito, per dare fuoco alle polveri. Se poi si ascoltano voci che indicano Fini come frequentatore abituale di certi “club d’elitè”, i conti ridanno senza sbaglio alcuno. Il Federalismo è il fumo negli occhi per coloro i quali sino ad oggi hanno retto le fila del nostro stato. Ma, a dispetto della cricca sopra citata, l’Italia non puo’ in alcun modo mancare questo treno, perchè sarà anche l’ultimo. Fini è solo la punta dell’iceberg; sotto di lui si nascondono i soliti noti ovvero banchieri, capitani di impresa, grandi costruttori ecc che vorrebbero il sistema “Italia” perennemente al palo per meglio girarvi intorno a piacimento e, soprattutto, senza intoppi. Speriamo che questa sia la volta buona….se curati bene, i germi finiani verranno eliminati e con essi anche il vecchiume della politica dei “salotti buoni”.

  4. l’unica speranza per il sud
    l’unica speranza per il sud è il federalismo fiscale. solo così i lavori non dureranno più in eterno e solo così ci libereremo di camorristi e politici corrotti. fini vai a lavorare. viva la campania libera dai camorristi e dai napoletani

  5. Statisti
    Sono davvero d’accordo con Anonimo 27/04/10 11:40 e con Cristian 27/04/10 19:35 : con questi grigi figuri – insufficienti allievi di una scuola politica di per sé pure da parecchio inadeguata ai tempi – non c’è speranza. Con loro per l’Italia solo stagnazione brezhneviana e declino, disperatamente velati dal frastuono di futili logomachie ideologiche, manipolatorie dell’opinione pubblica. Il mondo corre presentando nuove e impressionanti sfide in condizioni di grande fluidità. Non saranno i Casini i D’alema i Fini i Dipietro i Rutelli – diligentemente preoccupati del proprio ombelico incastonato nel ventre pingue – a trasformare in investimenti l’impegno i sacrifici e i disagi, comunque inevitabili, dei cittadini. Non c’è proporzione fra le loro capacità e le loro incombenze; o la loro missione, se vogliamo dirlo con un po’ di enfasi.

  6. In realtà Fini ha chiesto
    In realtà Fini ha chiesto una maggiore condivisione della riforma, soprattutto in senso territoriale. Ha cioé richiesto la presenza, al tavolo nel quale si decideranno i decreti delegati, di governatori meridionali, in rappresentanza dei loro territori. Il che non mi sembra così peregrino, purché non si tratti di un tentativo di arrestare la riforma. In realtà questo ruolo dovrebbe essere ricoperto dal Ministro Fitto. Però sembra che Calderoli si sia impadronito del “giocattolo” e voglia giocare a carte coperte con tutti. Se Fitto non riesce a rappresentare adeguatamente gli interessi del sud in una partita vitale come questa, che si dimetta o si faccia aiutare da altri.

  7. Alla Corte di fini
    Fini disse che le correnti interne a un partito sono solo metastasi mortali per il partito stesso. Un veleno letale, insomma. Ora lui medesimo ha creato una corente interna al PDL. Mi chiedo con che scopo, se non quello di ammazzare il PDL per poi raccoglierne i cocci e fare, finalmente, il solo Principe Regnante.

  8. partito del sud
    vado giù duro perché la storia è cosa importante da lasciarla fare a persone un pò sprovvedute come il sig. F.Forte, in quanto le sue deduzioni fanno subito capire che quello che scrive lo avrà letto su giornalini.
    Il regno delle Due Sicilie con alterne vicende nacque circa 800 anni fa, da quando i Normanni unificarono dapprima la parte insulare che va dal Garigliano (confine Nord) alle Calabrie per poi con Tancredi completarlo con la conquista della Sicilia.
    La Sardegna ha avuto un’altra storia, siete voi che la mettete insieme al SUD.
    Il SUD (Regno delle Due Sicilie o Regno di Napoli)è stata l’unica parte del paese chiamato Italia ad essere uno STATO vero fino a quando vigliaccamente i piemontesi vennero a saccheggiarlo.

  9. Caro Francesco,
    non discuto

    Caro Francesco,
    non discuto sulle ‘virtù del federalismo’e sulla capacità del riformismo leghista di trasformare le più costose, inefficienti e inutili istituzioni iscritte nella nostra carta costituzionale (le regioni appunto) in strumenti agili al servizio dei cittadini. Quello che mi rende perplesso è l’uso un po’ disinvolto dei classici della politica—Cavour e Minghetti non erano solo statisti ma anche pensatori e teorici–chiamati a sostegno di cause che loro–che scrivevano in altri tempi e in contesti sociali profondamente mutati—difficilmente avrebbero potuto sostenere.. E’ lo stesso andazzo che, negli scritti dei ‘giuristi progressisti’, ha trasformato la tesi tocquevilliana della ‘tirannia della maggioranza’ in un manifesto antiberlusconiano avant lettre. Parliamo del presente e del futuro ma lasciamo i nostri ‘Grandi’ riposare lontano dalle tempeste della politica dei nostri giorni.

  10. Ho letto con interesse il
    Ho letto con interesse il suo rapido e preciso excursus e, almeno a grandi linee, ne condivido i contenuti. Ciò da cui dissento è il pensiero che il federalismo possa davvero risolvere in questo momento, soprattutto dal punto di vista economico, i problemi della nostra beneamata (e martoriata) nazione. Ritengo infatti che, più di ogni altra cosa sia mancato agli italiani quel sentimento di orgoglio e di appartenenza che funge da amalgama a tanti altri paesi che nel corso della loro storia hanno dovuto faticosamente formarsi partendo da diverse realtà regionali e culturali. Ciò che però in questi Paesi non succede e che vengano messe in discussione le attuali istituzioni sulle quali è fondata la convivenza civile. In Italia invece, in questi ultimi tempi, si è giocato al massacro, l’attuale governo non ha fatto altro che applicare la nota massima del divide et impera, pur di tener buone le fazioni meno illuminate e poco lungimiranti di Confindustria. Si sta’ distruggendo la scuola pubblica anziché riformarla gradatamente, spesso con provvedimenti di una tale superficialità e – in taluni casi – gravità – che non pare si debba tener conto che si tratta di una istituzione su cui è basato il futuro del Paese. Si cerca di svilire il ruolo della magistratura con continui, e il più delle volte, ingiustificati attacchi ai singoli magistrati, tacciati di essere “rossi” ogni qualvolta danno luogo ad una sentenza sfavorevole. Si crede veramente che in questo modo si potrà fare un’Italia migliore? Beninteso, non parlo di destra o sinistra, parlo più semplicemente del rispetto del ruolo di ciascuno nell’ambito di una società, ruolo ora soffocato dall’ illusione che un controllo sociale che parta dal basso e localmente, possa veramente produrre un notevole miglioramento della vita economica e sociale dell’Italia. Ma, si badi bene, lo stesso discorso lo si può tranquillamente applicare ad un’eventuale Padania: si spera forse che tutte le più piccole realtà locali possano sentirsi rappresentate da un governo che, mettiamo, avrà il suo centro a Milano? Esprimo pessimismo in proposito: gli abitanti di Feltre o di Belluno saranno certamente lontani dalle scelte politiche affrontate dalla Milano ladrona. Allora che fare? Non sarà il caso che lo Stato assuma la precisa responsabilità di dare ad ogni cittadino regole certe e moralmente ineccepibili; non sarà il caso che i politici, cioè coloro che le leggi le fanno, siano i primi a rispettarle; non sarà meglio che anziché pensare a distruggere ciò che la nostra società ha di buono costruito fino ad ora, si compiano quei piccoli passi che con prudenza fanno diventare adulti. Ma forse c’è un solo segreto: è quello di fare professione di umiltà, capire che la complessità della società contemporanea non consente più di esercitare l’idea che solo da una parte sta’ il giusto ed il bene, capire finalmente che il bene comune non può passare altro che attraverso un sentimento nazionale che finalmente ci faccia sentire uniti e disponibili anche ai sacrifici pur di capire quali siano gli obbiettivi che si vogliono raggiungere che ovviamente dovranno andare a vantaggio dell’intera collettività e non solo di chi, con poca dignità, ha svenduto la propria libertà di voto per un pezzo di focaccia! Poi si potrà pensare anche alla forma di Stato e, perché no, anche al federalismo.
    Bartleby

  11. Non quoto…
    Gentili lettori, io non quoto…non sonno per niente daccordo…ognuno parla di federalismo…ma contenuti ZERO…

    Sarà perchè son nato e cresciuto in Germania che la penso cosi’.

    Guardate…che ci vuole lo stato sociale modello svizzero, tedesco svedese…

    Solo cosi’ il mezzogiono e il settentrione avranno benessere.

    Se poi per amministrare lo stato sociale si faccia il federalismo ben venga…

    Ma prima la continuità salariale(non assistenza sociale) e un stato sociale forte.

    L’abito non fà il monaco…ci vuole una vera roforma sociale…

    Questa del federalismo in effetti e attualmente è dannoso..

    Cosa ci serve a noi pagare le tasse allapropria regione se la nostra regione non dà servizi?

    Appunto niente…

    Mi dispiace…senza stato sociale io non voto

    Saluti

    Ezechiele

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