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L'ennesima occasione perduta

Caro Monti, liberalizzare significa ridurre il peso dello Stato in economia

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In coerenza con la cultura economico-politica di tanti degli esponenti di questo governo, le tanto attese ed enfatizzate liberalizzazioni si sono in realtà rivelate come un insieme di nuove ed ulteriori norme di provenienza politica che dovrebbero 'regolare' alcune professioni, alcune attività economiche private e, solo marginalmente, alcune attività gestite più o meno direttamente dallo stesso stato.

Poiché si tratta del primo passo (non si sa se giusto) in una direzione indubbiamente desiderabile, si potrebbe anche essere essere prudenti e pure benevoli. Ma non certamente ottimisti, soprattutto se si considera: 1) l'entusiasmo della Confindustria che già altre volte ha applaudito a pseudo liberalizzazioni che non avendo inciso sulla concorrenza non sono neanche servite a migliorare i servizi e a ridurne i costi; 2) che la riforma del mercato del lavoro e delle previdenza, che avrebbe dato uno slancio a tutte le attività produttive, resta da definire e chissà quando sarà presentata.

Senza entrare negli aspetti tecnici e nell'analisi dei singoli provvedimenti, l'impressione è che se nel breve periodo, quello che dati i tempi e le circostanze ci interessa, esse non sortiranno effetti di rilievo diversi dall'aumentare la già alta complessità normativa, nel medio-lungo periodo la loro inefficacia incrementerà sostanzialmente la sfiducia dell'opinione pubblica nei confronti del mercato e della concorrenza. Quasi che si sia voluto ancora una volta dimostrare che, se la crescita economica non si risveglia, la responsabilità non è dello stato premuroso ed illuminato che ha benevolmente elaborato nuove regole, ma dei taxisti, farmacisti, notai, etc.

In breve, quello di cui ci sarebbe stato bisogno, non è di nuove regole per tutte quelle categorie, ma di 'liberalizzare', ossia ridurre, l'imprevedibile complessità del rapporto tra individui ed amministrazioni pubbliche che è causa di perdita di tempo per chi intende intraprendere e sviluppare un'attività imprenditoriale, di spese difficilmente quantificabili, di corruzione, di rendite parassitarie, e di tanti altri mali. Quel di cui abbiamo veramente bisogno è quindi di ridurre la complessità normativa e magari di eliminare i contenziosi legati al famigerato Titolo V della nostra Costituzione e di semplificare i ricorsi amministrativi di tutti i tipi ed i procedimenti civili.

Il rilancio della crescita non si gioca su nuove regole, che per quanto migliori delle precedenti, sono pur sempre oneri indiretti per l'attività imprenditoriale e per quanti devono entrare in contatto con la pubblica amministrazione o si trovano a dover difendere i propri diritti, ma di ridurre il tempo tra un'idea imprenditoriale e la sua realizzazione. Un tempo sul quale mi sembra che con queste nuove liberalizzazioni, lo stato abbia invece riaffermato il proprio monopolio. E i monopoli, si sa, son sempre fonte e causa di inefficienze.



 

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2 COMMENTS

  1. chi può fare le vere liberalizzazioni?
    È certo che queste liberalizzazioni non sono granché, ma ci si deve anche chiedere cosa era lecito aspettarsi da un governo come questo, al di là della “cultura economica” dei suoi principali esponenti. Può un governo nato solo perché “la crisi ce lo impone” fare delle riforme liberali profonde, in grado di rivoluzionare l’economia italiana? L’unico esempio, almeno per quanto riguarda l’Europa occidentale, di una vera rivoluzione liberale è quello dei governi della Thatcher, governi eminentemente politici che seppero affrontare non uno sciopero dei tassisti, ma delle vere rivolte violente. E le seppero affrontare perché potevano a ragione sostenere che esse erano espressione della volontà popolare. Il governo Monti riforme di quella portata probabilmente non le vuole, ma se anche le volesse non avrebbe il diritto di farle.
    Davanti alle “riformette” però il Pdl si trova davanti ad un bivio. Può usarle per lavarsi le mani delle vere riforme liberali, dicendo che quelle fatte non sono piaciute, e probabilmente potendo dire che non hanno sortito i risultati sperati (come, ahinoi, ben prefigura l’articolo di Raimondo Cubeddu). Oppure può rivendicare, davanti ai suoi elettori e all’Italia, come un suo compito il fare delle vere riforme, le quali possono essere attuate solo da un’autentica volontà politica, e non per via di (più o meno) fantomatiche costrizioni esterne. Per poter fare questo il Pdl deve fare i conti con se stesso, prima ancora che con gli alleati. E decidere cos’è e dove vuole andare, se vuole andare da qualche parte…

  2. Colpìti ed educati?
    Grazie al prof. Cubeddu per la chiarezza, e – se è lecito aggiungere al commento equilibratodi Antonio Masala 24/01/12 11:27 un commento emotivo e viscerale (anche le viscere contano) – il PdL deve pure decidere (tanto presto tanto meglio, o non si capisce?) se potrebbe bastargli nel futuro, per affrontare dure ma vere battaglie, iniziare con l’ausilio di 17 milioni di voti complessivi di coalizione. Potrebbe evitare perdite di tempo ai suoi elettori, qualora considerasse che – costituzionalmente e realisticamente – ciò non fosse sufficiente per compiere un mandato fronteggiando non solo spread, ma assalti e tradimenti furibondi, Bocchini e Napolitani, pressioni e gogne, Ruby e Camusse, ricatti e insulti, Fini e Merkozy, avversioni e sberleffi, Dandini e De benedetti, espropri e magistrati, e quant’altro (per i malandrini nei proprî ranghi non saprei dire, perché altrove allignano parimenti senza provocare danni irrimediabili, si fa per dire). Perché le cose, alla bisogna, si ripeteranno eccome, visti i bei ribaltamenti che portano: Silvio non è un caso unico – forse speciale sì – ma prima di lui, basta la povera memoria mia, Andreotti e Forlani, Craxi soprattutto; e nel contorno quanti minori?

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