Caro petrolio? Rivolgersi alla canna da zucchero

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Caro petrolio? Rivolgersi alla canna da zucchero

02 Agosto 2008

L’Unione Europea annuncia la costruzione nel cuore del Sahara algerino di una grande centrale a energia solare in grado di provvedere ai bisogni di tutto il Vecchio Continente, attraverso cavi ad alto voltaggio stesi tra l’Africa e l’Italia, a loro volta integrabili in rete con le risorse di energia eolica da Regno Unito e Danimarca e di energia geotermica dall’Islanda. Ma bisognerà aspettare almeno il 2050.

Il ministro dell’Energia e Miniere algerino, nonché Presidente dell’Opec, Chakib Khelil, colui che per primo ha proposto all’Europa l’idea della megacentrale sahariana, dice pure che i prezzi del greggio caleranno, perché stanno venendo rapidamente messi a coltura nuovi giacimenti. Ma bisognerà aspettare il 2013. 

Intanto, l’allarme alimentare arriva in Italia. Dopo il raccolto, le associazioni di categoria hanno informato che c’è grano nazionale per pane e pasta sufficiente a soli sette mesi di approvvigionamento. Poi, per gli altri cinque mesi dell’anno, ci sarà bisogno di acquistare grano all’estero, a prezzi sempre più alti. Più alti per la domanda cinese e indiana di greggio che fa rincarare anche il carburante di trattori, mieti trebbie e trasporti? O più alti per effetto delle sempre maggiori quantità di colture alimentari che vengono deviate nel bioetanolo? 

Da una parte, l’Amministrazione Bush sostiene che in realtà i biocombustibli non incidono per più del 5% sui rincari, e il presidente brasiliano Lula tuona con aggressività contro la “lobby petrolifera” che starebbe montando la campagna contro il carburante verde. Dall’altra, un documento della Banca Mondiale farebbe ascendere l’incidenza del bioetanolo sugli aumenti di grano e mais addirittura al 75%, e il Rapporto Gallagher dell’Unione Europea consiglia di frenare lo sviluppo dei carburanti verdi, almeno fino al 2020. Nella speranza di trovare nel frattempo il modo per assicurarne la sostenibilità. 

Eppure, una scappatoia ci sarebbe, per arrivare fino all’epoca in cui il greggio si abbasserà e le nuove tecnologie saranno disponibili, salvando nel contempo la capra del pranzo con i cavoli del pieno di benzina. La stessa Banca Mondiale che accusa il bioetanolo da mais made in Usa, infatti, ammette che la canna da zucchero, fonte del bioetanolo brasiliano, mantiene gli stessi prezzi dal 2006, contro l’83% di aumento medio del resto degli alimentari. E in Brasile assicurano che basta l’1% della terra coltivabile per produrre il 50% del combustibile che serve al Paese. A livello Ue si fa strada dunque l’idea di preferire il bioetanolo da canna a quello da mais, piuttosto che alzare barricate indiscriminate. Le diverse varietà di canna esistenti permettono inoltre di fare raccolti tutto l’anno, e secondo Worldwatch Institute e Agenzia Internazionale dell’Energia il bioetanolo di tipo brasiliano emetterebbe l’85% di carbonio in meno delle benzine estratte dal petrolio, contro il meno 45% della benzina da barbabietola prodotta in Europa e il meno 30 per cento del bioetanolo da cereali, sia europeo che nordamericano. Già la Svezia mescola per legge alla benzina un 20% di bioetanolo, sottoponendo però il prodotto a certificazione ambientale sulla sostenibilità delle relative colture, affidata a un organismo indipendente. E anche Regno Unito e Svizzera si stanno incamminando sulla stessa strada. 

Gli Stati Uniti, intanto, stanno a loro volta studiando come realizzare un biocarburante di seconda generazione, sostituendo ai cereali l’erba del tipo panicum virgatum: switchgrass, come è chiamata in inglese. È un foraggio già fortemente utilizzato per il bestiame, e che contiene un tipo di cellulosa facilmente fermentabile. L’abbattimento della quantità di carbonio emessa arriverebbe addirittura al meno 94%. In prospettiva, l’idea è di arrivare a fabbricare direttamente il carburante a partire dalle immondizie urbane.