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“Caso Cosentino: diciamo no alla Repubblica dei pentiti” di Gaetano Quagliariello

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Pubblichiamo l'intervento del vicepresidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello in Aula al Senato sulla mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario Nicola Cosentino.

Signor Presidente, colleghi senatori, signori del governo,

si potrebbe parlare a lungo degli aspetti giudiziari del caso Cosentino. Della tempistica di un'inchiesta fondata su accuse che risalgono ai primi anni Novanta, diventata fascicolo giudiziario nel 2001, pubblicizzata dall'Espresso nell'autunno del 2008, con un'iscrizione sul registro degli indagati formalizzata il 12 febbraio del 2009, una richiesta d'arresto cautelare firmata dal pm dopo appena cinque giorni, e sottoscritta dal gip dopo nove mesi, il tempo di una gravidanza!
Si potrebbe parlare a lungo di un'indagine incubata in un enorme lasso di tempo, sistematicamente anticipata a mezzo stampa, sorprendentemente scadenzata in coincidenza con appuntamenti importanti nella vita politica, e senza che mai Nicola Cosentino abbia avuto la possibilità di essere ascoltato.

E ci si potrebbe chiedere, non senza fondamento, quali consapevolezze avessero indotto i colleghi dell'opposizione a sollecitare con un atto parlamentare le dimissioni del sottosegretario al Tesoro già nell'ottobre del 2008, quando Cosentino non era ancora formalmente indagato e a dar conto delle accuse nei suoi confronti, per noi comuni mortali che non possediamo scienze particolari, era stato solo qualche articolo dell'Espresso! Si potrebbe parlare a lungo di un'ordinanza che Roberto Saviano ha definito "un trattato di antropologia e sociologia e non solo un documento giudiziario", e che, dopo averla compulsata, io definirei più un trattato di antropologia e sociologia che un documento giudiziario.

Di tutto ciò si potrebbe parlare a lungo, ma non è questa la sede per farlo. Oggi la maggioranza intende piuttosto affermare che non si piegherà al tentativo di trasformare l'Italia nella Repubblica dei pentiti. Ci siamo battuti perché non fosse l'iniziativa di qualche magistrato politicizzato a sovvertire la volontà del popolo sovrano, perché convinti che solo con un rapporto equilibrato tra giustizia e politica la politica può preservare la propria ragion d'essere e la giustizia la propria autonomia; a maggior ragione impediremo che a stabilire chi abbia titolo e chi no a far parte del governo del nostro Paese siano le parole di un pentito, magari pure cocainomane o psichicamente infermo. Colleghi, rialziamo la bandiera del garantismo, che non è mai stata la bandiera dell'impunità.

Ricordiamoci di Leonardo Sciascia, della cui scomparsa ricorre in questi giorni il ventesimo anniversario. E soffermiamoci a considerare quale grave precedente si vorrebbe stabilire attraverso il caso Cosentino da parte dell'opposizione, ivi compresa - e ce ne dispiace - quell'Udc che pure sulla pelle dei propri esponenti ha tenuto giustamente duro sul principio inviolabile della presunzione d'innocenza.

Signor Presidente, lasciamo a Robespierre e ai suoi seguaci dei giorni nostri gli ideali astratti e assoluti di giustizia. Caliamoci nel presente vivo, consideriamo il momento storico che stiamo vivendo. E abbiamo il coraggio di affermare che accedere oggi alla richiesta dell'opposizione, accettare che una indagine basata sulle parole non riscontrate di qualche pentito debba comportare le dimissioni di un membro del governo, inferirebbe un'ulteriore ferita al primato della politica e alla democrazia fondata sulla sovranità del popolo. E provocherebbe anche, voglio sottolinearlo, lo svilimento del ruolo dei collaboratori di giustizia, che da strumento investigativo nelle mani dell'autorità giudiziaria rischierebbero di trasformarsi nei terminali di possibili ricatti politici, tanto più micidiali quanto più da parte del Parlamento si attribuisca a simili operazioni la garanzia di successo.

Non ci nascondiamo dietro un dito, colleghi senatori: oggi stiamo vivendo le prove generali per l'entrata in scena di Gaspare Spatuzza, che l'intensificarsi del rullo dei tamburi e l'iper-attivismo dei corifei annidati in alcune Procure e in alcune redazioni di giornali preannunciano come imminente. Se consentiamo che sia Gaetano Vassallo a decidere che Nicola Cosentino non può sedere fra i banchi del governo, cosa diremo al nostro popolo, al popolo italiano, quando altri pentiti, da altri Palazzi di giustizia, cercheranno di riscrivere la storia del nostro partito, la storia del nostro leader, la storia del nostro Paese?

Noi respingeremo stasera queste mozioni, convintamente, e lo faremo anche per non rinunciare alla speranza di lasciare ai nostri figli un Paese finalmente normale.

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