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Caso Fiat: piccoli compromessi, grandi utopie

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In Italia critiche e denunce dell’operato dei governi e delle forze sociali vengono espresse in termini chiari e comprensibili da tutti. E’ quando si passa dalla diagnosi  alla prognosi, e soprattutto alla terapia, che i discorsi diventano vaghi, allusivi ed elusivi, quasi nel timore di giocare a carte scoperte.

Intervenendo nel dibattito sulle strategie di Sergio Marchionne, Luciano Gallino ha ricordato, su ‘Repubblica’, il caso della Eaton di Massa. L’azienda “produceva componenti avanzati per motori d'auto, venduti ai maggiori costruttori europei, con buoni margini di utile. Ma è successo che nell'Ohio, sede dell'azienda madre, qualcuno ha fatto due calcoli e ha scoperto che in Polonia si possono produrre gli stessi componenti a un costo inferiore. Si sa, laggiù costa tutto meno: il lavoro, i terreni, i servizi. Quindi il management ha deciso di chiudere lo stabilimento di Massa e spostare la produzione in quel paese. Gli azionisti apprezzeranno”.

Credo che nessuno possa rimanere insensibile alla sorte degli operai che rischiano il posto di lavoro, sennonché è il rimedio a risultare problematico. Cosa si propone perché fatti del genere non avvengano? Che ad una holding non si dia il permesso di investire in Italia? Che il nulla osta sia subordinato a certe condizioni: ad es., all’obbligo di non arrestare la produzione qualora la magistratura del lavoro accerti che gli utili ci sono (anche se meno alti che altrove)? E agli azionisti che vorrebbero trasferire tutto all’estero cosa si offre? Lo stesso guadagno, garantito dagli enti pubblici e dagli istituti di credito disposti ad accollarsi la differenza tra i profitti realizzati fuori e quelli realizzati da noi? E i contribuenti saranno disposti a mettere mano ai loro portafogli per trattenere l’azienda?

Il caso diventa ancora più drammatico se l’impresa – nazionale o multinazionale – è, per varie ragioni, fallimentare e l’ombra della disoccupazione incombe su migliaia di operai, quadri tecnici, dirigenti. In questo caso, quali potrebbero essere le “ soluzioni possibili”, le “altre strade meno impervie” per evitare “la riduzione del lavoratore a merce”? Si metterà l’impresa al sicuro dalla concorrenza, tornando a pratiche protezionistiche? Si impedirà agli azionisti di ritirare i loro capitali? Si nazionalizzerà l’impresa, costringendo lo Stato stesso a produrre “componenti avanzati per motori d’auto”?.

Tutte le vie, in una democrazia reale ma non necessariamente liberale, sono possibili e praticabili. L’importante è che le scelte vengano fatte alla luce del sole e che non ci si nasconda dietro le ‘terze vie’– al di là del capitalismo selvaggio e del collettivismo burocratico – o dietro le nebulose dei “nuovi modelli di sviluppo”. Se si vuole tenere in vita un’azienda decotta ,mantenendone la natura privatistica, e a tale scopo si impegnano gli istituti di credito si ha il dovere di far conoscere l’operazione ai loro clienti –che forse non si sentiranno molto tranquilli nel sapere che la fabbrica, alla quale stanno praticando, con i loro soldi, la respirazione artificiale,   ha registrato l’80% di assenteismo per malattia nel giorno di una importante partita di calcio.

In una società aperta, dovrebbe essere sempre chiaro “chi paga” e quanto e fino a quando e in vista di quale risultato. Sarebbe non solo un’autentica ‘rivoluzione culturale’ ma, altresì, un grande risparmio, giacché non dovrebbero più venire stipendiati quegli “intermediari occulti”che, muovendosi come pesci nell’acqua nella Confindustria, nelle sedi dei partiti e dei sindacati,negli uffici pubblici, nelle redazioni dei giornali e delle TV, promuovono accordi e compromessi tra i ‘soggetti del pluralismo’.In nome della solidarietà, ovviamente!

Resta, comunque, che lo ‘spirito comunitario’, il riflesso condizionato che porta a preoccuparsi dei ‘nostri’ e ad affidare al loro destino gli ‘altri’– in barba al nuovo cosmopolitismo giuridico per il quale le barriere nazionali non dovrebbero più essere in rapporto ai diritti – negli intellettuali di sinistra, si risveglia solo quando si tratta dei “proletari” che “non hanno patria”. Proletario per proletario, per i poverissimi abitanti del villaggio polacco, dove potrebbe essere impiantato un nuovo stabilimento industriale, il salario di 80 rifiutato dai nostri, decisi a chiedere 100 o a incrociare le braccia, è “la vita”, la speranza in un futuro meno precario per i loro figli. Gallino, invece, parla del benessere che potrebbe arridere agli europei più indigenti come di una catastrofe umanitaria, dimenticando, forse, che senza i bassi salari degli anni cinquanta non avremmo mai avuto il boom economico.                                                    

Un esempio non meno significativo della vaghezza delle prognosi è rappresentato dall’intervista rilasciata da Guido Rossi a Carla Ravaioli sul ‘Manifesto’ di qualche mese fa, Crescita impossibile e fine del progresso. Per la sinistra antagonista, dev’essersi trattato di un evento epocale se viene riproposta così spesso nei suoi blog. (Il blog ecologista e anticapitalista di Genova ha provveduto, qualche giorno fa, a inviarla a tutti i suoi corrispondenti, per non farne perdere la ‘memoria storica’). Il nome dell’autore, già docente di Diritto commerciale e poi di Filosofia del diritto, grande esperto di economia politica e di calcio – e poi dicono che la razza dei Pico della Mirandola in Italia si è estinta!– figura nel ‘Palmaverde’ dell’aristocrazia manageriale italiana.

E inoltre Rossi è l’espressione più idealtipica, per dirla con Max Weber, di quella categoria di professionisti al passo coi tempi, espertissimi nell’arte di tessere collegamenti di confine tra banche e aziende, da un lato (Consob, Credito Bergamasco, Ferfin-Montedison, Telecom, Federcalcio) e mondo politico e sindacale, dall’altro (è stato senatore per la Sinistra indipendente dal 1987 al 1992). Che un membro così eminente della “casta” parli dell’economia capitalista come un guerrigliero sudamericano, seguace di Castro e di Guevara,non poteva non stupire piacevolmente quanti combattono il ‘capitale’ non tra i palazzi ma tra le capanne.

“L’ideologia dello sviluppo economico – si legge sul ‘Manifesto’ – cancella qualunque problema che riguardi qualità della vita e diritti umani, mentre crea guerre senza senso... Si crea una società di cui l’unico scopo è il dovere di crescere economicamente: d’altronde in base a parametri del tutto sballati, come il Pil,che non considerano affatto la qualità della vita.”. Il capitalismo, per Guido Rossi, è un mostro che crea ‘grandi disuguaglianze economiche’, sostituisce ai ‘diritti dei cittadini la ‘tutela dei consumatori’, calpesta i “diritti al posto di lavoro, alla sicurezza sul lavoro, alla pensione”, ingenera l’idea, ripresa persino da Benedetto XVI, che la globalizzazione produca “un progresso economico che poi si diffonde tra tutti i popoli”, rende precaria la sopravvivenza della razza umana, con la sua distruzione sistematica del pianeta etc.. (Tra le doléances di Rossi, per la verità, ce n’è anche una che gli fa onore, “la distanza tra lo stipendio di un manager e il salario di un operaio”, una distanza che, sicuramente, alla luce della sua sollecitudine per le vittime della concorrenza spietata, avrà deciso, nobilmente, di   azzerare.).

Intendiamoci, i liberali non sono i dottor Stranamore del mercato privo di regole: molti problemi che l’intervista al ‘Manifesto’ pone sul tappeto sono reali e drammatici e si può anche consentire, al limite, che di questo passo l’umanità rischia la scomparsa. A suscitare insormontabili perplessità, invece, sono, da un lato, il totalitarismo del concetto, che arriva al punto da porre il ‘riformismo’ (ne prenda nota Enrico Morando...) sullo stesso piano del fondamentalismo talebano degli apologeti del capitalismo selvaggio, dall’altro, l’irrazionalismo allo stato puro che vuole eliminare   l’economia mercantile, senza sapere con cosa sostituirla . “Nessuno ha un’idea in testa. Questa è la verità”, confessa candidamente l’intervistato. Che però una sua idea ce l’ha e non esita a comunicarla, “rischiando l’accusa del leninismo”, a un’estasiata Ravaioli: “Bisogna fare la rivoluzione”. La parola salvifica è pronunciata anche se poi il ‘rivoluzionario’(che è uno dei più ricchi contribuenti della Lombardia), si affretta a rettificare di non avere in mente  la rivoluzione dei cannoni e delle barricate (ma allora che rivoluzione è?) bensì quella che potrebbe definirsi una seconda Bretton Woods, intesa ad eliminare definitivamente, secondo l’auspicio di  Ban Ki Moon, “il Pil come misura di benessere”.

Rossi pensa, in parole povere, a “una rivoluzione di tipo mondiale, organizzata dall’ONU, in cui si ridefiniscano i veri diritti, i principi per una vita diversa da quella voluta dal potere economico, e quindi una vita orientata dalla politica e non dall’economia”. “Vaste programme!” avrebbe anche qui commentato de Gaulle! Sennonché,alla luce della cupa diagnosi delineata dal nostro nouveau encyclopédiste, dove si troveranno le forze capaci di portarlo a termine?

Solo un governo mondiale, che inalberi la bandiera rossa della rivoluzione, potrebbe ridefinire per tutto il pianeta diritti e doveri? Lasciando perdere il vecchio Kant, che vedeva nello stato mondiale il dispotismo allo stato puro, ci si chiede, tuttavia, se l’interesse generale della razza umana sia qualcosa di oggettivo che i reggitori supremi del globo sono in grado di definire e di realizzare o, se per colpa del peccato originale, si presti a interpretazioni diverse suscettibili di innescare conflitti sanguinosi in caso di mancato accordo.

Dietro le farneticazioni degli intellettuali militanti, c’è la vecchia idea che l’economia sia il regno del ‘particulare’, della guerra di tutti contro tutti, della rapina e del malaffare mentre la politica purché ispirata all’etica (il che comporta l’eliminazione giacobina dei cittadini non virtuosi) sia la dimensione del ‘collettivo’ e della giustizia distributiva, dei ‘diritti’ inviolabili. Come l’economia è competizione per il possesso, però, la politica è competizione per il potere. Se davvero le “grandi imprese” economiche “hanno in mano la maggiore ricchezza del pianeta”, la soluzione di mettere tale ricchezza nelle mani delle “grandi imprese” politiche sarebbe il classico “cadere dalla padella nella brace”.

Va rilevato, comunque, che tramontati i ‘grandi racconti’– per ripetere il più banale dei luoghi comuni – i progetti palingenetici di Guido Rossi si infrangono contro gli scogli di economie che hanno il fiato corto e i Messia dell’ Ordine Nuovo Mondiale, mettendo i piedi sulla terra,  finiscono col riproporre compromessi ‘umani, troppo umani’, che poi sono quelli di uno stato sociale che da Welfare scandinavo degrada a clientelismo peronista. Un caso da manuale è il  ricordato dibattito sulla ristrutturazione della Fiat.

Una metà dell’opinione pubblica italiana, ha fatto rilevare Pietro Ichino sul ‘Piccolo’ di Trieste del 26 ottobre u.s., “si è convinta che Marchionne offra lavoro solo in cambio di una rinuncia ai diritti fondamentali dei lavoratori” e che l’accordo di Pomigliano “violerebbe la legge e addirittura la Costituzione”. E’ un refrain ben noto. Ogni volta che una riforma lede gli interessi di qualche potente consorteria, apriti cielo!, siamo al tramonto di quel poco di democrazia che eravamo riusciti a ottenere.

Giuristi come Stefano Rodotà denunciano “la continua riduzione del lavoro, in tutte le sue forme, a una condizione che ne nega la possibilità di espressione e di realizzazione di sé”; filosofi come Paolo Flores d’Arcais parlano del diktat di Marchionne come “dell’equivalente funzionale, seppure in forma post-moderna e soft (soft?) dello squadrismo contro le sedi sindacali, con cui il fascismo distrusse il diritto dei lavoratori a organizzarsi liberamente”; sociologi come Luciano Gallino ricordano che “democrazia è la possibilità di avere voce nelle decisioni che toccano la propria vita, partecipare in qualche misura ad esse, poter discutere del proprio destino; magari per accettarlo, alla fine, anche se ingrato”.

Sennonché, ci si chiede, che cosa sta davvero accadendo oggi in Italia? Ce lo spiega un malinconico Mario Deaglio, nell’articolo Il mercato al posto della politica (‘La Stampa’ 4 gennaio u.s.): si va prefigurando un modello profondamente modificato dei “rapporti tra economia e politica” in base al quale “alla politica non viene richiesta alcuna particolare benedizione né alcun particolare aiuto” : è la de-istituzionalizzazione, nel quadro dell’economia italiana, della vecchia Fiat.

 In un paese in cui, da più di vent’anni, tutti si dichiarano liberali, si dovrebbe salutare con favore il ritorno a quella ‘separazione delle sfere’– per la quale, crocianamente, l’economia persegue l’utile, l’etica il bene, la scienza e la filosofia la conoscenza etc.– che costituisce la quintessenza della ‘società libera’. Ed invece la prospettiva che lavoratori e impresa si ritrovino”faccia a faccia a discutere di salari e produttività e modelli di lavoro e tecnologie e condizioni ambientali” e che si preannunci “la fine presuntiva per la gigantesca intermediazione sociale all’europea, di ceppo storico corporativo” getta nel panico gli opinion makers della sinistra antagonista e post-azionista che invitano alla mobilitazione.

“Solo attraverso un pieno dispiegarsi, nell’ambito dei diritti costituzionali”, dei conflitti sociali, si legge nel manifesto di ‘Lavoro e libertà’ a sostegno della FIOM, “si controbilanciano i potentati economici, si alimenta la discussione pubblica, si controlla l’esercizio del potere politico”.Già, ma come ha opportunamente richiamato Francesco Forte sul ‘Foglio’,citando Tocqueville, la democrazia è il diritto della maggioranza, nell’ambito delle leggi costituzionali e dei costumi, a far valere il proprio punto di vista: non è un modo di risolvere il conflitto sindacale venendo comunque incontro alle richieste delle parti sociali e addossandone i costi all’intera collettività.

Mercato, concorrenza, innovazione non sono la ragione sociale di un ente di beneficenza ma le condizioni ineludibili per produrre ricchezza e fare stare tutti meglio. Anche von Hayek si preoccupava delle vittime del ‘capitalismo selvaggio’ ma come rimedio non pensava certo all’accanimento terapeutico welfarista per tenere in vita i rami secchi dell’economia!

Quando  davanti ai problemi concreti, l’“eterna sinistra antagonista” all’italiana è costretta a pensare alle ‘cure’ mediche necessarie a un sistema economico che perde colpi, il ‘nuovo modello di sviluppo’, il superamento congiunto del capitalismo amorale e del collettivismo burocratico, le proiezioni avveniristiche si dileguano come le nevi al tiepido sole della primavera. Tutti quei discorsi fumosi in coda alle realistiche denunce del malessere sociale diventano l’ideologia, la ‘falsa coscienza’ di ceti politici e sindacali che avvolgono in una fitta coltre di nubi accordi terreni assai poco esaltanti, intesi (sostanzialmente) a far pagare a tutti i contribuenti i ritardi di una classe industriale incapace di innovazione e il radicalismo di settori consistenti del mondo del lavoro che, in nome della rivoluzione, rafforzano e perpetuano l’esistente. Un cattivo esistente.

 

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