Alla faccia dell'irrilevanza!

Cattolici e dialogo con Salvini, così il cardinale Ruini destabilizza la sinistra in Emilia

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Alla faccia dell’irrilevanza! A distanza di settimane non accenna a placarsi l’eco dell’intervista con la quale il cardinale Camillo Ruini, sul Corriere della Sera, ha messo in guardia rispetto agli esiti del Sinodo sull’Amazzonia e, sul fronte della politica italiana, ha “sdoganato” il dialogo con Matteo Salvini.

Le polemiche appaiono particolarmente insistite sulla stampa emiliana: sui fogli modenesi e reggiani si susseguono da giorni le prese di distanza e le accuse di “temporalismo”, rimproverando all’ex presidente della Cei di ricercare sempre e comunque una relazione privilegiata col potere, scomodando il rapporto tra fascismo e religione, arrivando persino a paragonare l’apertura di credito di Ruini nei confronti del giovane leader padano a quella che, a suo tempo, Von Papen avrebbe praticato nei confronti di Hitler quando quest’ultimo non aveva ancora conquistato il potere. Argomenti, questi, ripresi e messi in musica da padre Bartolomeo Sorge in una lunga intervista rilasciata all’Espresso.

Come spiegare tanto accanimento? Bastano i natali e i trascorsi emiliani del Cardinale per motivare le “benevole” attenzioni alle quali è stato sottoposto nella sua terra d’origine? Non credo. Ritengo, piuttosto, che la ragione vera sia sospesa tra passato e futuro e risieda nello speciale rapporto contratto da quei luoghi con il cattolicesimo politico nostrano. Nella storia dell’Italia repubblicana, infatti, l’Emilia è stata il centro nevralgico di uno scontro interno a quel mondo, tra una corrente “democratica” e una “liberal-popolare”. Per fermarsi ai soli simboli: la terra emiliana, tra Reggio, Bologna e Monteveglio, è stata il fulcro dell’attività politica di Giuseppe Dossetti. Bologna, però, è stata l’ultima patria anche di Giacomo Biffi: il principe della Chiesa che per tanti versi e su tante questioni – dal rapporto con lo Stato alla sussidiarietà, fino all’integrazione – rappresentò e sostenne all’interno della Chiesa posizioni antitetiche a quelle dei cattolici democratici, ripercorse con leggerezza di stile e profondità di pensiero nelle sue godibilissime memorie “di un italiano Cardinale”.

A lungo il precipitato politico di questa contrapposizione intra-ecclesiale è stato sopito e assorbito nel partito unico dei cattolici: un mondo composito e variegato tenuto assieme dal famoso fattore K, ovvero da una pregiudiziale anti-comunista resa obbligatoria dalla presenta del partito “falce e martello” più forte dell’Occidente. E fino ad allora il rapporto tra Chiesa e potere è stato un rapporto quasi obbligato, praticato da una parte e dall’altra senza eccezioni.

La situazione è radicalmente cambiata con la caduta del Muro e la fine degli equilibri della cosiddetta Prima Repubblica: due passaggi che, guarda caso, hanno coinciso con l’avvento di Papi non italiani. Da allora il dibattito sul rapporto tra Chiesa e politica si è fatto più aperto e frastagliato e la contrapposizione tra “democratici” e “liberal-popolari” ha assunto contenuti e connotati inediti. E nemmeno stavolta è un caso se l’esperimento dell’Ulivo, che mirava a dare una sostanza post-comunista alla sinistra italiana, ebbe il suo epicentro, con Romano Prodi, proprio in Emilia. Forse mi sbaglio, ma a me pare che una labile traccia di quell’esperienza si possa rintracciare persino nelle “sardine”: il fenomeno che, ostentando la distanza dai partiti ufficiali, sta riempiendo le piazze emiliane “contro il pericolo della destra”.

Per tutte queste ragioni, derubricare l’apertura ruiniana verso Salvini come l’adesione a un presunto istintivo “richiamo del potere” appare una affermazione debole e intellettualmente pigra. Non solo perché il potere intellettuale in Italia è ancora saldamente nelle mani della sinistra, ma anche perché in tal modo si dimentica come Ruini, a partire dagli ultimi anni dello scorso secolo, sia stato il teorico della cosiddetta “scelta culturale” da parte della Chiesa: parlare dal pulpito sfidando la politica sui suoi temi piuttosto che andare alla ricerca di bracci secolari. Ancor meno convincente, poi, è l’accostamento al fascismo per spiegare la presunta strumentalità del leader leghista nell’esibizione di simboli religiosi. Mussolini, attraverso il potere, avrebbe infatti voluto anestetizzare quei simboli, non certo ostentarli, per dar spazio a una “religione civile” pensata in concorrenza e antitesi con quella ufficiale. A Salvini, di contro, si potrebbe rimproverare di limitarsi a una mera ostentazione, non riuscendo per ora a sostanziare quei gesti con una proposta culturale e politica che dia risposte a quello che, per alcuni credenti, è il vero problema del XXI secolo: l’uomo, la sua natura e la sua centralità; più sinteticamente “la questione antropologica”. E forse proprio a questa insufficienza il Cardinale si riferisce quando gli chiede “di maturare”.

Qui sta il punto vero della questione. La gravità delle scelte che da ultimo sono state compiute in Italia in tema di eutanasia, utero in affitto, concezione della famiglia, è stata sottovalutata da quanti, nel mondo cattolico, ritengono di anteporre al terreno antropologico una nuova questione sociale ripensata alla luce delle dinamiche della globalizzazione. Questa corrente è oggi certamente maggioritaria nelle gerarchie e nelle alte sfere della Chiesa ufficiale; non lo è però con la stessa certezza tra gli elettori cattolici che sono rimasti tali a dispetto della secolarizzazione che avanza. E da qui potrebbe ripartire la sfida tra “cattolici-democratici” e “liberal-popolari”. Sfida che, detta per inciso, avrà una sua influenza anche nelle prossime elezioni regionali in Emilia-Romagna. Ed ecco perché, forse, all’intervista di Ruini proprio in questa terra è stata attribuita tanta importanza e perché le sue parole hanno destato tanta preoccupazione.

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