Cattolici e liberali a Firenze in cerca di riconciliazione
24 Maggio 2008
L’idea di un convegno di studi sulla cultura cattolica politica nasce dalla postazione di un disagio della contingente situazione culturale e politica.
Dalle elezioni dell’aprile scorso, il tema dei riferimenti culturali e valoriali dell’agire politico e sociale sembra aprirsi con nuove prospettive al dibattito pubblico.
Nella Sala de’ Dugento di Palazzo Vecchio a Firenze, si è inaugurato ieri un convegno scientifico dal tema “La Pira, Don Milani, Padre Balducci” – il laboratorio Firenze nelle scelte pubbliche dei cattolici dal fascismo a fine Novecento.
L’iniziativa realizzata dalla Fondazione Magna Carta e dal Circolo dei Liberi si innesta in una città dove il passato ha fatto sbocciare vicende politiche che hanno costituito la peculiare struttura politica – morale del nostro paese. Il convegno, che numerosi giovani hanno contribuito ad organizzare, si pone fuori dalla polemica amara e viziosa su religione e politica ed è orientato ad un dibattito sereno e scientificamente argomentato.
Il sistema politico italiano ha subito un divorzio che ne ha impedito lo sbocco verso una modernità autentica. Il divorzio in questione è avvenuto tra cattolicesimo politico e pensiero liberale.
Gli effetti di tale separazioni hanno impedito a generazioni di giovani, almeno due, di avere sicuri riferimenti culturali.
Ecco perché l’esigenza di un convegno che vede i diretti protagonisti di quella stagione tra i principali relatori nasce da recenti dibattiti sui riferimenti valoriali dei partiti politici e trova la forza grazie al ri-orientamento politico attuale, di affrontare in uno spazio pubblico il tema del ruolo di ciò che di più profondo si annida nel cuore umano: la ricerca di libertà e verità attraverso l’azione politica.
Riprendendo La Pira e De Lubac, Bondi ha evidenziato quanto sia priva di fondamento ogni teoria che rinchiuda nello spiritualismo il cattolicesimo. La religione, infatti, non è limitata alla sfera intima e privata della coscienza – ha sottolineato il ministro – ma è votata «ad una dimensione pubblica, all’agorà, alla polis».
In tal senso, il Ministro ha richiamato le parole di Papa Benedetto XVI al Convegno di Verona, con le quali si esortavano i cattolici italiani a non ripiegarsi su se stessi, a mantenere vivo il loro dinamismo, a rendere in questo modo «un grande servizio non solo a questa nazione, ma anche all’Europa e al mondo».
Infine, il Ministro ha sottolineato il profilo dell’unità del Magistero ecclesiale, evidenziando che non è vero che la dottrina sociale sia di dominio dei cattolici di centro-sinistra e che la dottrina sui valori non negoziabili (la morale) sia campo dei cattolici di centro-destra. Esiste, piuttosto, un solo Magistero che impone ai politici il perseguimento di una maggiore giustizia per «i più deboli, per i più fragili, vuoi perché troppo poveri, troppo vecchi o perché non ancora nati».
La prolusione si è avviata con una riflessione sul tema della modernità e sul portato di questa nel campo delle dottrine politiche e dell’organizzazione della politica, sulla democrazia bloccata (che per lunghi anni ha connotato il nostro sistema politico-parititico) e sull’esperienza solitaria di De Gasperi.
Il relatore ha comparato le figure di De Gasperi, Fanfani e Sturzo, sottolineando le dottrine di cui ciascuno era latore e della distanza dei “giovani” democristiani dal liberalismo di ispirazione cristiana proprio del leader trentino. E’ stato ricordato come, a seguito della necessaria “verginità politica” imposta per i vertici del partito a seguito dell’esperienza fascista, la Democrazia Cristiana fosse un partito di sinistra, con un “elettorato di destra”.
Quagliariello, in sintonia con quanto detto dal Ministro, ha sottolineato che negli anni Sessanta fu compiuto un grave errore dalla D.C., ossia quello di rinchiudere la fede nel ghetto della coscienza, nell’eliminare Dio dalla vita politica, sostituendolo con dei feticci: la cultura dell’antifascismo, l’idealizzazione dell’esperienza resistenziale, il bisogno di riprendere lo spirito del CLN, il culto del movimento costituente e della Costituzione, la mitizzazione oltre la verità storica dell’accordo sull’art. 7, insomma, il dialogo con il P.C.I.
Quanto sopra esposto ebbe una immediata ricaduta anche in Ecclesia: il Concilio, infatti, si trasformò «nel mito di un nuovo inizio…come, in quegli anni, le chiese si liberarono di altari, balaustre, crocifissi, statue di santi, arredi sacri, quadri finiti nei magazzini di antiquari, così si riteneva che tutta la tradizione della Chiesa del secondo millennio…andasse messa in discussione e in qualche modo liquidata» (cfr. J. Herranz, Nei dintorni di Gerico, Milano, 2006).
Il Senatore, infine, riportando il tema all’attualità politico-ecclesiale, ha preso in esame le differenti posizioni presenti nella gerarchia ecclesiale. La prima, rappresentata da S. Em. Rev.ma il Card. Camillo Ruini, Vicario del Santo Padre per la Diocesi di Roma e già Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, secondo cui è necessario un rapporto più diretto con la società civile sulle questioni di fondo della fede; la seconda, patrocinata dal S. Em. Rev.ma il Card. Carlo Maria martini, già Arcivescovo di Milano, che pone l’accento sulla sola dottrina sociale, non tenendo conto di quella unità del Magistero cui ha fatto riferimento il Ministro Bondi.
Il senatore ha rilevato quanto fallimentare si sia rilevato questo “separatismo” che si traduce in un relativismo su tutti i temi “biopolitici”. A sancirne il fallimento sono stati tutti quei cattolici che, non sentendosi più rappresentati dalla sinistra-democratica, hanno accordato alle ultime elezioni una ampia preferenza al Popolo della Libertà.
Quagliariello, tuttavia, non ha omesso di operare una riflessione critica sulle posizioni del PdL in materie “eticamente sensibili”, sottolineando che la Chiesa ha timore nel guardare ad una realtà politica che «oscilla tra l’aspirazione a interpretare la tradizione del popolarismo europeo attraverso l’assunzione di precisi impegni programmatici che valgano per tutti i suoi membri credenti o non credenti che essi siano e la illusione, presente in alcuni suoi ambiti, di poter anestetizzare il problema rifugiandosi nella “libertà di coscienza”».
Il punto forte e comune ai due interventi è proprio quello dell’unitarietà del Magistero ecclesiale: non può darsi dottrina sociale astratta dagli altri insegnamenti della Chiesa, né è possibile accostarsi alla morale espungendo la dottrina sociale. L’unicità del corpus del Magistero richiede che l’agire politico si confronti con ogni parte dello stesso: confrontarsi non significa, di certo, conformarsi, ma, senz’altro, significa non ignorare.
Questa la differenza fra laicismo e laicità, questa la sfida per una comunità politica non autoreferenziale.
