C’è molta Italia stanca del partito delle toghe

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C’è molta Italia stanca del partito delle toghe

C’è molta Italia stanca del partito delle toghe

25 Giugno 2008

"Pel bosco Ferraù molto s’avvolse, e ritrovossi al fine onde si tolse". Forse Messer Ludovico Ariosto, scrivendo questi versi non pensava ai suoi "cavalieri antiqui" ma profetava sulla politica italiana del terzo millennio. Nel suo ultimo articolo domenicale, il Fondatore di ‘Repubblica’, ci confida che "Un presidente emerito della Repubblica di cui ho l’onore di essere buono amico mi ha confidato l’altro giorno tutta la sua amarezza nel constatare che gli italiani sono abbacinati dal decisionismo purché sia. Non tentano nemmeno di esaminarne i contenuti, sono felici di delegare ogni responsabilità a un’autorità e se quella mostra i muscoli e strappa alcune regole fondamentali che presidiano lo stato di diritto e la democrazia chi se ne infischia. Purché si decida". Insomma ci risiamo. Ancora una volta è un’ex azionista—giacché secondo Riccardo Barenghi, che ha condotto la trasmissione radiofonica ‘Prima pagina’ la settimana scorsa, si tratterebbe di Carlo Azeglio Ciampi— a riproporre la frustra tesi gli italiani sono irresponsabili, inadatti alla riflessione politica richiesta da una democrazia  matura, pronti a gettarsi nelle braccia del primo dittatore o demagogo che sappia abbindolarli. Le libere istituzioni, se ne deduce, non farebbero per noi, com’è dimostrato, del resto, dagli esiti dell’ultima, disastrosa, campagna elettorale.

 I classici della scienza politica ci hanno insegnato che le formazioni politiche perdono credibilità e potere ogni volta che la loro percezione della realtà, filtrata da ideologie ormai logore e consunte, è in totale contrasto con l’esperienza quotidiana degli ‘uomini qualunque’. Temo che questo scollamento sia per la sinistra italiana a uno stato avanzato e difficilmente rimediabile. Se mi guardo  intorno, infatti, se passo in rassegna gli amici, i coinquilini, i colleghi, i rivenditori, gli artigiani, i professionisti vari che hanno votato per Berlusconi, me ne vengono in mente ben pochi che siano disonesti, male informati, succubi dei tg di ‘Mediaset’ e lettori accaniti del ‘Giornale’ o di ‘Libero’. (Sarò fortunato, ma lo stesso debbo dire, mutatis mutandis, di quanti, nel mio orizzonte visivo, hanno votato per Veltroni).La maggior parte di loro compra il ‘Corriere della Sera’, la ‘Stampa’ e, in Liguria, ‘Il Secolo XIX’: quasi nessuno segue il telegiornale di Emilio Fede e ben pochi nutrono una irresistibile passione per il Cavaliere di Arcore o vanno in Chiesa. Fanno parte, anch’essi, della ‘massa damnationis’ che blocca il nostro paese sulla via che porta alla modernità e alla secolarizzazione?

Forse la cultura politica di cui Scalfari & Ciampi sono autorevoli espressioni ha qualche responsabilità nella vittoria del centro-destra. A forza di presentare i loro referenti—politici, magistrati, intellettuali vari– come i ‘custodi della Costituzione’e i loro avversari come orde fameliche assetate di privilegi, quando non colluse con la mafia e con la camorra, hanno finito per stancare mortalmente una gran parte dell’opinione pubblica al punto da renderla oggi indifferente davanti al provvedimento del governo sulla sospensione dei processi. Molti elettori del PDL sono convinti che, come tutti gli imprenditori, anche il Presidente del Consiglio abbia dei cadaveri nell’armadio ma l’idea che a farlo fuori debba essere l’ordine giudiziario e non l’elettorato italiano sembra ad essi, a dir poco, ripugnante. Di sicuro non esiterebbero a votare, in un eventuale referendum propositivo (che da noi non esiste) la legge, sostenuta dal saggio Piero Fassino, che mette in quarantena processuale le più alte cariche dello Stato, per tutta la durata del loro mandato.

 In altre parole, c’è un’Italia—soprattutto di centro-destra ma anche, in parte, di centro-sinistra—che non vuole che accanto ai partiti tradizionali ci sia quello ‘delle toghe’ e che regolarmente cambia canale ogni volta che vede sullo schermo il faccione di Antonio Di Pietro.

E c’è un "Italia di minoranza, invece, che dalle recenti elezioni non ha nulla appreso e non sembra neppure essersi accorta che,  proprio nel momento in cui  riprendeva il conflitto storico tra magistratura e centro-destra, le urne siciliane, con voto plebiscitario, hanno fatto crollare quelle poche roccaforti di centro-sinistra ancora esistenti nell’isola.

Se Walter Veltroni fosse un vero ‘cavallo di razza’ e non un leader mediatico postmoderno, avrebbe fatto pesare con forza e determinazione la sua opposizione ai provvedimenti giudiziari all’o.d.g. ma si sarebbe guardato bene dal farne il punto archimedeo per l’ennesima delegittimazione etica e politica del governo berlusconiano. Agendo come sta agendo in questi giorni, non solo non recupera il consenso dei vecchi alleati della sinistra antagonista—che mai gli perdoneranno il ‘correremo da soli’—ma si consegna prigioniero a una cultura radical-progressista (e sostanzialmente alto-furbo-borghese) che è l’antitesi dell’universo e dei valori socialdemocratici. Forse sta dimenticando in fretta che l’appartenenza a una ‘razza dello spirito’ del tutto allergica alla filosofia e agli stili della  Socialdemocrazia—forza politica determinante in tutti i paesi europei avanzati—ha scavato la fossa ai Romano Prodi, alle Rosy Bindi, ai veterodossettiani dell’Ulivo. 

© Il Secolo XIX, 25 giugno 2008