C’è più di un motivo per andare a cena dai Malavoglia
21 Febbraio 2010
Tra le tante valide ragioni enogastronomiche, che inducono a frequentare le due salette di questo piacevole ristorante milanese, vi sono anche motivazioni storico/letterarie. Non mi riferisco, però, alla denominazione del locale, "I Malavoglia", per la quale l’occasione è pressoché casuale: non vi è, infatti, nessun collegamento con Giovanni Verga. Intitolando il ristorante al capolavoro dello scrittore catanese, i proprietari hanno inteso solamente fare garbato ed elegante richiamo alle ascendenze rigorosamente ed orgogliosamente sicule della cucina che vi è praticata, con antica sapienza, dalla moglie del titolare.
La suggestione forte e per me sempre emozionante sta nella collocazione topografica de I Malavoglia: esso è infatti situato a cinque minuti di strada dalla chiesetta cinquecentesca che stava al centro di un luogo meneghino di antico dolore, reso immortale dai Promessi Sposi: il Lazzaretto. Del Lazzaretto – un grande quadrato di poco meno di 400 metri per lato, strutturalmente simile alla tipica casa romana, internamente dotato di un porticato continuo, su cui si affacciavano quasi 300 stanzette di degenza, grandi meno di 20 metri quadri, ciascuna attrezzata come un piccolo appartamento – non resta più nulla, fatta eccezione di talune vestigia ancora visibili in Via San Gregorio, tra Corso Buenos Aires e Via Tadino e, per l’appunto, della chiesetta di San Carlo, “San Carlino” per i vecchi milanesi. Il Lazzaretto fu demolito nel XIX secolo, una decina d’anni dopo la morte di Manzoni, e sull’area così ricavata si fece luogo ad una lottizzazione intensiva, a cui l’edificio ove è collocato I Malavoglia appartiene. La chiesa cappuccina di San Carlo, sia pure molto rimaneggiata, minuscola e, quindi, oppressa dagli edifici che oggi la circondano, ancora resiste e la sera, entrando nel nostro locale o uscendovi, magari in un giorno un po’ nebbioso, riesce a richiamare l’attenzione dell’avventore non troppo distratto, offrendo un attimo di intensa suggestione.
Tralasciando i ricordi storici e chiedendo perdono all’austero Fra Cristoforo, occupiamoci di questioni meno metafisiche. Della sicularità, sia pure con qualche aggiunta “straniera”, della cucina del locale già ho detto: va aggiunto che essa è praticata con attenzione filologica e utilizzo di valide materie prime.
Limitandoci a poche citazioni delle proposte dell’equilibrato menù, tra gli antipasti meritano particolare menzione le sardine all’agrodolce, la zuppa di scampetti ai profumi mediterranei, il pasticcio di pesce con erbe fini e maionese, l’ottima caponata. Tra i primi, se sono di rigore la pasta con le sarde e la pasta alla norma, non vanno tralasciati gli spaghetti con l’astice. Tra i secondi, ferme restando le specialità di pesce, variamente articolate ma sempre valide, un’attenzione specifica merita, tra i non numerosi piatti di carne, la classica panata alla palermitana. Vi è un’interessante selezione di formaggi siciliani e, per gli amanti dei desserts, la cassata, i cannoli e le torte fatte in casa aprono prospettive davvero non disprezzabili.
Assai meritevole di nota è la cantina, decisamente ricca di buone etichette, proposte con ricarichi assolutamente corretti. Ancor più meritevole di elogio è, però, la stessa carta dei vini, la quale, oltre a connotarsi per una gradevole ed elegante veste tipografica, si qualifica per lo sforzo, davvero non comune, di informare compiutamente ma sinteticamente il cliente circa le caratteristiche delle diverse bottiglie, così da favorirne una scelta rapida ma consapevole. La carta, come precisato in una sorta di prefazione, raggruppa i vini secondo sei tipologie, sebbene resti comunque evidente che la principale suddivisione che l’esuberante padrone di casa vorrebbe veramente praticare è “Sicilia contro Resto del Mondo”.…:
– Franciacorta, Champagnes, Spumanti
– Bianchi siciliani
– Bianchi di altre regioni
– Rossi siciliani
– Rossi di altre regioni
– Rosati siciliani
Ciascun gruppo riporta i vini secondo l’ordine alfabetico, con l’indicazione, per ogni bottiglia, oltre ai consueti dati circa il nome del vino, il produttore, l’annata e il prezzo, anche della specificazione del vigneto preceduta dalla DOC o DOCG di appartenenza, nonché la regione di provenienza, il vitigno – o i vitigni, se si tratta di un uvaggio – e il tipo di contenitori utilizzati per l’affinamento. Per questi ultimi la lettera A indica i vini fatti maturare in acciaio, la L il prodotto elevato in botti di legno di grandi dimensioni, la B i vini affinati in Barriques o in Tonneau. In particolare per chi non ami i vini barricati (o, ovviamente, viceversa) quest’ultima indicazione è davvero preziosa e andrebbe largamente imitata, posto che non è certo possibile conoscere a priori, ove non si sia degli specialisti, le caratteristiche di ogni prodotto.
Il servizio, sempre sorvegliato e integrato dal titolare, è cortese e professionale. I costi sono medi e il rapporto qualità/prezzo decisamente buono.
I Malavoglia – Via Lecco, 4 – 20124 Milano Telef: 02729531387- Chiuso la domenica e il lunedì a pranzo.
