C’è un “sogno cinese” nel nostro futuro? È possibile, ma decisamente è meglio di no

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C’è un “sogno cinese” nel nostro futuro? È possibile, ma decisamente è meglio di no

12 Marzo 2020

Quando la storia del Coronavirus sarà finita, tra le molte cose su cui dovremo riflettere a fondo c’è anche il tormentone degli hashtag. Ora è presto, e oltretutto –come si dice giustamente – siamo in guerra e non è il caso di indugiare troppo in polemiche puntigliose. Ma è certo che la storia sociale di questi mesi potrà essere raccontata anche attraverso gli hashtag e gli slogan, come fossero veri e propri capitoli di un libro.

Un libro in cui ci sarà scritto tutto, dalla rimozione iniziale agli abbracci in piazza, dai libri usati a mo’ di mascherina per prendere in giro la plebe ignorante alla lotta contro il ‘virus della paura e del razzismo’. E poi i brindisi del #milanononsiferma, i politici in posa con lo spritz tutti belli accatastati, così che non si avesse a pensare che c’era un’emergenza; a cascata le masse di millennial (ma non solo) che, prendendoli troppo in parola, hanno continuato a fare movida fino a ieri.

Poi, come dopo una sbronza collettiva, la calma piatta (e saggia) del #iorestoacasa, dilagante anche sui profili di noti ex brindanti e accompagnato da una generale riscoperta delle virtù della disciplina e dell’ordine.

Bene, anzi benissimo, se non ci fosse un ma (e che ci possiamo fare, se c’è sempre almeno un ma).

Stupiti e ammirati dalla capacità del governo cinese di governare le quarantene e le zone rosse, capita che qualcuno corra veloce, fino a immaginare come desiderabile l’adozione di un modello simile (diciamo tecno-capital-comunista) per irreggimentare le società disordinate dell’Occidente.

È lo scenario descritto analiticamente su Huffington Post da Roberto Arditti, direttore editoriale di Formiche: vediamolo. La Cina molto probabilmente ha vinto la lotta per la leadership mondiale, perché il modello cinese ha dimostrato di essere l’unico in grado di dare risposte efficaci al contagio, avendo “il  potere assoluto (fino a quello di vita e morte) sui propri cittadini e sulle loro relazioni sociali, economiche e familiari…Quindi il potere imperiale e comunista del Presidente Xi Jinping si è dispiegato in tutta la sua potenza, consentendogli di annunciare la fine dell’emergenza mentre nel mondo (Washington compresa) si arranca tra incertezza, sarcasmo e paura”. Ancora, “la battaglia contro il Coronavirus si è combattuta con ampio utilizzo di tecnologia e big data, facendo scempio di ogni elementare diritto di privacy dei cittadini. Controllo degli spostamenti attraverso smartphone e compagnie telefoniche, utilizzo delle informazioni presenti su chat e social network, caschi indossati dai militari in grado di riconoscere i volti anche in presenza della mascherina e dotati di dispositivi per rilevare immediatamente la temperatura, robot in giro per le strade con funzione di monitoraggio sociale, telecamere piazzate ovunque, banche dati delle carte di credito a disposizione per incrociare dati sensibili. Tutto è stato usato per sconfiggere il Virus, tutto è nelle mani dello Stato (che d’ora in poi potrà farne ciò che vuole).

Ma ecco il punto chiave: “La vittoria cinese è culturale, perché tutto il mondo sta guardando a Pechino per capire come risolvere il problema. La Cina, potenzialmente l’untore del pianeta, è diventata la soluzione del problema, grazie a un poderoso cocktail di “soft e hard power”, che verrà certamente buono anche per altri usi. Il Coronavirus, in fondo, è stata solo una monumentale prova generale”.

 

Gli scenari rigidamente complottistici, quelli che finiscono per dipingere la storia come un gigantesco teatro in cui le vicende vere si svolgono solo dietro le quinte, non mi hanno mai persuaso; al genere mi pare appartenga abbastanza anche la preoccupazione/certezza che emerge in alcuni settori di opinione pubblica “colta”: che l’epidemia stia diventando un’enorme occasione biopolitica per imporre – attraverso lo stato di eccezione permanente – un ordine tecno-totalitario irreversibile. Per quanto mi riguarda considero di buon senso ribadire, come dice un mio saggio e colto amico, che un virus è un virus, e non è la metafora di nulla. Però… qualche antenna la drizzerei, qualche promemoria per il dopo me lo appunterei.

E soprattutto terrei inderogabilmente la barra dritta sulla linea ben sintetizzata in un editoriale dell’Istituto Bruno Leoni: “È chiaro che i Paesi autoritari sono luoghi nei quali è più facile dire alla gente quel che deve fare. Le società libere rivelano sempre una certa quantità di caos. Ma sono anche di gran lunga un posto migliore dove vivere.”.

Sperando soprattutto che il capitolo finale del libro sia intitolato #MalaCinaNo. E non #ChineseDream.