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Celibato ecclesiastico: qualche riflessione più che doverosa

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La Chiesa ha i suoi riti, si sa, che si ripetono con regolare ciclicità scandendo la vita dei suoi fedeli; ma, a ben guardare, anche il mondo anticlericale contemporaneo sembra non sottrarsi al bisogno antropologico della ritualizzazione della vita, così che ciclicamente, anche se forse più per auto-legittimarsi dinnanzi all’opinione pubblica che per reali altri motivi, si esercita nelle proprie monotone liturgie, facendo riemergere nel dibattito pubblico le ripetitive questioni che, rigurgito incontenibile del solito vecchio laicismo (risorgimentale), riguardano l’esposizione dei simboli religiosi cattolici nei luoghi pubblici, l’accesso al sacerdozio per le donne, l’abolizione dell’otto per mille, l’abolizione del celibato ecclesiastico e così via.

Se non fosse per la grave e sprovveduta complicità che una parte del mondo cattolico (progressista e adulto) offre a tali ingenuità si potrebbe archiviare il tutto velocemente nell’ambito dell’antica ideologica avversità che “certe conventicole” anti-cattoliche nutrono da sempre nei confronti della Chiesa e passare oltre.

Poiché, purtroppo, proprio una parte del mondo cattolico si lascia ammaliare da simili canti di sirene, occorre spesso cercare di rimettere ordine nello scompiglio che taluni lupi cercano di addurre all’interno del gregge del Signore.

Uno dei punti su cui maggiormente si insiste riguarda l’abolizione del celibato ecclesiastico, senza il quale, si dice da parte di chi la propugna, si potrebbe risolvere da un lato la crisi delle vocazioni con la conseguente penuria di sacerdoti specialmente in certe parti del mondo, e dall’altro lato anche la questione delle relazioni quasi matrimoniali che talvolta i sacerdoti intrattengono con le proprie parrocchiane.

Ma è proprio così? Davvero abolendo il celibato si risolverebbero tali problematiche?

Prima di delineare una risposta è altresì necessario chiedersi quale sia il motivo fondante del celibato ecclesiastico, quale la sua origine, quale la sua funzione e quale la tradizione della Chiesa sul punto.

In primo luogo: il celibato ha un riconoscimento e un fondamento di carattere scritturistico, sia nel vangelo di San Luca, secondo il quale «non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà» (18,29), sia in San Paolo, per il quale chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso» (1Cor., 32-34).

In secondo luogo: dal punto di vista teologico il celibato si giustifica in virtù di ben tre motivi: il motivo cristologico, per cui il sacerdote essendo un “alter Christus” soggiace al celibato come Cristo ha scelto il celibato; il motivo ecclesiologico, per cui il sacerdote non è un mero impiegato della Chiesa che lavora secondo orari e tempistiche d’ufficio, ma è un padre spirituale che sempre è a disposizione delle anime che ha in cura, non potendo quindi condividere il proprio tempo tra la propria vocazione ed una eventuale famiglia; il motivo escatologico, per cui il sacerdote prefigura la vita del Paradiso che, come tale, non contempla alcun rapporto di coniugio.

In terzo luogo: sebbene la regola del celibato non sia un dogma, come tale non revocabile in senso assoluto, appartiene a quel depositum fidei che è costituito dalla tradizione della Chiesa, e non soltanto a livello di mera consuetudine, ma di vera e propria regola di vita della Chiesa, tanto da essere sancita per la prima volta dal Concilio di Elvira del 305 che al canone 33 statuì che « è parsa cosa buona proibire assolutamente ai Vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, e ancora a tutti i chierici addetti al ministero, di avere relazioni sessuali con la propria moglie e di generare figli; chiunque lo facesse, sia escluso dall’onere del clero».

Anche i Romani Pontefici hanno più volte ribadito la validità e la ratio di una simile regola, come Papa San Gregorio Magno che ebbe modo di ricordarla ai Vescovi siciliani un po’ troppo “distratti” circa la sua applicazione:«Tre anni fa, ai suddiaconi di tutta la Sicilia fu assolutamente proibito, secondo l’uso della Chiesa Romana, di unirsi alle proprie mogli[…]. Perciò a me sembra opportuno dire a tutti i Vescovi che, d’ora in poi, non osino ammettere al suddiaconato se non colui che ha promesso di vivere in castità, di modo che per il passato non si esiga con violenza ciò che non è stato desiderato col il proposito della mente, e per il futuro si proceda più cauti[…]. Quelli invece che dopo la proibizione non vollero tenersi lontani dalle loro mogli, non debbono accedere, per mia disposizione, all’Ordine sacro, perché nessuno deve servire all’altare, se prima di accettare il ministero non ne sia stata garantita la castità» (Lettera a Pietro suddiacono della Sicilia, maggio 591).

In tempi più recenti, il Concilio Vaticano II ha ribadito la natura fondamentale del celibato ecclesiastico, come si legge nel paragrafo n. 42 della “Lumen Gentium” in cui si chiarisce che «la santità della Chiesa è favorita in modo speciale dai molteplici consigli che il Signore nel Vangelo propone all’osservanza dei suoi discepoli. Tra essi eccelle il prezioso dono della grazia divina, dato dal Padre ad alcuni (cfr. Mt 19,11; 1 Cor 7,7), di consacrarsi, più facilmente e senza divisione del cuore (cfr. 1 Cor 7,7), a Dio solo nella verginità o nel celibato. Questa perfetta continenza per il regno dei cieli è sempre stata tenuta in singolare onore dalla Chiesa, quale segno e stimolo della carità e speciale sorgente di fecondità spirituale nel mondo».

Alla luce di tutto ciò, si comprende sia da parte di chi è cattolico, sia da parte di chi non lo è, che la regola del celibato non può essere modificata o abolita senza stravolgere la natura stessa del sacerdozio e quindi anche della Chiesa.

Può una Chiesa già debole, e sempre più indebolita dall’aggressività della secolarizzazione del mondo occidentale, rischiare di perdere se stessa solo per adeguarsi alle erronee visioni del mondo contemporaneo rinunciando alla propria tradizione, alla propria natura e alla propria vocazione?

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