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L'analisi

Centrodestra e rivoluzione: il sovranismo quale strumento di democrazia

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Dai primi anni del ‘900 il concetto di “rivoluzione” rimane fatalmente associato agli ordinamenti di matrice marxista declinato in varie esperienze dal socialismo reale di tipo sovietico alle varie posizioni terzomondiste di tipo pauperistico accomunate dall’idea fondamentale di abbattimento e superamento del capitalismo attraverso la cosiddetta “dittatura del proletariato” mediante l’eliminazione della proprietà privata, della proprietà statale di tutti i mezzi di produzione e di un’economia pianificata non capitalista.

Le macerie sociali ed economiche della attuazione ordinamentale di tali principi sia teorica, nel caso di vagheggiati falansteri o di sporadiche cooperative o di stravaganti colonie comuniste, che pratica, come nella tragica esperienza del cosiddetto socialismo reale di stampo russo sono ben note.

Tuttavia lo stesso Marx, nella sua teoria del capitalismo, evidenzia la dinamica intrinseca del capitalismo medesimo, il suo carattere “rivoluzionario” di stimolo del cambiamento economico e sociale su una scala e ad una velocità senza precedenti.

Curiosamente lo stesso Marx nel Manifesto del Partito Comunista sostiene che “la borghesia ha avuto nella storia una funzione sommamente rivoluzionaria”.

Ora i concetti di capitalismo, democrazia liberale, borghesia (intesa quale modello sociale per il conseguimento di una maggiore ricchezza collettiva e non di uno stato di miseria generalizzata) sono sempre stati da sempre i pilastri portanti del pensiero del centro-destra.

Sostanzialmente nel secolo scorso il centro-destra liberale si è fatto espropriare, in favore del marxismo-leninismo nella sua declinazione di socialismo reale della sua componente “rivoluzionaria”.

Ma in che modo la “rivoluzione” fondante dei lavori del centro-destra si differenzia dalla “rivoluzione” di stampo marxista-leninista?

La risposta è nella constatazione che la rivoluzione marxista è di stampo geneticamente anticapitalista mentre rappresenta un vettore di forza nella ideologia politica del centro-destra.

Tale differenza strutturale impone al centro-destra di riappropriarsi della sua funzione “rivoluzionaria” anche e soprattutto nei confronti della struttura sociale creata dal sistema finanziario globale che da “vettore di forza” della politica si erge ad elemento totalmente autonomo dalla politica medesima ergendosi a “sistema” nel quale la sfera economica (distinta e formalmente separata dall’ambito politico) si è data un proprio sistema di costrizione e coercizione, proprie forme di dominio, proprie gerarchie che entrano in collisione con l’applicazione dell’ordinamento democratico di tipo parlamentare.

Per dirla in sintesi il mezzo (l’economia) diventa il fine ed il fine (la politica) diviene il mezzo per attuare i fini dell’economia.

Da ciò discende (come ben rilevato sia pure con diversa lettura da Marcello Musto) che gli imperativi sistemici della struttura finanziaria mondiale si impongono anche in presenza di strutture ordinamentali democratiche e con diritti politici universali e di eguaglianza politica.

In buona sostanza il capitale finanziario e le sue regole si impongono indifferentemente ad ogni sistema ordinamentale con un’autonomia sempre più spinta.

Autonomia che può risultare distruttiva per intere popolazioni e Stati ove non finalizzata da indirizzi politici capaci di impattarne la pervasività nell’ambito sociale.

Tale indirizzo non può essere certo dato dal marxismo-leninismo e dai suoi epigoni sia diretti (come i partiti di sinistra) sia inconsapevoli ed indiretti (come i 5 Stelle).

Che i 5 Stelle siano dei “marxisti inconsapevoli” risulta da affermazioni quali “governo del popolo per il popolo” e “autogoverno della comunità” già testualmente affermate da Marx in “La guerra civile in Francia” e negli “Estratti e commenti critici a Stato e anarchia di Bakunin”.

Anche se nel caso dei 5 Stelle, a parziale differenza dei movimenti di sinistra, si dovrebbe tecnicamente parlare non di pauperismo ma di “pezzentismo” politico, giuridico e amministrativo.

Pertanto la spinta rivoluzionaria del centro-destra, all’attualità, non può che essere indirizzata a cercare di indirizzare il potere del capitale non come dominio che impone i suoi imperativi in ogni ambito della vita umana ma rivalutando i valori democratici di cui gli imperativi economici debbono necessariamente tener conto.

E’ questa, nell’attuale momento storico, la vera rivoluzione: rendere i mercati tendenzialmente soggetti al principio della “responsabilità democratica”.

Ma per far ciò occorre che l’ordinamento democratico e politico sia presente a se stesso e rinobiliti concetti quale quello di Patria e di Stato nella loro composizione di popolo, democrazia, leggi e confini.

Concetti che la sinistra, spregiativamente, definisce come “sovranismo” ma che in realtà si oppongono ad una visione (paradossalmente di sinistra) ove gli spazi – ad esempi l’Europa – siano non solo sovranazionali, senza confini e senza barriere ma ove non vi sia nemmeno più il concetto di cittadino trasmutato nel concetto di consumatore – imprenditore di se stesso sostanzialmente servo degli imperativi del capitale.

Come dire: si nasce incendiari e si muore pompieri.

Nella realtà fattuale è solo uno Stato forte nella sua articolazione di popolo, democrazia, leggi e confini che può, con pari dignità con gli altri Stati, impedire che le aggregazioni sovranazionali quali ad esempio l’Europa non divengano meri esecutori degli “imperativi sistemici” del capitalismo nè “spaventosi corpi parassitari” di tecnocrati autoreferenziali per i quali il funzionamento della struttura risulta assolutamente indifferente ai bisogni delle popolazioni.

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