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Ritorno al futuro

Centrodestra: il coraggio di essere rivoluzionari

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Dpcm dopo Dpcm, Giuseppi sta consumando la sua agonia politica e insieme quella dell’Italia produttiva. Si salva, per il momento, la sola rendita talvolta parassitaria della Pubblica Amministrazione e di una parte dell’impiego garantito: gli altri, i non garantiti, son già diventati “carne nuda” nel senso di Agamben e cioè soggetti spersonalizzati del cui destino personale ed economico si può decidere con un semplice provvedimento amministrativo preso spesso di notte e senza il vaglio del dibattito e delle garanzie di una Repubblica democratica parlamentare.

Di Giuseppi, che ha elevato il dandismo ad arte di governo, figura nata in commedia e tramutata in tragedia personale e di nazione per manifesta incompetenza ed inesperienza di capacità di governo è stato detto, e non solo su queste pagine, molto se non tutto e spesso con toni più “crudi” e “diretti”. Il punto ormai non è più l’inadeguatezza, conclamata, di Giuseppi.

Il punto è individuare il motivo per il quale, di fronte alla “dramatis personae” dell’attuale Presidente del Consiglio, il maggior partito di centrodestra (cioè la Lega) perda costantemente consensi (sia pur recuperati in parte dalle altre aree dello schieramento) e l’intera coalizione sia sostanzialmente nel suo complesso sempre sulle stesse cifre.

Per troppi decenni il termine rivoluzione è stato appannaggio della sinistra che si è appropriata altresì del termine “progresso” (e infatti la sinistra nel suo insieme viene indicata quale area progressista).

Curiosa eterogenesi dei fini: la sinistra nel combattere la borghesia liberale, sua nemica di classe, si è impadronita delle due caratteristiche principali della borghesia e cioè la forza rivoluzionaria coniugata al progresso tecnico-scientifico-sociale. Lo stesso Marx nella sua opere principale, “Il Capitale”, riconosce la straordinaria forza rivoluzionaria e di progresso della borghesia ribadendo come rivoluzione e progresso siano la matrice distintiva della borghesia liberale stessa.

Anni di cattocomunismo in salsa democristiana, l’emarginazione della destra (fino al suo sdoganamento da parte del Presidente Berlusconi) dall’arco costituzionale, l’atavica furbizia e ipocrisia di una popolazione che la guerra l’ha persa insieme agli alleati tedeschi e giapponesi ma ha fatto finta di vincerla insieme agli originari nemici anglo-americani, non sono passati invano.

Il cattocomunismo è di per sé diffidente nei confronti dell’intrapresa privata, delle professioni, del commercio organizzato o di prossimità non avendo mai risolto il proprio rapporto di fondo con il denaro: in ciò influenzato da una cultura cattolico-pauperista che in privato si nutre ed esercita potere e ricchezza ma in pubblico ostenta povertà ultra-francescana.

Questa ambivalenza nei confronti dell’economia, della capacità di ogni individuo di essere “homo faber” della sua fortuna, ha alimentato le spinte più retrive del socialismo reale verso la rendita più o meno parassitaria degli apparati statali, feroci cerberi nei confronti dell’iniziativa imprenditoriale produttiva di benessere e ricchezza vista come una colpa di fronte alla vagheggiata purezza della “povertà” operaia e del burocrate.

Con sottile e intelligente perfidia, tale accanimento nei confronti della libertà individuale e di intrapresa veniva spesso definito quale “rivoluzionario” e “progressista”. Né il centrodestra, anche quando ha governato, è riuscito a riappropriarsi non tanto dei termini di rivoluzione e progresso ma della loro sostanza che gli appartiene in forma genetica.

Il peccato originale creato dal cattocomunismo è ancora presente come un macigno. Ma ora basta. Il nostro è uno Stato laico non etico. Siamo l’Italia non l’Iran. Anche se mancano solo i pasdaran a controllare i cittadini che per caso osino ancora ascoltare musica in casa o, pure peggio, ballare.

Non c’è bisogno di riunioni notturne per il prossimo Dpcm: basta copiare, e sono su internet, gli editti dei pasdaran in Teheran. Tanto la mascherina ce l’abbiamo già tutti e non solo le donne. Un po’ allungata e con un velo saremo degli iraniani perfetti.

Ma quanto può ancora il centrodestra tollerare questo? E’ giunta l’ora che si riappropri del suo popolo, quello della libera intrapresa, quello dei non garantiti, dei commercianti, degli artigiani, dei professionisti, dei baristi, degli agricoltori, dei coltivatori diretti, di chiunque si mantenga da sé senza rendite statali più o meno parassitarie: e lo deve fare con forza rivoluzionaria. Che richiede idee, programmi strutturati, ceto politico competente e preparato, visione europeista criticamente costruttiva e credibile.

Questo l’ora e il momento richiedono al centrodestra. Si valorizzino uomini e percorsi professionali anche al di fuori dei recinti delle aree di appartenenza politica e li si metta in grado di operare. Ci si riappropri della competenza contro l’ignoranza, della libertà di intrapresa contro la rendita parassitaria, del progresso contro l’oscurantismo. Il vero leader del centrodestra sarà chi riuscirà ad essere “rivoluzionario”.

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