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Centrodestra: l’eutanasia da evitare

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E’ stata la settimana nella quale il centrodestra ha dato l’impressione di disfarsi. Riflettendo sulle accuse reciproche tra Salvini e Berlusconi, sugli sgarbi e sui colpi sotto la cintola, viene quasi da esclamare: che danno ha fatto Gianfranco Fini!

Il lettore legittimamente si chiederà: che c’entra Fini? Perché rivangare un nome ormai da tempo fuori dalla contesa politica? Il fatto è che la vicenda giunta al suo epilogo in questa settimana viene da lontano; da quando, cioè, fu smobilitato il Popolo della Libertà, il partito figlio del “predellino”, nato dalla confluenza tra Forza Italia e Alleanza Nazionale. Quell’esperienza fu tante cose, e tra queste fu anche il tentativo più consapevole di Berlusconi di oggettivare il suo carisma, trasferendo a una storia collettiva più grande e più durevole la parte politica della sua straordinaria avventura eroica personale. Ricordo che, quando si compì la prima e unica assise nazionale di quel partito, ricevetti una telefonata di complimenti da parte Giuseppe Zamberletti – uno che non le mandava certo a dire – col quale ero in contatto per vicende inerenti la protezione civile. Mi disse pressappoco: “Ho seguito tutti i lavori del vostro congresso. Ho scoperto una forza in grado di esprimere egemonia politica e una classe dirigente al livello di quella che fu la Democrazia Cristiana dell’età dell’oro”.

Poi Fini, purtroppo, si fece convincere da sirene di altro colore che Berlusconi lo stava fregando. E che, per divenire uno statista accettato dal mainstream e gradito “alla gente che piace”, avrebbe dovuto aprire con il Cavaliere una contesa rusticana schierandosi con coloro che gli avevano mosso una guerra ventennale. Berlusconi, dal canto suo, iniziò a percepire il partito non come una risorsa che avrebbe istituzionalizzato la sua forza difendendolo dai nemici che – sia detto per inciso – allora di certo non mancavano ed erano ben più agguerriti di oggi, ma come una minaccia aggiuntiva. Decise, perciò, di smontare la sua creatura e tornare al passato.

Così rinacque Forza Italia e questo passo indietro innescò nel centrodestra un processo di progressiva privatizzazione dei partiti e, di conseguenza, una relativizzazione dell’importanza della coalizione. E’ da anni che questa coalizione è un mero simulacro: da quando Berlusconi non ne è più il capo. Da allora esistono tre partiti “maggiori” che stanno stancamente insieme, per convenienza e per “trascinamento” delle leggi elettorali. E, in fondo, questa è la ragione ultima per la quale ogni volta che la sommatoria dei tre non basta ma servirebbe il valore aggiunto di un vincolo comune – come nel caso di un collegio uninominale o dell’elezione di un sindaco -, spesso e volentieri il centrodestra esce sconfitto.

Se tuttavia questo è il retroterra “di lungo periodo” della crisi degli ultimi sette giorni, esiste anche, certamente, un riflesso contingente che non va ignorato. Anche se in fondo, a ben vedere, tra le dinamiche di lungo periodo e quelle estemporanee esiste un collegamento più chiaro di quanto si possa immaginare.

Il fatto è che quello che la sinistra bollò, con intenti delegittimanti, come “conflitto di interessi”, rappresenta un fatto genetico del centrodestra italiano senza il quale, probabilmente, questa storia politica non sarebbe mai esistita. Chiunque conosca e sappia valutare la potenza egemonica della sinistra e i suoi collegamenti con quelli che per convenzione vengono definiti “poteri forti”, sa bene che senza la forza economica e mediatica di Berlusconi non vi sarebbe stata partita perché il centrodestra sarebbe stato presto espulso dalla competizione.

Angelo Panebianco, nel libro che oltre quarant’anni fa consacrò il suo valore di politologo, evidenziò come un partito difficilmente possa emanciparsi del tutto dai tratti genetici della sua organizzazione: per quanto lunga e complessa possa essere la sua storia, questi tratti rimangono impressi come portato di un corredo cromosomico che lo condiziona nel corso di tutta l’esistenza. La stessa cosa vale per le coalizioni. Anche per questo, oltre che per propensione personale, Berlusconi non ha mai accettato di cedere lo scettro (la performance di lui che scandisce i punti con le dita mentre Salvini legge una dichiarazione congiunta a margine delle consultazioni al Quirinale resterà immortale) e ancor meno potrà mai accettare di delegare ad altri la salvaguardia del proprio patrimonio, anche allorquando tale salvaguardia assume un significato politico e incarna l’interesse oggettivo della nazione e delle sue aziende strategiche.

Non conosciamo direttamente i fatti ma saremmo pronti a giurare che sull’emendamento finito al centro della contesa di questi giorni, e in qualche modo impattante sull’azienda principale dell’impero berlusconiano, Forza Italia ha condotto col governo una trattativa separata senza avvertire chicchessia, portando Salvini a intravedere in tale comportamento gli estremi di un attacco al ruolo di leader della coalizione che i rapporti di forza gli attribuiscono: ruolo che, in verità, fin qui non ha avuto una gran voglia di esercitare, preferendo essere innanzitutto il leader del suo partito. Da qui l’attacco mosso dai leghisti all’emendamento. Da qui, soprattutto, lo spalancarsi delle porte della Lega ai parlamentari “forzisti” fin lì trattenuti in sala d’aspetto.

Accanto ai due duellanti, non c’è dubbio, Giorgia Meloni ha avuto un comportamento più sobrio e consapevole. Il fatto è che però servirebbe altro – e altra fantasia – per rilanciare una coalizione che appare avvinta da un destino segnato: restare apparentemente insieme finché una nuova legge elettorale non giungerà a rescindere un vincolo residuo che è ormai più convenzionale che reale.

Un esito simile sarebbe già una “perdita secca”, ma le cose potrebbero andare persino peggio. La “svolta” proporzionale era infatti una certezza finché non si è palesato un problema evidente al centro dell’attuale maggioranza: il fallimento di Italia Viva, la creatura di Matteo Renzi. Di fronte alla sorte avversa lo statista di Rignano ha bloccato tutto comprendendo che, in mancanza di preconizzati sfondamenti al centro e di una forza sufficiente per proiettarsi oltre la soglia dello sbarramento che accompagnerebbe il sistema proporzionale, la persistenza di collegi uninominali maggioritari potrebbe rappresentare l’ultimo rifugio per lui e per una dozzina di fedelissimi.

Questa circostanza potrebbe innescare un’altra storia: se Pd e Movimento 5 Stelle troveranno la quadra per presentarsi uniti alle prossime elezioni amministrative (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Palermo, Trieste…), non è detto che non saranno tentati dal ripetere l’esperimento a livello nazionale nel 2023 o, comunque, quando la legislatura avrà fine. Allora il centrodestra potrebbe pentirsi di non aver riflettuto sulla sua storia, di non aver avuto un guizzo di fantasia politica per rappresentarsi come qualcosa di diverso da una mera sommatoria, di non aver spalancato le sue finestre per far entrare aria nuova, di aver perso qualsiasi capacità espansiva lasciando sguarniti i territori del centro. Di essere stato responsabile, insomma, ognuno per la propria quota, della sua stessa eutanasia.

Vedremo presto, ad esempio, se le suggestioni federative avanzate in queste ore avranno un fondamento reale o si riveleranno solo l’espediente mediatico per uscire da una settimana difficile. In tal caso con l’approssimarsi delle elezioni il conto sarà salato. E a quel punto potrebbe essere troppo tardi.

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5 COMMENTS

  1. Analisi lucida ma priva di prospettiva. Non basta l’analisi, ci vuole la proposta, la “fantasia politica per rappresentarsi come qualcosa di diverso da una mera sommatoria”. Penso che il concetto su cui lavorare sia questo: vanno bene i due schieramenti contrapposti e alternativi di centro sinistra e di centro destra, ma il centro destra dovrebbe essere governato da un solido e coeso “triunvirato” espressione delle tre anime della Nuova Federazione Nazionale (NFN).

  2. Una cosa avrei aggiunto: l’assurdo ripensamento sulla riforma costituzionale di Berlusconi ha portato il pd e Renzi al disastro e quindi distrutto l’elettorato di forza italia portando voti a lega e a fratelli d’Italia e i voti del pd ai 5 stelle. Un disastro Ma so già che Quagliariello questo non lo dirà mai.

  3. “e ancor meno potrà mai accettare di delegare ad altri la salvaguardia del proprio patrimonio, anche allorquando tale salvaguardia assume un significato politico e incarna l’interesse oggettivo della nazione e delle sue aziende strategiche.” In questo periodo si riassume la politica degli ultimi 20 anni .Silvio un grande al quale auguro di tutto cuore di superare brillantemente e in salute il secolo di vita ma che ormai è a mio avviso inappropriato per la politica del nostro paese che ha un bisogno disperato di una forza politica di destra liberale libera dai condizionamenti dei singoli ma propedeutica alla rinascita del nostro paese

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