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L'analisi

Centrodestra, una proposta per la Csu italiana

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Amo troppo la politica per continuare a farla di mala voglia e da un po’ di tempo non posso fare a meno di ammettere un certo disincanto. Nonostante ciò, sono stato disposto a spendere un pezzo di questa “strana estate” – assieme ad amici sui territori che condividono la stessa consapevolezza – appresso a candidati e liste per le prossime elezioni regionali e amministrative.

A luglio, prima della pausa, abbiamo costituito in Senato una componente del Gruppo Misto che ha sommato le esperienze di Idea – il movimento liberal-conservatore da me creato ormai cinque anni fa – e di Cambiamo – il partito fondato da Giovanni Toti dopo la rottura con Forza Italia. Solo per limitarmi alla realtà meridionale che meglio conosco, l’arcipelago che si addensa tra queste due sigle ha presentato i suoi candidati nelle coalizioni di centrodestra che concorreranno alle prossime elezioni regionali in Campania e Puglia e si è presentato con propri simboli nei capoluoghi di provincia di Chieti, Matera, Andria e Reggio Calabria nonché in grossi centri come Avezzano, Corato, Terracina.

Insomma: avrei potuto trascorrere una tranquilla estate italiana; mi sono invece andato a incasinare la vita appresso ad accordi, firme, certificati e tutto ciò che una campagna elettorale implica. Perché? Forse per mera abitudine? O per riflesso condizionato? O ancor peggio per horror vacui?

Il fatto è che l’analisi compiuta cinque anni fa, al momento della fondazione del movimento Idea, non è stata smentita dai fatti. Forse per questo in cuor mio spero ancora che qualcosa ciò che avevo immaginato nell’intraprendere quell’avventura che appariva un po’ folle, possa effettivamente realizzarsi. Mi spiego.

Ritenevo allora che un sistema politico maggioritario, con due schieramenti contrapposti nei quali siano presenti delle componenti “centrali” sufficientemente forti e strutturate, fosse la soluzione meno peggiore per l’Italia. Certo, la preferenza per un sistema elettorale non è un atto di fede e peraltro io non sono tra quanti demonizzano il proporzionalismo. Ritengo tuttavia che oggi, con partiti così deboli e leadership che si sciolgono più in fretta di un ghiacciolo a ferragosto, il passaggio al proporzionale consoliderebbe in Italia una pratica trasformistica in grado di auto-perpetuarsi ricorrendo a continui espedienti: l’esempio di Conte, alla testa di due maggioranze di segno opposto nella medesima legislatura e senza soluzione di continuità, mi conferma in questa opinione.

Cinque anni fa ho ritenuto un errore l’uccisione del Popolo della Libertà e il conseguente ritorno a Forza Italia: per l’essenziale, si è trattato del passaggio da una formazione liberal-conservatrice a vocazione maggioritaria e a guida liberale a un partito personal-carismatico con un grande passato dietro le spalle. Sul versante destro del sistema politico temevo che tale dinamica avrebbe portato a una estremizzazione della coalizione e a un indebolimento del centro che, in tal modo, si sarebbe trasformato in uno spazio a disposizione per ogni sperimentazione trasformistica. Anche in questo caso i fatti, purtroppo, si sono incaricati di confermare i miei timori.

Per tutti questi motivi ritengo che nel centrodestra resti un grande compito inevaso. E che questo impegno risulti ancor più decisivo dopo che la Lega, sotto la leadership di Matteo Salvini, da partito nordista si è trasformato in partito nazionale e di destra. Si è così determinato un assembramento sull’estrema che ha lasciato sguarnita una prateria che si estende verso i territori del liberalismo conservatore e moderato.

Se tutto si limitasse a un’analisi politologica senz’anima, si potrebbe obiettare che quello spazio – anche se più male che bene – risulta comunque occupato da Forza Italia e, in alcune realtà, persino dal vecchio scudo crociato, che nonostante la ruggine in progressivo aumento un 1% qui e là ancora riesce a raggranellarlo.

Il problema, però, più che politologico è politico e non si risolve con ipotesi residuali. Forza Italia da tempo ha dismesso l’idea di essere il centro di aggregazione e di rifondazione di un’area, ritenendo che una rigenerazione possa prodursi attraverso processi per linee interne messi in atto da un nucleo dirigente sempre più ristretto. L’Udc, dal canto suo, si è ormai configurata come contenitore da riempire di volta in volta in occasione delle elezioni locali, e da collocare un po’ di qua e un po’ di là a seconda delle convenienze, raggiungendo nei differenti contesti una forza alla quale non corrisponde una proporzionata capacità d’obbligazione politica.

Anche per questo, quanti appartengono all’area liberal-conservatrice e non hanno dismesso la voglia di fare politica, sempre più spesso non immaginano differente destino che andare a fare le quinte fila in Lega e Fratelli d’Italia: scelta legittima in termini personali ma politicamente servirebbe ben altro.

Servirebbe chi, per preparazione, competenza e vocazione culturale, possa esser scorto con naturalezza dai ceti produttivi come “affidabile” e dalla parte del mercato inteso come terreno di sviluppo dell’economia reale. Servirebbe chi, in politica estera, non si dichiari occidentalista a giorni alterni ma comprenda come in un mondo nuovo e più complesso quei principi che hanno per secoli hanno dato centralità all’Occidente possano essere reinterpretati. Servirebbe chi, di fronte a questa crisi, invece di limitarsi a chiedere protezione, risarcimenti o privilegi per questa o quella categoria, sappia reimpostare un programma di crescita e di sviluppo in assenza del quale saremo soffocati dal debito pubblico. Servirebbe chi, in questo nuovo contesto, abbia forza e coraggio sufficienti per immaginare la ripresa per il sud e per le aree interne, coniugando assieme tradizione e innovazione.

Insomma: servirebbe un programma nuovo fondato su princìpi antichi come la libertà e la responsabilità personale e servirebbe una classe politica, anch’essa nuova, che dimostri di avere la competenza necessaria a realizzarlo. Servirebbe dar vita a una sorta di Csu italiana (il partito bavarese alleato dei popolari in Germania) che stringesse un accordo non occasionale con uno dei due partiti di destra con l’obiettivo di contaminarlo e di farsi contaminare, facendo così rivivere il Popolo della Libertà sotto differenti spoglie.

Forse per questo vale la pena continuarsi a impegnare, a produrre idee, a formare giovani… a rovinarsi le estati. Una coalizione più equilibrata in grado di coniugarsi al futuro servirebbe come il pane al centrodestra. Servirà ancor più all’Italia per sottrarsi a quell’ineluttabile declino al quale sembra condannata e farsi trovare pronta soprattutto quando, prima o poi, ci consentiranno di tornare a votare.

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1 COMMENT

  1. Cristiani in Politica:

    Sociali si e Liberali pure
    che, in schieramenti diversi, affianchino, per motivi contaminativi (come lei dice), rispettivamente, Socialisti Aristotelici ed Aristotelico Liberisti, ma, di per sé, né Liberisti né Socialisti !!!

    Proposte:

    1) Turno Unico Legislativo, il 2 Giugno di ogni 5 anni, per eleggere 7 Legislatori Regionali, 5 Deputati e 3 Senatori, per ogni Livello Amministrativo più alto (ovvero per ogni Provincia o Città Metropolitana od altro) e
    2) Turno Unico Amministrativo sempre ogni 5 anni ma a distanza di 2,5 anni dal precedente (quindi tra l’ultima domenica di Novembre ed i primi di Dicembre) per eleggere X Amministratori Municipali, Y Amministratori Comunali e Z Amministratori Provinciali/Metropolitani.

    3) Legge Elettorale che riequilibri (50% e 50%) Capacità di LeaderShip, eccessiva nel Mattarellum, all’appartenenza all’ Identità Politica, eccessiva nel Rosatellum, sapendo che l’unica Soglia di Sbarramento plausibile è quella che lega la Percentuale dei Votanti (PV) alle Coalizioni e/o ai Partiti Unici che competono, ovvero 1/3 * 1/PV.

    4) Diversi Criteri di Candidabilità per diverso Esercizio di Potere (Amministrativo/Legislativo ed/od Esecutivo).

    Amen !!!
    Pro Sit !!!

    Object Oriented Analysis & Design For Object Oriented Government !!!

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