Home News Chavez punta sulla Colombia per colpire gli USA

Chavez punta sulla Colombia per colpire gli USA

0
2

“Signor ministro della Difesa: mi muova 10 battaglioni verso la frontiera con la Colombia. Immediatamente! Battaglioni di carri armati! L’aviazione militare, che si dispieghi. Noi non vogliamo la guerra, ma non permetteremo al capo dell’Impero, al suo cagnolino, il presidente colombiano, e all’oligarchia colombiana che ci dividano”. Così, nel suo più classico stile annunciandolo in diretta tv nel corso del programma Aló Presidente, Hugo Chávez ha avviato una escalation militare, mandando 8000 uomini alla frontiera. Causa scatenante del possibile conflitto: il blitz all’israeliana, o alla russa in Cecenia tanto per fare riferimento a qualcuno che invece Chávez considera un suo alleato, con cui la Forza Omega, unità di punta interforze del dispositivo anti-guerriglia colombiano, ha eliminato venerdì il portavoce delle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia Luis Edgar Devia, alias Raúl Reyes. Intercettato con il suo satellitare, e poi colpito dall’alto assieme ad altri 18 guerriglieri mentre si trovava per 1,8 Km in territorio ecuadoriano. Reyes, ex-sindacalista con studi alle scuole di partito della ex-Germania Orientale e alla macchia da oltre trent’anni, era il numero due del movimento armato che mantiene tuttora prigioniera Íngrid Betancourt, e secondo molti anche il numero uno. Di Pedro Antonio Marín alias Manuel Marulanda Vélez alias Tirofijo, che invece sta alla macchia da sessant’anni, non si ha infatti conferma di una sua esistenza in vita da vario tempo, dopo che erano circolate voci insistenti su un suo cancro terminale.

Oltre a mandare le truppe al confine Chávez ha pure richiamato l’ambasciatore a Bogotá, ma il governo colombiano non gli ha neanche risposto. Tutti gli analisti concordano che in caso di conflitto le Forze Armate colombiane, temprate da sessant’anni di guerra civile, farebbero un boccone di quelle venezuelane: che Chávez ha deprofessionalizzato dirottandone gli uomini a occuparsi di economia e infrastrutture, nel contempo in cui puntava alla crescita di milizie paramilitari in vista di una “guerra popolare asimmetrica” per la quale gran parte degli ingenti acquisti di armi fatti dal regime bolivariano specialmente in Russia sono del tutto inutili. Oltretutto, se si interrompessero gli acquisti di generi alimentari che il Venezuela fa in Colombia andrebbe al collasso definitivo la già precaria situazione degli approvvigionamenti: in crisi per le continue bordate populiste di Chávez contro produttori agricoli e distributori. È vero che allo stesso Chávez il tanto peggio tanto meglio è funzionale, nel momento in cui la sconfitta al referendum di riforma costituzionale dello scorso dicembre gli impedisce comunque di ricandidarsi nel 2012. Paradossalmente, però, le truppe al confine sono proprio quello che il governo colombiano chiede da tempo, per evitare che i guerriglieri continuino a passare da un lato all’altro. Luis Eladio Pérez, uno degli ultimi quattro prigionieri liberati la scorsa settimana, ha ad esempio riferito che le Farc e i loro ostaggi si muovono attraverso la frontiera in Brasile, Ecuador, Perù e Venezuela, dove ricevono rifornimenti di ogni tipo. “Usavamo stivali di marca ecuadoriana, deodoranti e medicinali brasiliani e dentifrici venezuelani”.

Il problema è invece con l’Ecuador. Anche il filo-chavista presidente Rafael Correa ha per radio un programma simile a Aló Presidente, e il presidente colombiano Álvaro Uribe Vélez sabato lo aveva sorpreso in diretta dandogli l’annuncio dell’operazione. Preso alla sprovvista, Correa gli aveva fatto addirittura gli auguri, pur aggiungendo che avrebbe ordinato indagini. In seguito si è invece infuriato: l’impressione di molti è per aver ricevuto il contrordine di Chávez; ma lui spiega che i soldati mandati sul posto hanno trovato i cadaveri dei guerriglieri “ancora in pigiama”. Dunque, non ci sarebbe stato il conflitto a fuoco a caldo dai due lati della frontiera come aveva spiegato Uribe, e “il presidente colombiano ha mentito”. Certo, c’è stato anche un morto tra i militari colombiani, che però partendo da una dimensione di dubbio sistematico potrebbe essere stato vittima di “fuoco amico”. Però fa un certo effetto sapere che i guerriglieri in territorio ecuadoriano si sentivano così al
sicuro da mettersi addirittura in pigiama. E infatti i militari colombiani dicono di aver recuperato addosso ai cadaveri e in tre computer del materiale che per Correa sarebbe estremamente compromettente. Il capo della Polizia di Colombia generale Oscar Naranjo parla infatti di un documento in cui Reyes riferisce sull’interesse del ministro della Sicurezza ecuadoriano Gustavo Larrea a “ufficializzare le relazioni con la direzione delle Farc”. E di contatti diretti tra lo stesso Larrea e le Farc. E soprattutto di un impegno di Correa a “levare” i comandi di polizia e Forze Armate nelle zone ecuadoriane dove stanno le Farc. In cambio, il presidente ecuadoriano chiedeva la liberazione di un ostaggio delle Farc prigioniero da oltre 10 anni.

Al fianco di Venezuela e Ecuador si è pure mossa l’Argentina dei coniugi Kirchner, ma in modo soft: ha semplicemente deplorato la “violazione di sovranità”. Sta zitto invece il Brasile di Lula, che dice di voler essere amico di tutti, che ostenta simpatia per Chávez, ma che ha fornito alla Colombia gli aerei Supertucano che hanno rivoluzionato la lotta antiguerriglia e con cui è stato compiuto anche quest’ultimo blitz: non solo perché ci ha ricavato un bel po’ di milioni, ma anche perché le Farc trattano cocaina e armi con quelle gang dai nomi sinistri che insanguinano Rio de Janeiro e San Paolo con rivolte per strada ogni volta che il regime carcerario dei loro boss viene irrigidito. In modo non ufficiale Lula ha però fatto sapere di voler mediare tra Colombia e Ecuador e di aver interesse a “spegnere gli incendi piuttosto che attizzarli”.

Paradossalmente, chi ha preso la cosa meglio di tutti sono state proprio le Farc, che a loro volta sono abituate a trattare mentre continuano a colpire, e anche a liberare in modo unilaterale due prigionieri per poi sequestrarne altri cinque il giorno dopo. Pur usando verso Uribe un linguaggio simile a Chávez a proposito dell’”Israele del Sudamerica” e delle sue “uccisioni mirate”, hanno detto che continuerà la politica dello “scambio umanitario” che ha portato recentemente alla liberazione di sei ostaggi.

Sopravvissute al crollo di quell’Unione Sovietica che era stata il loro punto di riferimento, le Farc erano rimaste fuori da quell’accordo di pace che nel 1989-90 aveva riportato altri gruppi armati colombiani nella legalità, principalmente per sfiducia: già nel 1982 avevano infatti concluso un altro accordo, per poi vedere i loro uomini tornati alla vita politica normale sterminati da una serie di attentati. Nel contempo, però, la loro struttura clandestina non aveva mai smobilitato: insomma, un patto fallito perché ognuno dei contraenti aveva puntato a fregare l’altro. Rimanendo alla macchia, tuttavia, le Farc avevano potuto profittare in pieno dello sbandamento dei Cartelli di Medellín e Cali in seguito alla prima Guerra della Droga lanciata da Washington, rilevando il business e godendo di un vero e proprio boom economico: fino a trasformarsi nella prima impresa di Colombia, con 2 milioni di dollari al giorno di utili.

 Nel 1994 ci fu poi l’elezione alla presidenza di Ernesto Samper Pizano: finito nella lista nera Usa per finanziamenti del Cartello di Cali alla sua campagna elettorale, con conseguente taglio di aiuti all’esercito colombiano che permise alle Farc di far seguire all’escalation economica quella militare, tentando addirittura l’assalto a Bogotá. E nel 1998 il nuovo presidente Andrés Pastrana fu dunque eletto su una piattaforma di trattativa con la guerriglia, che però fallì proprio perché sequestri e attacchi continuavano anche durante i colloqui. Esasperata, l’opinione pubblica colombiana mandò dunque al potere il falco Uribe, che ha promesso la soluzione militare. Soluzione militare che a questo punto, grazie ai Supertucano di Lula e alla crescente efficienza della Forza Omega, sembra ai governativi per la prima volta possibile, dopo sessant’anni di guerra civile. Nel medio e lungo periodo, dunque, proprio il fatto che il sogno di entrare a Bogotá con la forza intravisto tra 1996 e 1998 è ormai svanito potrebbe aiutare il negoziato. S’intende: se a sua volta il governo Uribe non si fa tentare dal massimalismo, e alla prova di forza di cui aveva bisogno faccia seguire qualche proposta politica. Nell'immediato c'è ora l'appuntamento con la grande manifestazione indetta in Colombia per il 6 marzo contro i "paramilitari e il terrorismo di Stato": secondo molti alternativa; nelle intenzioni dichiarate dei promotori complementare alla manifestazione che il 4 febbraio scorso ha portato 4,8 milioni di persone in piazza contro le Farc.

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here