Che cos’è il dialogo: una lezione per Zagrebelsky

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Che cos’è il dialogo: una lezione per Zagrebelsky

23 Maggio 2007

Gustavo Zagrebelsky raccoglie ora in un volumetto, Lo stato e la chiesa (La Biblioteca di Repubblica, Introduzione di E. Mauro) una selezione dei suoi interventi dal 2001-2007. Le pagine del giurista, cui fanno eco quelle del direttore di Repubblica, drammatizzano la presenza magisteriale pubblica degli ultimi pontefici come prevaricazione della verità (naturalmente definita da Zagrebelsky come “astratta e precettistica”) sulla carità, della imperatività sul dialogo, del cattolicesimo “religione civile” sull’evangelo.  Una tesi è che la Chiesa in quanto si ritiene titolare di Verità, quindi di una scienza ultima sull’uomo, nel “dialogo” assume l’altro sempre come un partner inferiore; questo atteggiamento condannerebbe il preteso “dialogo” ad essere estrinseco, inautentico.

Imponiamoci di prendere sul serio quanto lo scrittore sviluppa in testi fitti di enunciati troppo opinabili, e guardiamo al dialogo. Se è ragionevole affermare che l’intenzionalità dialogica suppone, nelle parti, un reciproco riconoscimento di parità in razionalità e moralità/dignità, non ne consegue che il dialogo  appartenga agli uomini del dubbio e del labirinto.  Proprio i dialoghi platonici (e di regola ogni dialogo filosofico) sono, salvo eccezione, esemplari di come uno dei dialoganti conduca l’altro ad una migliore opinione, se non alla verità. Il dialogo corrisponde, come nessun altro genere di scrittura, alla celebre figura dell’educere, del socratico aiuto al partorire, ove la levatrice e la gestante non sono certo su un piano di parità (sia pure nel senso particolarissimo ch’esse sono diverse per funzione, nelle loro operazioni): che ciò che conta è il venire alla luce e la sua qualità e integrità. Insomma, i dialoghi platonici non sono un modello del dialogo novecentesco (di cui fu teorico Guido Calogero, che certo Zagrebelsky ha in mente), sono piuttosto il grande esempio di maieutica, e di hodós, alla Verità. Costantemente letti dall’alta cultura cristiana sono uno dei modelli (assieme al dialogo evangelico, che li integra e “supera”) dell’educazione occidentale, asimmetrica come ogni educazione responsabile. Colui che ha responsabilità magisteriale deve esercitarla proprio perché assume l’altro come pari a sé per essenza (in quanto umano e, come tale, portatore di un’anima capax e destinata alla Verità).

Il dialogo non è una partita dove ognuno rischia gettando a turno i dadi; è methodos guidata da un sapere. Non è neppure percorso rivelativo di mète prima incognite; questa è solo una fictio del genere letterario, una mise en scène.  L’esperienza che percorrere in dialogo strade diverse porti a migliore evidenza una verità non fa del dialogo il luogo che origina la verità. La verità se è, è altrove, in Platone come nel  maggior lavoro filosofico: sono disperate, e  poco credibili, le istanze del Novecento che affermano il contrario.  Le stesse tesi estreme (Lévinas) per cui l’Altro è la Verità non sono tesi dialogiche, perché la Verità dell’Altro precede e definisce il dispiegarsi del “dialogo” e questo resta epifanico (rivelativo, affermativo dell’Altro) più che discorsivo.

Siamo ad una prima conclusione: nel dialogo qualcuno guida l’altro verso un risultato, proprio perché stima l’altro capace di attingerlo; lo guida accettando il gioco (e il rischio) della contrapposizione e confutazione. Ma non vi sarebbe dialogo, che è impegno severo e raro, senza lo scopo condiviso di ospitare in noi una verità intravista.  Nel dialogo chi chiede veramente attende una risposta che, nella possibilità della replica, lo èduchi (edūcat); il dialogo non è salotto.

E ad una seconda conclusione. Se la Chiesa, figura par exellence magisteriale, istituzione portatrice e garante dell’annuncio di Salvezza, conferisce una forma dialogica al proprio docere senza per questo negarlo, essa opera secondo la natura del dialogos.  Ed è così vero questo che, nella vicenda postconciliare (della cui lontananza Zagrebelsky spesso si rammarica), il dialogo “col mondo” nel suo stesso svilupparsi aveva, in sostanza, solo invertito la direzione della irrinunciabile freccia veritativa. Il mondo storico, in effetti l’intelligencija moderna e/o rivoluzionaria, erano ora accolti dai credenti per “guidare”, “educare”, la Chiesa alla Verità. E proprio l’illusione che il dialogo quando sussiste è alla pari, ha impedito a lungo all’intelligencija interna alla Chiesa di rendersi conto della propria subalternità al moderno, e di chi guidasse effettivamente (e non alla cieca) la partita dialogica.

Non si dispiaccia Zagrebelsky, allora, se il dialogo praticato dalla Chiesa è sotto il segno dell’analogia fidei; solo a questa condizione, lealmente detta, esso è un’impresa “umana”.