Che fine hanno fatto i garantisti?

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Che fine hanno fatto i garantisti?

19 Maggio 2010

 

Le inchieste giudiziarie sugli appalti e sui Grandi Burocrati di Stato non sono solo “cricca” e clientele. Rappresentano anche una novità importante, l’accettazione ormai consolidata da parte di tutti di certi metodi della magistratura che sono sicuramente disinvolti e poco osservanti delle procedure. E che un tempo avrebbero destato scandalo. Oggi solo silenzio.

Prendiamo in esame due fatti, apparentemente non collegati tra loro, i novanta giorni di carcere preventivo dell’ex amministratore delegato di Fastweb Silvio Scaglia e la mancata carcerazione dell’architetto Zampolini. Stiamo parlando di fatti diversi e di magistrature diverse. Pure c’è una costante di comportamenti che dovrebbe mettere in allarme i giuristi, e non solo loro. Furono i Pubblici Ministeri di Milano che, fin dal lontano 1992, dichiararono senza pudore: ”Non è che noi teniamo in carcere la gente che rifiuta di confessare, è solo che scarceriamo quelli che parlano”. Una logica non da Stato di diritto, ma piuttosto da processi alle streghe.

Si ha quindi la sensazione – pur senza sottovalutare la gravità di certi comportamenti – che una volta di più ancor oggi si confonda il reato con il peccato. Silvio Scaglia, a norma del codice di procedura penale, non avrebbe dovuto neppure essere arrestato. Si è consegnato spontaneamente (era all’estero) non appena ha saputo di essere ricercato, inoltre non rivestiva più alcun ruolo dirigenziale all’interno di Fastweb, difficilmente quindi avrebbe potuto ripetere il reato o inquinare le prove. Ma Scaglia ha avuto un grande torto, quello non solo di dichiararsi estraneo agli addebiti che gli venivano mossi, ma anche di non fare atto di contrizione, di non consegnare la sua anima di pentito nelle mani del magistrato-sacerdote. Solo per questo si trova oggi ancora in custodia cautelare (al proprio domicilio) dopo 90 giorni di carcere.

L’architetto Zampolini stava per essere arrestato per una serie di reati molto gravi dalla magistratura di Perugia. Fu salvato da un giudice che pose (a parer nostro, correttamente) una questione di competenza territoriale e solo per questo motivo respinse la richiesta dei Pubblici ministeri che sollecitavano una serie di arresti. Fu così che l’uomo sospettato di esser stato il “braccio armato” del grande elemosiniere, l’imprenditore Anemone, decise di fare di tutto per non finire in carcere. Comprensibile. Meno comprensibile l’immediata rinuncia da parte dei Pubblici ministeri perugini ( che nel frattempo avevano vinto su Roma la battaglia della competenza territoriale ) a quel provvedimento di custodia cautelare che pochi giorni prima pareva così urgente.

La cosa più grave sono state le dichiarazioni degli stessi magistrati, presi dall’entusiasmo per avere tra le mani il primo “pentito” di questa novella “tangentopoli” che non è politica perché non finalizzata a rimpinguare le casse dei partiti, ma anche perché riguarda più i Grandi Burocrati di Stato che non i politici. Che cosa hanno detto i Pm? Semplicemente che non occorreva più arrestare l’architetto Zampolini, perché ormai stava collaborando. Come se un collaboratore di giustizia non potesse ad esempio (magari proprio anche con le sue dichiarazioni) tentare di inquinare le prove. Come se non potesse ripetere ancora il reato o decidere all’improvviso di tagliare la corda. Ma Zampolini si è venduto l’anima, ha ammesso i propri peccati e soprattutto quelli degli altri. Quindi si è salvato dal rogo.

I Pubblici ministeri non sono cambiati, e non rileva se siano o meno “toghe rosse”. Le regole e le procedure continuano a essere per loro fastidiosi orpelli. L’opinione pubblica prevalente non è cambiata. Non ci sono più le fiaccolate degli amici di Di Pietro a fare i girotondi intorno al palazzo di giustizia di Milano, ma le tricoteuses sono sempre tutte lì, con la loro ferocia.

Che cosa di nuovo sotto il sole, dunque? Solo un particolare, piccolo piccolo. E’ che non si sentono più le voci dei garantisti, di coloro che incitavano al rispetto delle regole, chiunque fosse l’imputato, il sovversivo, il terrorista, il tangentista, il mafioso. O più semplicemente il signor “chiunque” di cui parla il codice quando fissa comportamenti e consequenziali sanzioni.

C’è un grande silenzio, schiacciato dal sacrosanto scandalo destato dalla sproporzione tra la crisi economica che continua a mordere, i privilegi di pochi sempre più insopportabili e la spudoratezza dei furti di Stato. Sacrosanto scandalo, cui dovrebbe però accompagnarsi massimo rigore formale. Invece c’è tanto silenzio.

Ci vorrebbe più coraggio, oggi. Ma il coraggio è sempre quello di don Abbondio: se uno non l’ha, non se lo può dare.