Chi impiega lavoratori clandestini rischia la galera. Ma solo dal 2011
27 Febbraio 2009
Flussi migratori preoccupanti? Assalto alla diligenza comunitaria da parte dei paesi membri dell’Est Europa? Contenimento delle norme di Schengen? Niente di tutto questo, anzi sembra che lo scenario apocalittico che prevedeva un afflusso massiccio di lavoratori dall’Europa centrale e orientale a seguito dell’allargamento dell’Unione europea sia infondato. Il flusso migratorio di lavoratori dai nuovi ai vecchi Stati membri è stato piuttosto contenuto, rimanendo il più delle volte al di sotto dell’1% della popolazione attiva del paese di accoglienza a prescindere dall’esistenza o meno di restrizioni all’accesso al suo mercato del lavoro.
I lavoratori che vengono dall’Europa dell’Est hanno permesso di ovviare in parte alla grave mancanza di manodopera in settori come l’agricoltura e l’edilizia. L’Irlanda, il Regno Unito e la Svezia hanno aperto fin dall’inizio (1° maggio 2004), con buoni risultati, i rispettivi mercati occupazionali ai lavoratori dell’Europa centrale e orientale. In Irlanda, per esempio, l’arrivo di lavoratori dai nuovi paesi Ue ha contribuito in misura considerevole a mantenere l’elevato tasso di crescita del paese, mentre nel Regno Unito hanno occupato parte dei cinquecentomila posti di lavoro disponibili. Queste esperienze hanno indotto Finlandia, Portogallo e Spagna ad aprire i rispettivi mercati del lavoro. Altri paesi, come il Belgio e la Francia hanno preferito un’apertura parziale. Grecia, Spagna, Ungheria e Portogallo hanno revocato le restrizioni in materia di accesso ai loro mercati di lavoro per i lavoratori bulgari e rumeni e si sono uniti ad altri dieci Stati membri dell’Ue che hanno già aperto i loro mercati del lavoro per i lavoratori provenienti da Bulgaria e Romania. Le restrizioni restano in undici paesi, tra cui l’Italia. L’allargamento favorisce la migrazione legale, più facile da controllare, mentre in molti Stati Ue (tra cui il nostro, paese di “transito” per eccellenza e con atteggiamenti normativi più permissivi in materia) il vero problema è l’immigrazione clandestina, che proviene prevalentemente dai paesi extracomunitari.
Il fatto che i nuovi membri debbano (ma lo fanno?) adottare le norme dell’Ue in materia di sanità, sicurezza e altri aspetti della vita lavorativa dovrebbe migliorare le condizioni di lavoro in questi paesi e altresì instaurare un’equa concorrenza fra le imprese. L’allargamento ha provocato un dumping sociale? E’ difficile dare una risposta, ma di certo le nuove adesioni comportano standard sociali armonizzati che si stanno progressivamente diffondendo in tutta l’Ue. Ci sono alcuni che sostengono che la delocalizzazione delle imprese resta un fenomeno marginale, visto che la destinazione principale delle delocalizzazioni non è più l’Europa centrale e orientale ma l’Asia e la concorrenza globale, non l’allargamento provoca esternalizzazioni e delocalizzazioni. Le imprese cercheranno sempre di ridurre i costi, di ampliare i mercati e di promuovere l’innovazione tecnologica e gli altri fattori tali da conferire loro un vantaggio competitivo, ma le imprese europee devono far fronte alla concorrenza mondiale, in particolare di Cina e India. Investire nell’Europa centrale e orientale anziché in Cina o in India vista così potrebbe aiutare l’industria europea a tutelare l’occupazione e a stimolare la crescita in tutta Europa.
Nell’Ue chi sfrutta i clandestini pagherà anche con la galera: è a larghissima maggioranza che l’aula di Strasburgo ha approvato nei giorni scorsi una relazione di Claudio Fava che impone sanzioni amministrative e penali per i datori di lavoro che impiegano immigrati illegali provenienti da Paesi extra-europei. Rischiano grosso le aziende, che potranno essere escluse da sovvenzioni pubbliche, finanziamenti europei e dagli appalti fino a 5 anni. Per le violazioni più gravi sono previste la chiusura degli stabilimenti e il ritiro della licenza. Ai lavoratori sfruttati bisognerà pagare la retribuzione arretrata e contributi. Ai sindacati è formalmente riconosciuto il compito di assistere gli irregolari nelle cause civili e amministrative e si applicheranno sanzioni penali in quattro casi specifici: recidiva, impiego di un numero consistente di irregolari, impiego di irregolari quando si è al corrente del fatto che siano stati vittime di tratta ( come se fosse così semplice) e, infine, quando vi siano condizioni di lavoro particolarmente dure o degradanti. Gli imprenditori, nel caso di specie, dovranno pagare ai lavoratori sfruttati la differenza tra i salari percepiti e quanto avrebbero percepito se fossero stati pagati come lavoratori regolari, oltre a tutti i contributi non versati nelle casse pubbliche. Le agenzie interinali sembrano quelle che, soprattutto in alcuni paesi, sono più facilmente impegnate a reclutare manodopera illegale in condizione di assoluto ed estremo sfruttamento.
In deroga alla Direttiva rimpatri, la relazione Fava è riuscita a imporre agli Stati membri l’obbligo di rilasciare agli immigrati irregolari permessi di soggiorno temporanei nei casi in cui si tratti di minori, nei casi di grave sfruttamento e di tratta degli esseri umani. La Direttiva contiene anche una norma che permette agli Stati membri di applicare misure più favorevoli agli immigrati in materia di rilascio di permessi di soggiorno. Il lavoratore straniero, anche irregolare, è quindi considerato anzitutto un lavoratore, cioè una persona che è stata sfruttata e che non può essere punita due volte. La prima perché viene sfruttato, la seconda perché viene cacciato via.
Questa Direttiva ci vorrebbe parlare di un’Europa in cui l’immigrazione diventa finalmente materia di responsabilità collettiva e di diritti riconosciuti, “non solo di norme contro gli immigrati". Si immagini però che la Direttiva che imporrà un giro di vite – auspicato – contro lo sfruttamento della manodopera straniera irregolare entrerà in vigore nel 2011 e sarà applicabile solo entro due anni dalla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea. Tempi rapidi no?
