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L'editoriale della domenica

Chi paga il costo della transizione ecologica? (di G.Quagliariello)

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Qualche giorno fa, come parlamentare, sono stato invitato a partecipare all’assemblea di un’organizzazione di categoria. Come accade di consueto in queste circostanze, ci è stato preventivamente fornito un documento riassuntivo delle problematiche del settore, della sua incidenza produttiva e occupazionale sul sistema-Paese, delle istanze rivolte al mondo politico e istituzionale.Si tratta di occasioni utili perché nessuno può essere un tuttologo e acquisire cognizioni specifiche di massima in ambiti spesso altamente tecnici aiuta a rendersi conto delle ricadute concrete delle scelte normative e a operare con maggiore consapevolezza quella composizione tra interessi legittimi differenti, e talvolta contrapposti, che è alla base dell’attività legislativa.Nello specifico, ho avuto conferma di un’idea che in me era già consolidata: la necessità che la cosiddetta “transizione ecologica” non diventi “transizione ideologica”, scaricandone interamente il peso sul sistema economico produttivo. Non solo perché sarebbe una scelta sbagliata e insostenibile, ma anche perché essa finirebbe col contraddire gli stessi propositi che si prefigge.Nella circostanza cui ho fatto cenno in premessa si partiva da una paletta per girare lo zucchero nel caffè distribuito da una macchinetta per l’erogazione automatica di cibi e bevande. Il nesso tra il divenire delle regole sull’impatto ambientale, la necessaria resistenza dei materiali alle alte temperature, la salute delle persone, i tempi di adeguamento tecnologico e la possibilità di sopravvivenza di un comparto industriale nel quale l’Italia è leader e che determina sviluppo e occupazione, ben esemplifica il fatto, purtroppo non scontato, che talune espressioni che occupano i nostri dibattiti dentro e fuori le aule legislative – come la “transizione ecologica”, per l’appunto – non sono slogan buoni per i salotti radical chic ma processi epocali che hanno un costo enorme che richiede valutazioni empiriche, gradualità, piani di ammortamento rispetto ai quali lo Stato non può chiamarsi fuori. Per mettere correttamente a frutto le opportunità che il piano di uscita dal tunnel socio-economico del Covid ci pone davanti, bisogna dunque avere ben presente il rischio che dove non è arrivata una crisi devastante ma speriamo circoscritta nel tempo come quella causata dalla pandemia, possa arrivare un processo ben più strutturale legato al tema ambientale. Tema ambientale rispetto al quale personalmente non sono affatto un negazionista, ma cerco di non dimenticare che l’ambiente è la casa dell’uomo, che l’uomo deve curare senza però smarrire la propria centralità. Come tutti i temi complessi, la questione ambientale richiede un punto di caduta fra esigenze diverse e legittimi interessi in gioco. Interessi che – come dovrebbero tenere maggiormente in considerazione coloro che tendono a un approccio ideologico alla questione – si traducono in posti di lavoro, servizi, welfare, benessere sociale, sviluppo. Soprattutto, come dicevo in premessa, la cosiddetta transizione ecologica ha un costo, in alcuni casi un costo enorme. E, se approcciata senza pragmatismo, può arrivare a determinare esiti paradossali come quello di disincentivare in nome della salubrità ambientale tecnologie studiate a salvaguardia dell’uomo, sicché si sarebbe costretti a scegliere tra soluzioni del tutto antieconomiche, con prospettiva di esaurimento di intere filiere produttive, e soluzioni pericolose per quella stessa salute che da due anni a questa parte è stata giustamente anteposta a tutto. Ecco perché parlarne serve, conoscere serve, studiare serve. Perché, fissato un obiettivo condiviso da tutti ma molto oneroso – ovvero la salvaguardia della nostra casa comune -, la strada per raggiungerlo preveda una ripartizione dei costi senza pensare di poterli scaricare interamente o quasi sul sistema economico. Diversamente, si tratterebbe di una scelta miope che a lungo andare impatterebbe negativamente sugli stessi valori che ci si prefigge di tutelare. Se infatti non è economicamente sostenibile, la transizione ecologica è semplicemente non attuabile. Sono le imprese che per volumi e capillarità la rendono una realtà effettiva in tutto il Paese. Se le imprese non lo fanno, se non riescono a farlo, semplicemente la transizione ecologica non ci sarà. Basti pensare alle norme sulla plastica usa e getta, sulla pastic tax, sulla etichettatura ecologica.Insomma, comunque la si pensi sul tema ambientale, la transizione passa dalle imprese e da loro non si può prescindere. A meno che, a furia di inseguire le semplificazioni di opposto segno, si finisca col passare dalla transizione ecologica alla transizione ideologica, rispetto alla quale l’unico antidoto resta quello del “conoscere per deliberare”, della scelta consapevole, della valutazione competente, che nei processi legislativi è oggi altamente deficitaria e della quale c’è invece un assoluto bisogno.

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1 COMMENT

  1. A questi “ecologisti da salotto” assurti a reggitori delle sorti del mondo vorrei chiedere come ritengono di poter fare l’acciaio, e la ghisa, senza carbone. Visto che ciò è chimicamente impossibile, quali materiali intendono sostituire a questi due.

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