Chiedetelo ai sindaci se la giustizia funziona (di G. Quagliariello)
11 Luglio 2021
Diciamoci la verità. Il pacchetto di emendamenti governativi in materia di procedimento penale non è né la rivoluzione garantista salutata con enfasi eccessiva dai fieri avversari della “dottrina Fofò” (al secolo Alfonso Bonafede) e con alto sdegno dal Fofò medesimo e dall’ex premier Giuseppe Conte, né il puro placebo liquidato con un’alzata di spalle da quanti sono consapevoli che di ben altra cura da cavallo avrebbe bisogno la giustizia italiana. Una riforma approvata all’unanimità da un governo di unità nazionale che mette insieme l’intero (o quasi) arco costituzionale non avrebbe potuto essere altro da quel che è: un ragionevole compromesso che tiene conto delle opinioni degli uni e degli altri e che ciascuno, a seconda del posizionamento politico, utilizza per vantare risultati o per fare polemica contro Mario Draghi e il suo esecutivo. Un passo avanti rispetto alla barbarie giudiziaria dei precedenti governi, un passo indietro rispetto a quello che servirebbe davvero.
Un dignitoso punto di inizio? Probabilmente sì. Una buona ragione per accontentarsi? Certamente no. Chi sul fronte legalitario e garantista è consapevole dei limiti dell’attuale eterogenea formula governativa non per questo deve ammainare la bandiera. Al contrario, e paradossalmente, proprio queste fasi politicamente eccentriche si prestano, per chi non confonde la moderazione come metodo politico con una debolezza di pensiero, a una semina identitaria e a imprevedibili tessiture che nel tempo potrebbero portare mietiture insperate.
Il punto, semmai, è cosa seminare e come farlo. Innanzi tutto, come già segnalato su questo giornale, c’è l’occasione della raccolta firme per i referendum che non va sprecata. Al netto della perfettibilità dei quesiti, al netto del lavoro parlamentare che dovrà andare avanti a spron battuto di pari passo con l’attuazione del PNRR, i temi sollevati sono di capitale importanza. Soprattutto, la spinta della mobilitazione popolare da una parte, la trasversalità degli schieramenti culturali tipica di una consultazione binaria Sì/No come quella di un referendum dall’altra, possono rappresentare una spinta importante affinché il prosieguo dell’iter riformatore possa imboccare con più decisione la strada giusta nonostante la strana maggioranza che sostiene il governo.
Ma neanche questo basta. Un esempio aiuterà a comprenderlo. Se si esce dal Palazzo e si ascolta ciò che accade nelle nostre città, ancora risuona il grido di dolore che centinaia di sindaci di ogni colore hanno consegnato a una politica disattenta non più di qualche giorno fa. L’episodio scatenante è stato l’avviso di garanzia recapitato al primo cittadino di Crema per non aver impedito, qualche mese prima, che un bambino si schiacciasse le dita in una porta della scuola. Surreale a sufficienza perché il problema potesse conquistare le pagine dei giornali, ma purtroppo non così eccentrico rispetto alla quotidianità con la quale amministratori di campanili grandi e piccoli si trovano a fare i conti. Sicché, dopo aver pagato a caro prezzo il sacro fuoco dell’impegno civico, subentra a volte – per sfinimento – la fase della “amministrazione difensiva” di cui a fare le spese è la comunità cittadina che si trova a perdere tante opportunità. Fino a giungere allo stadio finale della rassegnazione, della quale in queste settimane si è avuto prova con le difficoltà di tutti gli schieramenti a trovare persone qualificate disponibili a cimentarsi con una candidatura a sindaco. Perché al cuor non si comanda, ma se lo scotto da pagare sono procedimenti giudiziari inconsistenti ma lunghi e penosi, sospensioni dalla carica per condanne non definitive e di entità risibile, avvisi di garanzia come corollario per ogni firma apposta, anche il più appassionato qualche domanda se la pone.
Qualche giorno fa, dicevamo, i sindaci si sono dati appuntamento a Roma. In piazza. A centinaia e centinaia. In prima fila personaggi non di centrodestra e certamente non ascrivibili alla cultura garantista. Tutt’altro. Depurati delle ovvie premesse d’obbligo come tributo da pagare al politicamente corretto (“non chiediamo impunità”, ecc ecc…), il messaggio è stato chiaro: così non possiamo andare avanti, non possiamo essere chiamati a rispondere della qualunque, non possiamo passare notti insonni per ogni sigla in calce a un documento amministrativo. E scordatevi che ci assumeremo la responsabilità di dare attuazione finale ai progetti del PNRR se non verremo messi nelle condizioni di lavorare con serenità, rispondendo di eventuali illeciti reali ma non in balìa di una legislazione così “elastica” e di un’amministrazione della giustizia che spesso lo è ancor di più.
E se partissimo proprio da qui? Se cominciassimo a dare concretezza alla grande ambizione di semplificare il nostro Paese semplificando la vita agli amministratori impegnati nella trincea più prossima alla vita dei cittadini, affinché chi ruba paghi, chi sbaglia venga valutato con criteri razionali e chi semplicemente amministra e si dà da fare possa farlo senza tremare ogni volta che sente bussare alla porta del proprio ufficio nel palazzo del municipio? Se disboscassimo il codice penale da fattispecie che alla prova del giudizio non hanno consistenza alcuna e rendessimo meno estensibili gli spazi interpretativi e più regolate le procedure che sovraintendono al controllo di legalità?
Pensiamoci. Siamo tutti abitanti di un campanile, sarebbe davvero una rivoluzione a beneficio di tutti.
