Eluana, dieci anni dopo

Chiesa, Governo, Centrodestra: l’impietoso “ten years challenge” del caso Englaro

0
450

Esattamente dieci anni fa, con la morte di Eluana Englaro faceva irruzione nel nostro Paese una sfida di civiltà destinata ad attraversare il nuovo millennio: la sfida del diritto naturale contro il sogno di pianificazione dell’esistenza (propria e addirittura altrui). Il mistero dell’uomo con le sue fragilità e le sue contraddizioni contro il perfettismo di chi, sentendosi forte e dunque libero, ritiene che si possa essere liberi solo se si è forti. La libertà come quotidiana scoperta e come responsabilità contro la libertà come diritto esigibile, che prevede come corollario il dovere altrui di dare la morte a un essere umano.

Una sfida, insomma, che al fondo chiama in causa l’idea stessa di libertà, le sue implicazioni, la sua relazione con la libertà dell’altro, i suoi limiti.

Dieci anni dopo la questione non ha perso attualità. Tutt’altro: da un lato il progresso tecnologico, dall’altro l’avanzamento di una “cultura dei diritti” che pretende di fare a meno dell’ancoraggio al dato naturale, rende la cosiddetta sfida antropologica più stringente che mai. E se non la si può combattere con le armi dell’odio, allo stesso modo impone di mettere al bando l’ipocrisia. Quell’ipocrisia per cui si può parlare di interruzione di alimentazione e idratazione ma non la si può chiamare morte per fame e per sete; si può parlare di “somministrazione di un farmaco atto a provocare rapidamente la morte” ma non la si può chiamare eutanasia; si può parlare di “genitorialità omosessuale” ma non la si può chiamare utero in affitto. Io credo che se iniziassimo tutti, a prescindere dalle opinioni di ciascuno, a chiamare le cose con il loro nome, avremmo fatto un passo avanti nella consapevolezza dei fenomeni. E’ il motivo per il quale la sera del 9 febbraio di dieci anni fa, quando nell’aula del Senato irruppe la notizia della morte di Eluana, presi d’istinto il microfono e pronunciai le parole che spesso vengono ricordate.

Con la stessa chiarezza, da antico liberale io non pretendo che tutti la pensino come me, ma pretendo – questo sì – che in tema di eutanasia non si parli di una battaglia tra oscurantismo e libertà. La battaglia è tra una libertà che non si chiude al futuro per non rinnegare se stessa, e la presunzione fatale di tutto sapere, tutto conoscere e tutto potere, giungendo a realizzare sul corpo umano quei piani quinquennali già sperimentati, e drammaticamente falliti, in campo economico.

Si tratta di una sfida difficilissima, soprattutto per chi si trova da questa parte della barricata. Il rapido avanzare del progresso tecnologico e una concezione assolutistica della scienza rendono infatti assai impopolare un’idea non assolutistica della libertà. Nondimeno, però, è la sfida più importante che noi uomini del terzo millennio abbiamo di fronte.

Una sfida da praticare con atti concreti, anche a costo degli equilibri contingenti, del plauso popolare, delle posizioni di potere; non soltanto da declamare attraverso asserzioni di principio prive di conseguenze pratiche. In caso contrario avrà pienamente ragione Marco Cappato, e dieci anni dopo la morte di Eluana il “ten years challenge” della sfida antropologica sarà destinato a restituirci un’immagine impietosa. Allora c’erano una Chiesa, un governo e un centrodestra pronti, ognuno nella propria reciproca e assoluta indipendenza, a mettere in gioco qualsiasi convenienza politica e qualsiasi opportunità istituzionale nel tentativo di salvare una vita e una concezione dell’uomo. Oggi chissà.

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here