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Chissà se l’Unione europea potrà ritrovare un’anima

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Chissà se l’Unione europea potrà ritrovare un’anima. “La politica dello struzzo europeo finisce in un appartamento ‘sicuro’ a Bruxelles” scrive Andrea Bonanni sulla Repubblica del 31 ottobre. Anche uno dei giornalisti più euroentusiasti in circolazione non può non prendere atto delle crepe nell’Unione che la crisi della Catalogna (con l’annesso viaggio/fuga di Carles Puigdemont in Belgio, a cui ci si riferisce nella citazione che apre la rubrica) ha messo in evidenza. C’è, però, invece un euroentusiasta, Carlo Bastasin sul Sole 24 ore del 3 novembre che resiste e scrive: “E’ ormai un riflesso convenzionale dire che la crisi catalana abbia messo in luce la carenza di assertività europea. Ma qualcosa di ancora più inedito dovrebbe saltare agli occhi: la completa assenza degli Stati Uniti”. Ecco una presa di posizione cervellotica (aldilà dell’idea singolare di liquidare l’ “assordante assenza politica” dell’Unione con l’allucinante termine “carenza di assertività”). Solo qualche mese fa, dopo qualcuna delle solite eccentriche mosse trumpiane, Angela Merkel non solo ha criticato Washington come faceva già anche Gerhard Schroeder, ma ha anche aggiunto (così riferisce la Stampa del 29 maggio): “i tempi in cui potevamo fare pienamente affidamento sugli altri sono passati da un bel pezzo”, quasi un preannuncio di scioglimento della Alleanza atlantica. Proprio perché consapevole (sia pure nei suoi bizzarri modi) di questo contesto la nuova Casa Bianca ha fatto più o meno il suo dovere spiegando agli indipendentisti di Barcellona e dintorni che non li appoggiava, poi però si è sottratta dall’intervenire più a fondo in una situazione in cui qualunque mossa americana sarebbe stata strumentalizzata da quelli che “non si fidano più di loro”.

L’idea di ributtare la palla oltre atlantico non è dunque ragionevole e non può in alcun modo rimuovere l’esame di quella che è oggi una situazione di un’Unione per certi versi allo sbando. Come scrive bene Concita de Gregorio sulla Repubblica dell’1 novembre. “Il silenzio imbarazzato delle istituzioni europee e l’inazione dell’Unione di fronte ai fatti di Spagna – di fronte alle ripetute, ossessive e quasi monotone richieste pubbliche e private rivolte da Puigdemont ai leader europei – è il dato politico più eloquente”. E proprio in una delle regioni già più europeiste (ma i sentimenti locali stanno rapidamente cambiando),  la Catalogna, lo sconcerto è assoluto. “What a surprises to me that Europe doesn’t give a damn’ says Mareta Madrenas of Girona and member of the prosecession PDeCat party”. In una nota del Financial Times del 6 novembre si riporta lo sconcerto della Madrenas sindaco di Girona: “Che sorpresa è stata per me che all’Europa non ne frega niente della nostra situazione”.

Paul Mason sul Guardian del 23 ottobre, tra l’altro, ha ricordato come: “in December the European court of justice ruled that article 1 of the UN charter, which guarantees the right of self-determination to states that are not yet independent, is a legally enforceable right in the EU.”: a dicembre la Corte europea di giustizia ha sentenziato che l’articolo 1 della Carta dell’Onu, che garantisce il diritto di autodeterminazione degli stati che non sono ancora indipendenti, è un diritto a cui appellarsi anche nell’Unione europea. Mentre sulla Repubblica del 29 ottobre Lucio Caracciolo ha scritto come: “Il caso classico, ma certo non unico, è quello jugoslavo, con Austria e Germania, e Santa Sede, schierate con i secessionisti sloveni e croati”. Ah! Già. È assai opportuno richiamare questo “caso classico” perché ha segnato, insieme all’unificazione tedesca e al Trattato di Mastricht, la fase che l’Unione europea sta vivendo ed è evidente la contraddizione, non solo politica ma anche etica, tra l’appoggio poco meditato, che genererà rapidamente una delle principali catastrofi umanitarie degli anni ‘90, all’autodeterminazione di sloveni e croati, con l’afasia su quel che avviene a Barcellona e dintorni.

Gli obiettivi del secessionismo catalano possono non essere condivisi, e io non li condivido, però tutta la vicenda generata da quell’indipendentismo ci parla della mancanza di un’anima dell’Unione europea. Ancora Mason sul Guardian del 6 novembre trae conclusioni amare ma convincenti esaminando lo stato di cose presenti:”After Brexit happened, the mature democracies of Europe should be pushing to consolidate their project, telling a concret, positive story to their increasingly critical electorates, Yet they can’t”: dopo la Brexit le democrazie mature dell’Europa avrebbero dovuto consolidare il progetto d’integrazione, presentando a elettorati sempre più critici una riflessione concreta e positiva della esperienza dell’Unione. Eppure non ce la fanno. Quel “yet, they can’t” (eppure, non ce la fanno) è ironicamente costruito in contrapposizione al “yes, you can” obamiano. Pur valutando assai scarsa la qualità  della precedente amministrazione americana (certamente per tanti aspetti più “compos sui” di quella trumpiana, ma comunque fallita anche per drammatici eccessi di political correctness) è difficile non concordare sullo scoramento che genera l’attuale gestione dell’Unione. Talvolta il pessimismo dell’intelligenza produce un ottimismo della volontà. Non è automatico. Ma in ogni caso senza una visione realistica dello stato delle cose europee, non si farà alcun passo in avanti.

E ora Bush sr molesta anche Trump. “I don’t like him,” George Bush sr a 93nni scrive in un suo libro in uscita, secondo una recensione del New York Times, che non gli piace Donald Trump . “I don’t know much about him, but I know he’s a blowhard. And I’m not too excited about him being a leader”: è uno sbruffone. Non so molto di lui, ma non mi appassiona la sua leadership. Così riferisce il sito on line di Fox news del 4 novembre. Si apprende poi che Bush sr avrebbe anche votato Hillary Clinton nel 2016. Insomma dalla sua carrozzella il già vice di Ronald Reagan, poi 43° Potus non si trattiene e attacca un nuovo inquilino della Casa Bianca che certamente non  ha lo stile di una dinastia politica abituata al potere di Washington. Per qualche tratto il vecchio George  ricorda Luigi XVI infastidito dal chiasso per la presa della Bastiglia. Peccato che non disponga di un duca de La Rochefoucauld che gli risponda alla domanda se quella di Trump è una volgare ribellione, “Non, Sire, c’est une révolution”. Come ci ha insegnato il Novecento, non è poi che le rivoluzioni siano il paradiso in terra, e anzi si portano dietro sempre eccessi con possibili derive pericolose, talvolta tragiche o comunque sgradevoli (questo il caso del trumpismo, fenomeno che certamente non si segnala per violenze tipiche di altre vicende della storia ma per diverse sgradevolezze, sì). Non è neanche detto che le rivoluzioni non abortiscano. E negli Stati Uniti il sommovimento avviato con il voto per le presidenziali del novembre 2016 è in una fase di stallo che gli potrebbe essere fatale. Resta comunque il fatto che una parte fondamentale della società americana si è non solo ribellata ma proprio rivoltata, sia pure con il voto, contro un ceto parlamentare in parte “bipartisan” e un articolato establishment che sembravano bloccare ogni dialettica politica, perpetuando una situazione avvertita soggettivamente come inaccettabile da settori ampi della popolazione. Non analizzare questo concreto processo  è il più grave peccato degli antitrumpisti, anche di quelli intelligenti, che infastiditi da una realtà non prevista si sono limitati e si limitano a esorcizzarla.

Va bene puntare sui magistrati, ma se, anche per mancanza di esperienza politica, sbroccano? “Viviamo in un regime di liberismo finanziario che rallenta fortemente l’applicazione della Costituzione soffocando democrazia ed autonomia dei popoli. Resistere non è più sufficiente, si deve passare al contrattacco, rimuovendo ostacoli per attuare giustizia sociale e promuovere lo sviluppo della persona umana. Lottare per i beni comuni e per le persone. Si lotta senza denari, con profondo amore ed infinita passione. Cercasi combattenti, da reclutare nell’esercito popolare di lotta per i beni comuni e per la liberazione. In cambio cediamo i Ponzio Pilato e i Don Abbondio. Si deve lottare con il corpo, con la mente e con il cuore, chi ha paura della rivoluzione si metta di lato… la rivoluzione è lotta, rischio e coraggio, è sentimento, finanche sofferenza, certamente non è una cena di gala in salotto con maggiordomi e camerieri. Ma lottare significa anche vivere e vedere l’alba, mollare invece vuol dire sopravvivere nelle tenebre senza sentire il battito del cuore” Formiche ha riportato il 4 novembre lunghi brani di un discorso di Luigi de Magistris: le frasi accaldate su trascritte confermano le paure di vecchi saggi, già comunisti e ora alla ricerca di una vera sinistra, tipo Peppino Caldarola (al momento ricoverato sulla zattera dalemian-bersaniana) sui rischi di affidare leadership a magistrati digiuni di politica anche se magari più presentabili per professionalità e cultura del sindaco di Napoli, che non ci vuole molto.

Quando la vita era semplice. “L’umano è complicato, e sbarazzarsi di questa complicazione è lo scopo principale del censore, del moralista, del purificatore”. Michele Serra ci spiega sulla Repubblica del 3 novembre, che ora le cose vanno così: l’uomo è complicato e solo censori, moralisti e purificatori si sbarazzano di questa complicazione. Ma come? E i bei tempi quando i craxiani erano ladri, le berlusconiane puttane, gli andreottiani mafiosi, i carabinieri golpisti? Tutto era così semplice e adesso si scopre invece che ogni cosa è molto complicata. Non ci sono proprio più i Serra di una volta.

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